Superman alla mezza di Treviso

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Chiaro di luna scendi in fondo al mare
e arriva dove il vento non può arrivare
e trova le parole per calmare
quest’acqua che si mescola col sale
quest’onda sulla riva della ciglia
Che un po’ t’incanta e un po’ ti meraviglia
Che un po’ t’incanta e un po’ ti meraviglia

 F. De Gregori “Le lacrime di Nemo, l’esplosione, la fine”

 

La corsa fa bene. Ai muscoli, al cuore, alla testa. Diventi immune ai normali malesseri, ti passano i dolori, respiri meglio, acquisti consapevolezza.

La corsa è educativa: devi trovare la giusta forma mentis, devi organizzare e pianificare. Nessuno ti paga per alzarti alle 5.30 di mattina e andare a sputare bile lungo viottoli o respirare smog lungo viali.

La corsa è democratica, non riconosce belli o brutti, simpatici o stronzi, colti o ignoranti. L’asfalto, lo sterrato, non perdonano, non ti guardano in faccia (ok, noi interisti siamo un po’ più preparati al dolore, ma è un vantaggio che vale solo sui 10 km).

La corsa sa essere crudele, ti può far buttare nel cesso mesi di preparazione, sfuggire qualcosa che vedi lì a portata di mano.

Ma sa essere generosa: ti può fare dei regali che nemmeno ti immagini. E ieri, a me, ne ha fatti due che, stessi qui a scrivere per i prossimi 40 anni, ancora farei fatica a spiegare con dovizia. Quindi sarò sintetico: ieri ho potuto vivere delle emozioni che credo in pochi abbiano sentito sulla loro pelle. E ho imparato una grande lezione: se una cosa la vuoi, la vuoi veramente… vattela a prendere.

Senza paura, senza resa. Striscia, rantola, maledici il giorno in cui lo hai deciso. Ma vattela a prendere!

Questa storia comincia la scorsa primavera, in realtà. Perché come tutte le storie, ha bisogno di tempo per dipanarsi e raccontare il suo svolgersi.

In ufficio con me c’è un amico. Si chiama Alessandro, ci conosciamo da parecchi anni.

Alessandro ha 44 anni. Ale non ci sente benissimo, ed è un ragazzo che parla molto poco. Ma ha tanti modi per ascoltarti e farsi capire. Beh, direte voi, magari guardandomi mentre gli parlo, riesce comunque ad ascoltarmi.

Diciamo che, purtroppo, anche gli occhi non vanno proprio alla grande.

Però c’è  una cosa che, in Alessandro, funziona perfettamente. Anzi, due: le palle.

Perché Alessandro è una di quelle persone che, davanti alle sfighe della vita, non si è seduto. Ha deciso di prenderle a schiaffi in faccia e calci nel culo. E, tra le tante vie che ha scelto per dimostrare al destino che ci vuole ben altro per spezzarlo, c’è la corsa.

Ci raccontiamo spesso le nostre corsette, gli allenamenti. E un giorno gli dico: ma senti un po’… ma perché non ci alleniamo e a ottobre proviamo a fare la /la mezza di treviso

All’inizio Alessandro mi prende per pazzo, e in effetti una dose di squilibrio in questa mia proposta c’è. Perché non è che sia questo fuoriclasse in grado di guidare e consigliare. Io sono quello che in maratona incontra il muro dei 30 attorno al settimo km, e che nel triathlon rischia di annegare alla bracciata numero 95. Però… però in Alessandro credo fortemente. Credo nel suo sorriso e nel suo entusiasmo. E comincia a crederci anche lui.

E allora via!

Proviamo a correre insieme!

Ordino un cordino, e ci troviamo in Restera.

Scopro subito due cose:

-il cordino è un po’ lungheddo (notasi la finezza) e rischio di lasciarlo vagare a bordo Sile, cosa non proprio consigliata

-il ragazzo è l’unico al mondo che millanta tempi peggiori di quelli che fa: ti dice che corre a 6, poi ti attacchi e ti fa morire

Sistemata la storia del cordino, fasati un attimo, inizia l’iter del certificato. Che, per un ragazzo come Ale, non si risolve in un elettrocardiogramma, una pisciata e un “soffia nel tubo come se io fossi un carabiniere che ti ha beccato alla guida”. Fa tutti gli esami e tutto funziona alla grande!

Il primo passo è fatto: Alessandro è certificato!

Facciamo la runcard e corriamo. Spesso lo fa da solo, alle volte insieme.

Capisco una cosa, però: il giovinotto è furbo e, correndo su strade che conosce a menadito, va molto tranquillo. Io ho bisogno che si fidi di me, e allora sforno il bastardo che mi abita. Poi, fidarsi di me… considerato che in 21 anni di lavoro non mi hanno mai dato le chiavi dell’ufficio, che se riempio la lavastoviglie (tipo due volte l’anno) mia moglie la svuota e la riempie di nuovo, che mio figlio non mi lascia il suo Nintendo… sembra facile, eh?

Però il mio animo di scrittore di noir se ne esce schifosamente, e porto Alessandro a correre in postacci: marciapiedi, pedoni, macchine, semafori, bici, scooter, buche. Di tutto. Lo faccio soffrire, lui mi maledice, ma deve appoggiarsi a me. Perché in gara sarà costretto a farlo, e voglio che ci arrivi preparato. A costo di farmi odiare.

E’ un lavoro complicato per entrambi, ma ci vogliamo bene, c’è feeling. E la cosa funziona.

Insomma, ridendo e scherzando (in realtà né una né l’altra) ci avviciniamo al giorno della gara.

Il sabato pomeriggio andiamo a ritirare i pacchi gara ed entriamo nel mood.

Siamo tutti e due carichi, io con le mie consuete ansie, Alessandro con la splendida tensione di chi si appresta a correre la sua prima mezza.

La mezza di Treviso la corro per la sesta volta su sei, e nelle precedenti non mi sono mai annoiato (vedasi i precedenti resoconti, per dire…), ma mi sento sicuro di potermi far accompagnare da un amico. Però la tensione c’è. Questa volta non correrò per il cronometro (ok, non l’ho mai fatto per questioni di decenza), ma correrò per portare a casa due maledette medaglie. E’ tutto diverso, è tutto più figo.

La mattina della gara iniziamo a ballare: l’atleticagastronomica® si presenta un po’ acciaccata. Pasini a Monaco per la Maratona, FFIRONMAN™ alla Barcolana (a nuoto, ovviamente, partendo da Jesolo), ci presentiamo alla partenza con Azz carico come di consueto (che mi rinfaccia le monetine per il cesso di Venezia latleticagastronomica-alla-lazzarettovenicemarathon ), con Matteo Odio Puro Agostinetto (l’unico uomo che corre ESCLUSIVAMENTE questa gara con dei tempi che non farei nemmeno da dopato) e con PM10 che passeggia marpione sulle mura.

Alessandro, che da oggi è ovviamente socio honoris causa, è teso ma entusiasta. Io più di lui.

Ci prepariamo e ci sistemiamo. Consegnamo le sacche, un giretto per scaldarci e ci presentiamo in griglia. Il mio outfit (si, lo aspettavate) prevede: shorts nero camouflage Adidas, canotta Lasportiva modello ape maia in giallo e nero, cappellino Under Armour e spiker Compressport. Ma Alessandro ammutolisce il pubblico con la fashionissima maglietta di Superman!

Inizia l’avvicinamento alla partenza, Ale ha un sorriso che ti annienta mentre suona l’inno nazionale versione “Salvini al papeete” e si va!

Con Ale abbiamo convenuto dei gesti: due pugnetti sulla spalla significano “come va?” e lui mi dovrà rispondere con il pollice recto. Due rapide strette dell’avambraccio sono per “rallenta che stai andando troppo”. Tre colpi a mano aperta sulla spalla significano “c’è della gnocca”. Se le manate mi arrivano da lui vuol dire che ci sono dei problemi. So che non le sentirò mai.

Il primo km è il consueto delirio: festa, casino, gente ovunque. Ci sfilano le gemelline Brazzers Bortolotti in tenuta “teen students amatorial”, salutiamo chiunque e ce la godiamo.

Alessandro vorrebbe chiuderla in due ore. Io lo lascio andare perché i primi 3 km sono lenti, dal quarto spinge per recuperare. Verso il settimo siamo a una media di 5.40 e le 2 ore stanno a 5.42 quindi comincio a frenarlo un po’. Il casino sono i sorpassi, non è facile come sembra passare in due allacciati per un polso, ma si va senza paura e con una gioia indescrivibile. Ottavo e nono li fa tirandomi che sembro il suo cocker appeso al guinzaglio. La media va a 5.38 e a quel punto non ci resta che gestire.

Al ristoro dei 10 km perdiamo qualcosa, ma già al 12 siamo di nuovo a 5.40

Pugnetti e pollice recto, andiamo alla grande. E’ una vera festa per tutti. Ma per noi è davvero una festa speciale.

Verso il 14esimo vado con i due pugnetti, e questa volta Ale muove la mano come a dire “insomma”. Dopo cento metri… boom.

La benzina finisce.

e passo dopo passo piano piano, Illumina i miei passi con i tuoi

che ogni passo avanti è un passo in meno, e meno ossigeno nei serbatoi

L’emozione, i sorpassi, il clima gara. La corsa presenta il conto.

Puoi aver studiato tutto perfettamente, puoi aver corso 20 km. Ma in gara è un altro film.

Mi impongo solo una cosa: non farlo fermare mai. Mai!

Camminiamo tenendoci l’un l’altro. Alessandro ha il fiato corto, vede quella medaglia lontana. 7 km sono tanti. Ma sono un terzo, due li hai già fatti. Si fanno anche questi.

Camminiamo fino al ristoro dei 15 e Ale si tracanna dei litri di acqua. Si rilassa un po’. Proviamo a correre un paio di minuti, ma lo sappiamo che è così: la volta che hai iniziato a fermarti la tua testa ti dice “oh, ma quanto è figo camminare? Ma perché devi correre?” e tutto diventa difficile.

Continuiamo così, lungo il Sile: gli impongo 700 metri di corsa lentissima (intorno ai 6.40)  e 300 di camminata. Piano piano arriviamo ai 18 km.

Gli sento il cuore, recupera bene. Respira bene, ne ha ancora un po’.

Soprattutto non ha la minima intenzione di mollare. E io peggio di lui. Gli ho promesso che portiamo a casa quella cazzo di medaglia, e la portiamo a casa!

700+300, 700+300 arriviamo alle mura.

Qui, lo giuro, non so dove la trovi.

Alessandro scava in tutto quello che ha, trova lì in fondo delle briciole di energia e di forza.

Va a pescarle nel buco più profondo. In affanno, stanco e sfiduciato, trova qualcosa. E quella cosa la tira fuori con i denti. Gli dico solo “anche sui gomiti, ti ci porto. Ma ci arriviamo!”

Alza la testa, tira su le braccia e riparte.

Beve un po’ di acqua al ventesimo e da lì è uno spettacolo che credo ricorderò fino al mio ultimo minuto di vita.

Risaliamo il Calmaggiore a testa alta, orgogliosi, con il passo malfermo degli ubriachi ma con la forza solo delle palle che ha messo giù. Corriamo, cazzo! Corriamo!

Via Fra Giocondo passa in un attimo, svoltiamo a sinistra e lì in fondo lo vediamo: il traguardo!

Io, porca maledetta troia, inizio a piangere e gli urlo “lo vedi là? Lo vedi cos’è?”

Ale è più o meno in stato catatonico ma mette un piede davanti all’altro. Mi trascina lui, respira affannosso ma continua con un giramento di palle che poche volte ho visto in un uomo.

Mancano pochi metri, non so nemmeno cosa succede. Vedo Azz (ha avuto problemi ai piedi, povero, solo 1h31m…), vedo mia moglie e Coso, vedo l’Imbianchino. Ma in realtà non vedo niente nemmeno io.

Lì c’è il traguardo e Superman mi ci sta portando.

Sotto l’arco tiro un urlo come non ricordo di aver mai fatto.

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Ci abbracciamo devastati. Nemmeno più un briciolo di energia, nemmeno il fiato per ringraziarci. Che, poi, sono io che devo ringraziare lui e dovrò farlo per un bel pezzo.

Sudati, distrutti, svuotati di tutto. Con il cuore che pompa a mille per la fatica e per l’emozione.

Alessandro si siede su una panchina e mi metto a fissarlo con un sorriso a 3000 denti. Lui non sorride tantissimo, eh… arrivano i suoi genitori, arrivano i miei parenti e/o amici. Ed è festone.

Enrico Colussi, grande fotografo, immortala un momento che porterò con me per sempre.

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E da lì ce ne andiamo verso quella amata, odiata, attesa, sudata medaglia. Che Alessandro si fa infilare al collo.

E’ tua, cazzo! L’hai presa! Chi se ne frega del tempo, hai chiuso una mezza maratona! Quella medaglia è d’oro, ragazzo mio. E te la sei appesa al collo!

Emozionati come poche altre volte ce ne andiamo sulle mura dove prendiamo la birra cortese omaggio della Theresianer e il papà di Alessandro svela una cosa. Perché dalla mattina, quell’omino, gira con una borsa frigo appesa al collo. Ne estrae questa pletora di cannoli siciliani che ci scofaniamo in un menù sicilano-tirolese.

Ci raggiunge Cristiano, altro eroe amico di Alessandro. Un ragazzo cieco che si spara giù gare di ogni tipo, dal podismo al triathlon. Sono momenti toccanti come pochi. Ci facciamo questo milione di foto e ci abbracciamo con la bocca sporca di ricotta, puzzolenti come latrine e imbottiti di birra.

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Ma è andata!

Non.

Si.

Molla.

Mai.

MAI!

Cosa posso aggiungere?

Boh… ho scritto anche troppo, vero?

Beh, evito le solite considerazioni gastronomiche, perché il pranzo è stato sobrio (ehm… più o meno).

Credo di dover solo chiudere con un pensiero che ci tengo a condividere: la prima volta che sono uscito a correre con Alessandro ho fatto un esperimento. Ho chiuso gli occhi.

Provate!

Se ce la fate per più di 3 secondi siete dei fuoriclasse. Io non ce l’ho fatta. Ma provate. Serve, si impara tantissimo.

Anzi, chiudo con un altro pensiero, che è un grande grazie ad Alessandro per avermi voluto accompagnare in questa avventura. E per avermi dato un paio di lezioni di quelle che restano. Ok, la prima ormai l’ho ripetuta mille volte: non si molla di un millimetro. Just do it! Fallo! Credici e le cose arrivano.

E poi un’altra, che mutuo da una frase che mi ha detto una volta che correvamo insieme, e forse nemmeno si ricorda: magari uno è di cattivo umore, magari la giornata è stata uno schifo.

Bastano un po’ di sole e un amico con cui fare una bella corsa.

Il resto non conta più.

Grazie Ale, sei il mio personale Superman!

FLR2019

Autoreferenziato da:

Piccolo Manuale Sfigato del Running: #atleticagastronomica https://www.amazon.it/dp/1549586149/ref=cm_sw_r_cp_api_i_GpBPDbDFP0MP1

 

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Transpelmo2019: se la montagna non va da Romero…

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Comincio a pensare che l’autolesionismo sia una parte molto evidente del mio essere. Perché se dopo una stagione che mi faccio il mazzo nel triathlon dico “beh, ora faccio qualcosa giusto per divertirmi” e mi iscrivo alla Transpelmo2019 , allora qualcosa non funziona davvero.

Ma, come sempre, facciamo un passo indietro: circa un mese fa, con Marco Bilme Biffis, l’usignolo della destra Piave, la voce dei Royal Acoustic Live  di cui mi vanto di fare parte, si parlava di trail. Lui da un po’ ha cominciato e, come da prassi, viaggia come un Mig. Io che ne ho fatti una serie, ma da un po’ non pratico, simulo indifferenza per l’ennesima persona che si avvicina alla corsa dopo di me e mi macella.

Mi dice: “potresti provare la Transpelmo, è un bel giro”.

Io ci rimugino un po’ e poi, come a cercare un alibi, contatto Giulianik a Trieste e gli chiedo se la cosa sia di suo interesse, puntando su un NO secco. E invece…

Un mese dopo siamo qui.

Il week end si apre con una visita a la casa delle civette  di Caviola (o Falcade, insomma), per soddisfare il desiderio di Coso di vedere da vicino un’aquila reale. Un animale davvero stupendo e docile. Poi scopri che può ammazzare un capriolo, e magari te ne stai un po’ lontano dalla gabbia.

Dopo una cena basata sul concetto di carboloading (un bel carico di pastasciutta) e, soprattutto, sull’idratazione (questa non serve ve la spieghi), con un tasso alcolico ben marcato partiamo alla volta di Palafavera. Che io ho visto solo in due circostanze:

  • con gli sci ai piedi
  • in moto a circa 140 km/h

Giulianik e io ci avviamo, le famiglie ci raggiungeranno dopo. Partenza della gara ore 10.30 e alle mogli suggerisco di non muoversi prima delle 18/19, così da non dovermi aspettare troppo al traguardo.

Considerato che Giulianik ama le band finlandesi di deathmetal, fare il viaggio con gli ac/dc a palla non è malissimo.

Giungiamo in loco, ritiro pacchi (molto bellino il gilet softshell omaggio), Marco Bilme Biffis si rimaterializza (e sarà l’ultima volta che lo vedo da davanti, il resto sempre da dietro, e da ben distante), ci prepariamo e calmi calmi andiamo verso la partenza.

La gara prevede, di fatto, un giro del Pelmo (el caregon de Dio) con 18km e 1300 metri di dislivello positivo. Ho fatto ben di peggio. Cioè, credevo di aver fatto ben di peggio, quindi sono curiosamente calmo e distante dalle mie bombe di ansia pre gara.

Insomma, l’ultimo trail vero (che distinguo dalle corse in montagna, magari molto belle ma assai più vicine a una mezza maratona che a un trail) l’ho fatto circa 2 anni fa. Ricordo che la gente era in pantaloncini e maglietta, qualcuno aveva uno zainetto (se era previsto ci fosse l’autosufficienza), alcuni delle racchette.

Ecco.

Ieri credo di essere stato l’unico in shorts e canotta. Roba figa, eh. Un completino de  la sportiva che mi calza a pennello rendendomi una vera fashionvictim.

Ma guardandomi attorno rimango perplesso, perché quello più ‘leggero’ ha addosso equipaggiamenti con cui potrebbe andare un paio di volte al polo nord, prendere a calci nel culo un paio di orsi, ascoltare un concerto dei Maneskin (va beh, credo duri tipo 12 minuti), attraversare le fogne di New York ed emergere nella curva daaa Lazio, durante il derby, con la maglia di Totti.

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Ho come il sospetto che questo trail, fantastico sport, stia diventando un po’ un non luogo laddove coloro che nella corsa in piano non riescono a fare più di 3 km a 7 m/km cercano un rifugio per poter pubblicare dei fantastici selfie su instagram con ashtag del tipo #trailaddicted #livetotrail e #borntotrail

Una serie di omini (e donnine) con cui potrei, senza aggiungere altro, fare un nuovo manualetto sfigato (per intenderci  piccolo manuale sfigato del running ) riempiendo un centinaio di pagine. E che non capiscono che rischiano di diventare palestra per i ragazzi del soccorso alpino.

Ovviamente, accanto a questi, gente con le palle cubiche, sia chiaro. E non pochi.

Ok, sto diventando un tantino snob. Lo so. Sono fatto così. Amo cercare alibi per i miei fallimenti atletici.

Ma, detto questo, suscita stupore vedere che Giulianik, l’uomo minimal per eccellenza, colui che corre le maratone indossando due gocce di Chanel n.5 si presenti alla partenza con zainetto e racchette. La situazione si è invertita. Non manco di prenderlo per il culo. E, ovviamente, tra una risata e l’altra mi darà 16 minuti all’arrivo.

Mentre ci sistemiamo e anche noi facciamo i selfie per gli ashtag, dal nulla sbuca il Sindaco di Treviso Mario Conte, con lo sguardo feroce al Pelmo. Si offre volontario di farci una foto (non credo abbia inciso la mia minaccia di hackerargli il profilo facebook e scrivere che sono il suo autore preferito e che ha letto TUTTI i miei libri), si lascia incastrare per un selfie e poi abbassa il frontino e se ne va nelle luci della mattina zoldana.

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Tutti pronti.

Attorno a me un trionfo di camelbag, racchette, mancano solo ramponi e imbragature. Che, in effetti, vista la gara, proprio cagare non avrebbero fatto.

3.2.1. e via!

Si parte, fuori in strada per un falsopiano morbido che dura un km, attraversa il campeggio e punta il bosco.

Qui il primo problema: il sentiero è un così detto ‘single track’. Per dirla alla ignorante ‘se passa un par volta’, solo che dopo un km di gara il gruppo è compatto, e infilare una cosa del genere in 700 non è facilissimo. Aggiungiamo poi che è il primo tratto in salita cattiva: in meno di 3km si sale di 300 metri… chi volesse andare un po’ di più regala bestemmie agli altri corridori.

E in queste circostanze i fenomeni fanno sfoggio di sorpassi che Leclerc spostati, tirando spintoni e spallate (immagino che alcuni di questi puntassero al mondiale), mentre altri chinano il capo e si arrendono all’inesorabile destino.

Su nel bosco, si sbuca fuori ai piedi del ghiaione e il sentiero ritorna simil pianeggiante.

Il primo cancello orario è al rifugio Venezia, 7,7km, 1h45m

Ci arrivo abbastanza facile, anche se l’ultimo tratto è un pendio tremendamente fangoso dove pattino e finisco per terra un paio di volte. Non sono l’unico, sento volare più porconi che a una partita di briscola in osteria.

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Primo ristoro e si riparte. Da qui comincia a farsi pelosetta, perché ci vorranno circa 2,5km per arrivare al punto più alto del percorso (la forcella Val D’Arcia a 2476 metri s.l.m.), ma sono oltre 600 metri di dislivello su ghiaione molto friabile. Per fortuna inizia anche a piovere e la temperatura scende decisa.

Alcuni passaggi sono davvero cazzuti, con la ferrata ad aiutare.

Non faticosa da un punto di vista aerobico, ma tecnicamente la salita è parecchio impegnativa.

Il tutto colorito da un gruppo di persone nettamente della sinistra Piave che, dal bosco, parlano in continuazione ad alta voce. E, per qualche ignoto motivo, ogni volta che li perdo, me li ritrovo addosso. Alcuni atleti si fanno superare da altri pur di starci a distanza, altri urlano dei “tasi su!” ma niente. E sarà così fino all’arrivo.

Uno spettacolo nello spettacolo.

Arrivati alla forcella si beve un po’ di acqua, siamo attorno alle 2h10 e mancano circa 8 km all’arrivo, tutti in discesa.

Ormai è fatta!

Si.

Non fosse che la discesa è tutta in ghiaione e, appena parto, comincio a capire che se porterò a casa la pelle (e la mandibola) sarà un grande successo.

In realtà non scendo, precipito. Il suolo cede continuamente ma, per fortuna, in mezzo spuntano dei simpatici massi su ci si inciampa, le mie scarpe hanno un grip che se fossi scalzo andrei meglio.

Rischio di farmi veramente male più di una volta e non ho idea di come sia il panorama, perché se provo a guardarmi in giro muoio.

Già vedo i titoli del giornale ‘giovane (…) scrittore di noir si sfracella sulle rocce’ e penso a mio figlio che diventerà milionario con le vendite!

Giù feroce, fino alla fine del ghiaione per una mezz’ora da brividi. E a quel punto si rientra nel bosco, sotto la pioggia, nel fango scivoloso. Una figata, insomma.

Sbuco al passo Staulanza rischiando di ammazzarmi lungo una discesa che è scivolosa come battuta su Saviano e risalgo nel bosco per l’ultimo tratto.

Ancora fango e sassi, però una cosa inizia a funzionare: dietro di me ho fatto il vuoto. Anche davanti, in realtà, e questa cosa non me la spiego. Cercherò su internet.

Voglia di spingere non ne ho più e i quadricipiti iniziano a minacciare qualche avvisaglia di crampo. Così, confuso come un pentastellato, mi avvio allegro verso l’ultimo km. Sbuco dal bosco, attraverso la strada e lì vedo parenti e/o amici (moglie, Coso, Giulianik, Giulinika e MiniGiulianika) che mi salutano e mi infamano per i miei tempi indecenti. Ultima curva in totale solitudine e, in 3h22m16s chiudo trionfante la gara!

Tutto contento mi avvio verso la medaglia.

Che non c’è.

Così, triste come un analfabeta in biblioteca, mi avvio a salutare il resto della truppa in mezzo a momenti di vera goliardia.

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ps: ci tengo a precisare che non è pancia ma il marsupio. Sia chiaro da subito!

Da lì solito girone dantesco delle docce (in un trionfo di uomini nudi, sudore e vapore) e poi via a mangiare. Un toast. Perché pare che localmente alle 14.30 scatti un coprifuoco per cui si più solo spinare la birra. Forse. Perché a una malga non ci hanno dato nemmeno quella (amiche, amici, nel 2026 ospiterete le olimpiadi invernali, la politica ha fatto il suo, adesso tocca a voi, eh!).

Insomma, bilancio finale: positivo. Mi sono divertito (si, al solito, il concetto di divertimento è opinabile). La gara, come accennavo, non è particolarmente impegnativa da un punto di vista polmonare e muscolare, ma tecnicamente è molto complicata. Ci vuole sangue freddo, ci vuole attenzione. Qui, se ti distrai, ti fai male.

I panorami, fino a quando riesci a guardarti attorno, sono straordinari, il clima gara è piacevole, l’organizzazione ottima (il percorso è ben presidiato dal soccorso alpino). Quindi ampiamente promossa.

Devo anche aggiungere che, a 24 ore di distanza, pensavo di camminare con il girello, invece sto bene. E, visto che il mio allenamento è stato di ben 3 uscite collinari, la cosa mi lascia molto sorpreso.

I protagonisti del racconto hanno tutti tagliato il traguardo (l’usignolo della destra Piave abbondantemente sotto le 3 ore, cosa che gli costerà cara la prossima volta che in un live dimenticherà un pezzo di testo e io eviterò di subentrare a coprirlo).

Dai, andata anche questa. E ora, dopo l’ultimo triathlon della stagione, ci regaleremo qualche altro trail (o simile) per simulare di essere dei #trailaddicted

L’atleticagastronomica® sarà presto di nuovo in scena!

Evviva il Pelmo!

Evviva il trail!

FLR2019

 

Pagot triathlon july winter sprint

Ecco.
Potete serenamente immaginare con quale spirito io mi avvicini al mio secondo sprint in carriera (il quarto triathlon in assoluto).
Perché se succede che la quarta volta che fai una gara scattano le allerte meteo, delle domande te le fai.
E se si arriva da una settimana in cui i leoni partivano dall’Africa a bordo di barconi per venire in pianura padana a cercare un clima idoneo, e dal sabato scende tanta di quell’acqua che nemmeno le lacrime degli juventini contro il Real al 98esimo, e arriva un freddo che nemmeno la faccia di Toninelli davanti a Conte che dà il via libera alla tav… beh, allora delle domande te le fai.
Il problema sono le risposte.
E così, con il morale a mille, la mattina della gara mi alzo entusiasta alle 7, carico bici, moglie e Coso a bordo, e via verso il lago di Santa Croce per il triathlon-sprint-gold-silca-cup-2019.html. Un simpatico sprint  con 750 metri a nuoto nel lago più pittoresco del basso bellunese, sponda Alpago, 20 km in bici lungo lo stesso amabile lago, 5 km di corsa accanto a ‘sto lago che un po’ inizia a starti sulle palle.
Nei giorni precedenti è stata intensa l’attività per coordinare l’arrivo e la compagnia pre-gara. L’appuntamento è con Azz, funambolico protagonista di esperienze nel magico mondo della maratona (soprattutto nel post maratona, con il celebre episodio del cesso a pagamento https://fulviolunaromero.wordpress.com/2017/10/23/latleticagastronomica-alla-lazzarettovenicemarathon/ ): ci accoglie festoso sfoggiando con entusiasmo il ricco e godereccio pacco gara a sponsor tecnico Caritas.
Vicino a lui, stesso parcheggio, dal culo di un furgone aperto vedo sbucare delle divise bluette: un omino tutto compatto salta giù. Mi fissa. Trattiene il fiato. L’emozione dell’incontro tra il Postino Pat e me è enorme! Iniziamo subito a parlare di filosofia, come piace a noi. Intanto fa un freddo bastardoporco e dal cielo piove un gocciolamento leggero, quasi vaporizzato. La filosofia rischia di lasciare spazio alla teologia, con invocazioni divine.
Quando dal medesimo culo aperto del medesimo furgone sbuca un altro interessante elemento della brigata 6.15: Loris D’Alessio, popolare cantante ai matrimoni dei camorristi, colui che si è fatto le ossa intonando “I te vurria vasa’” al matrimonio tra Natascia Squagliaratto, figlia di Gennaro detto ‘o animale e Micheal Cammariere, figlio di Vincenzo detto ‘o bandito.
Presentazioni di rito, strette di mano, occhi cattivi.
E ci si muove tutti verso la zona cambio dove incontriamo una Daniela demolita che arriva al traguardo a una velocità simile a quella mia in biciletta (ma lei era a piedi), e lo zoccolo duro della squadra: i senior Paolo Occhi di Ghiaccio Pasin, e Paolo Magno Rossi.
Clima surreale e taciturno, cielo grigio su e foglie gialle giù, ti sogno California (inteso come il paese fantasma nei boschi nei pressi di Agordo California-Gosaldo-Valle-del-Mis.htm).
Sorrisi, strette di mani, pacche sulle spalle. Minacce quando si scopre che i due Paolo potranno indossare la muta.
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Ora, normalmente sapete che sorvolo sulla gara per concentrarmi sulle cazzate pre e dopo. Ma questa volta il pre si riassume solo con le parole “pioggia e freddo” e un dopo non c’è stato perché siamo scappati tutti a bere cioccolata calda, punch e bombardini.
Quindi vado alla gara.
No, ferma tutto! Torniamo indietro.
Perché prima partono le donne, e le notizie iniziano a farsi interessanti con la prima che si ritira praticamente appena entrata in acqua. Tutti simuliamo indifferenza, in realtà la notizia ci fa cagare addosso, considerato che notoriamente la soglia dolore/paura in una donna è sensibilmente più elevata rispetto quanto accada in noi pisellodotati.
Finita la gara, comunque, mentre mi avvicino alla partenza, incontro l’amica Monica Bortolotti, una delle due gemelline Borlotti Brazzers, che ha da poco terminato. Le chiedo come sia il tutto, mi ragguaglia. Al chè, dato che la muta è vietata, le dico. –Riferiscono che l’acqua sia un brodo.- Il fatto che lei cambi discorso un po’ di volte e glissi sulla risposta, mi mette in preallarme.
Chiaramente tutto questo non mi spaventa. Non tanto quanto il mio pettorale: 417
Se non sarà un decesso, sarà un successo (cit. Giuliano Pasini)
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Comunque, insomma, parte la prima batteria a cuffia gialla, noi con le cuffie bianche del Lidl, ci avviciniamo alla spiaggia di Farra d’Alpago. Si. Avete letto bene. Spiaggia di Farra d’Alpago.
Il prossimo step saranno le Dolomiti Jesolane patrimonio dell’Unesco.
Da segnalare che per raggiungere la suddetta spiaggia, si attraversano tipo dei ghiaioni, ma non con la ghiaia sottile: con cropani appuntiti. Si dice che Giucas Casella abbia rifiutato di fare scalzo quel pezzo.
Azz si sposta tutto a sinistra e io, preda di un freddo gelido, non trovo di meglio da fare che seguirlo, anche perché gli occhialini sono appannati e non ci vedo una fava.
Perdo di vista il Postino Pat e Loris D’Alessio Wedding Singer quando mi accorgo di essere finito dritto in prima fila. Lo capisco perché vedo quelli accanto a me pronti a partire in posizione. Mi giro verso Azz e gli dico –Oh, oh, ‘speta che mi caccio più ind…-
MEEEEEEEEEEEEEEHHHHHHHH!
Si parte.
Io credo che pogando a un concerto dei Nirvana non avrei preso tutte queste botte. Praticamente vengo travolto da una marea umana, qualche concorrente temo tenti anche di farmi suo da un punto di vista carnale. Solo che io sono buono. Anche due volte buono. E’ la terza che proprio non lo divento. E, reminiscenze di karate, mi caccio come un pazzo nella tonnara e inizio a restituirle tutte.
Scopro, tra l’altro, che in Alpago il brodo lo bevono come aperitivo, bello ghiacciato con una foglia di menta. Perché se questa cazzo di acqua è un brodo, allora ci dobbiamo tarare sul concetto.
Pim, pam (pam-pam, per citare Elio e le storie tese). Rispetto alle mie precedenti uscite non mi trovo ultimo nel gruppo, e tutto sommato sento che vado anche abbastanza (per i miei canoni, cioè tipo una medusa). Un tizio a pochi metri da me si mette a urlare aiuto, in piena crisi di panico. Lo assistiamo in tre fino all’arrivo del salvataggio. Perdo un minuto preziosissimo. Si, senza quel minuto avrei fatto il record mondiale. O, almeno, questo deve essere stato il pensiero di altri nuotatori che hanno ben pensato di filare lisci guadagnando posizioni.
Si riparte, vado discretamente regolare (credo sia per via delle fibre che assumo), alle boe volano altri calci e pugni, faccio un po’ di rana, mi guardo attorno, fischietto, e intanto mi passa il mondo.
L’uscita è un casino. Intanto perché continuo a non vederci un cazzo, quindi ogni tot bracciate devo alzare gli occhiali e capire se quella roba indistinta davanti è l’uscita o il culo di quello che mi precede e che sta sbagliando traiettoria, e poi perché una volta arrivati a toccare il fondo (anche in senso figurato, beninteso), ci si ricorda dei cropani appuntiti.
La mia uscita è degna di un documentario sullo sbarco a Omaha Beach il 6/6/44: rantolo, mi trascino sotto il peso delle responsabilità, scivolo su un sasso e cado, tiro un paio di saracche di quelle cattive, tento di riemergere, mi trascino ancora e poi parto allegro verso la bici. Pubblicato su instagram con sottofondo di Chopin è diventato il video virale che ha commosso il web, più visualizzazioni del video di Belen, (non metto il link, MAIALI!)
In zona cambio va un po’ meglio: a causa di una piccola lesione a una caviglia avevo deciso di correre con i calzini. E, prima della gara, li ho sistemati bene nelle scarpe da bici: R a sinistra, L a destra.
Zio cane.
E ci ho anche pensato.
Mentre sto infilando l’R sul piede sbagliato mi dico: – Romero, siiiiiii uomo!- E via, senza calzini.
Una foto del mio piede post gara l’ho mandata a Dario Argento. Che mi ha riposto con la faccina verde che trattiene il vomito.
Ho trascorso le vacanze in Gargano a sudare in salita con la bici.
Ecco, devo dire che la cosa è servita.
Durante il primo giro in circuito inizio a spingere cattivo e, per la seconda volta in vita mia, supero della gente.
Guardo il lago dall’alto e vedo delle cuffie bianche che si avvicinano alla riva, cosa che lavora sulla mia autostima.
Nella corsia opposta vedo Azz volare, il Postino Pat sorridere tutto compatto e Loris D’Alessio Wedding Singer cantare qualcosa di romanticamente napoletano.
Arrivo al giro di boa carico come Lapo Elkan il venerdì sera e, ripensando al compianto Luca Di Aba No, urlo “spachene tuuuuuuut” e mi lancio in discesa come un pazzo.
Salvo scoprire che se piove (e sta piovendo) e se per terra c’è acqua ovunque (e c’è acqua ovunque), la bici non frena.
Ecco, l’ultima volta che ho avuto così paura è stato quando facevo la doccia fuori dal Camio di Devis Gnomo e mi è capitato accanto nudo.
Comunque via, altro giro e ci do dentro come un ebete. Sempre nella corsia opposta vedo tutti gli altri: i due Gini Paoli (che a scrivere i nomi estesi faccio fatica), Loris D’Alessio Wedding Singer e, immagino, anche l’oggetto misterioso: Diego. Che è come il prato verde dell’amore: tutti sanno che esiste, ma nessuno sa dove sia.
DIEGO! PALESATI CHE ALTRIMENTI NON ENTRI NEL RACCONTO!
Avanti, salita e discesa, feroce come Ibrahimovic, arrogante come Salvini, veloce come una Dacia Sandero a gas. Però… misteriosamente, in 33 minuti chiudo la frazione. E riesco anche a scendere dalla bici senza ammazzarmi (e anche questo è un passo avanti).
Via in zona cambio, adrenalina a mille con la pioggia che inizia a scemare (molto autoironica questa, eh!), parto di corsa come un pazzo sotto lo sguardo di moglie e Coso che mi incitano accompagnati dalla signora Azz e Cosetto. Adrenalina, dicevo. Vado via come un pazzo, dicevo. Tipo per 50 metri perché era un po’ troppo “come un pazzo” e la rima verrebbe facile facile.
Rantolo quando un ragazzino al ristoro mi passa una bottiglia di acqua. Ne bevo qualche sorso e poi penso: e adesso cosa faccio con una bottiglia quasi piena?
Per fortuna in un angolo vedo la gemellina Bortolotti che mi urla “Romero sbrigatiiiiiiiii”.
Ecco, risolto il problema di dove svuotare la bottiglietta. So che la stessa gemellina ancora ieri sera vagava per la zona cambio con il crick della macchina in mano.
Cmq via, proviamo a spingere lungo un percorso che è un trail: saliscendi, fango, buche, ponticelli scivolosi. Incrocio due volte Azz mentre semina il terrore tra gli altri runner, i due Gini Paoli fanno la loro gara con un sorriso sulle labbra. Il postino Pat sfreccia via come un mig e io, nella mia tenerezza, raggiungo Loris D’Alessio Wedding Singer. Cominciamo a parlare di Filosofia, ovviamente. Ed è bello scoprire come lui ami i filosofi del mondo moderno: Max Scheler, ma anche Karl Jasper e la sua grande forza nella ricerca della verità in comunione con i compagni di pensiero. Soprattutto quando dal campeggio accanto al lago sbuca una tedesca gnocca… ma gnocca, ma gnocca! E aiutatemi a dire GNOCCA!  E ci dice “guuuut! Brrrafi!”. Ecco la filosofia si fa senitre.
Proseguiamo appaiati per un pochino poi, forza dell’inerzia, riprendiamo le distanze come solo due persone che “non sperano però si stan cercando” sanno fare.
Via col secondo giro, Coso urla come un pazzo quando gli batto il cinque slogandogli un polso, e mentre Azz ha tagliato il traguardo mi appresto a infilare l’ultimo km di questo trail improvvisato.
Butto il cuore oltre l’ostacolo (fa figo dirlo, suonerebbe meno bene un “ne ho i coglioni così pieni che corro per arrivare prima”), guardo il gps e vedo che le cose stanno andando proprio ben benino! In proiezione potrei andare a 7 minuti sotto il mio record.
Rettilineo del traguardo, batti il cinque alla speaker gnocca (sempre lei) e SBAAAAAAM! 1h20m30s! Personal Best!
Ok, un tempo puerile, lo capisco. Ma un anno fa non sapevo di preciso cosa fosse un triathlon, quindi il dato mi galvanizza.
Poi, dovrò anche allenarmi a spegnere il gps, che a ieri sera girava ancora segnandomi dei gran record di velocità e distanza (ho fatto la frazione di corsa lunga 109 km con media 46 km/h, Bolt spostati!)
Dopo l’arrivo abbracci con i Gini Paoli, con il postino Pat e con Loris D’Alessio Wedding Singer, e scambi di effusioni con le bombabilissime amiche di Treviso Triathlon incontrate a Sirmione (https://fulviolunaromero.wordpress.com/2019/06/23/olimpico-di-sirmione-errare-e-umano/ ), ma anche con il loro compagni di squadra. Cioè, con gli uomini meno effusioni, dai. Anche se devo dire che Tommaso Lodde e io amiamo sfioraci con i sorrisi di chi la sa lunga.
Ok.
Su questa scena pietosa vado a quella pietoserrima: siccome andare alle docce proprio non ne ho, con il body mi infilo sotto una ghaicciata accanto al lago. L’odore di luccio, tinca e bisatta non se ne va, ma almeno la patina di sudore l’abbiamo rimossa.
Quando arrivo in parcheggio le scene di nudo dietro al furgone con il culo aperto sono una cosa bruta  (con una T): il postino Pat sfodera il corpo da sirenetto ammiccando in direzione di Loris D’Alessio Wedding Singer mentre, seminudi, si asciugano come dei veri maschi alfa. Copro gli occhi a mia moglie, non vorrei mai si lanciasse in mezzo a tutto quel ben di Dio…  considerato, poi, che sta camminando accanto a un 41enne dedito all’alcool che puzza di alga.
Povera donna.
Che situazione.
Comunque recuperiamo Azz e famiglia, recuperiamo Coso, e si va a mangiare.
No.
Niente scene indecorose a tavola, questa volta no. Giusto quelle birrette… un paio… e una pizzina. Ma poi tutti a casa, perché bel bel, ma siamo a pezzi.
Per fortuna la sera mi autoinvito a casa di FFIRONMAN®, munito di whisky, per il debriefing.
Morale: viste le premesse, poteva essere un disastro. Invece ne è uscita una gran prestazione, sono proprio contento.
La compagnia, come al solito, è stata di livello, alla fine ci si diverte e conta questo, al di là della prestazione.
Ok, uso questa scusa come alibi, lo faccio dai tempi in cui facevo cagare nel podismo. Adesso ho anche la chance di scaricare tutto sul nuoto, per questo ho scelto il triathlon!
Cmq, ci siamo divertiti, magnà ven magnà, bevest ven bevest, ciavà ven bevest!
Complimenti ad Azz per la sua ora e 13 minuti (e per aver scelto un luogo con i cessi gratis, in modo da non consentire la vendetta della Venice Marathon…), e complimenti a tutte e tutti ragazze e ragazzi del 6.15 che hanno gareggiato in questa due giorni di allarme idrico.
Per quanto mi riguarda, a 36 ore, dopo docce, eau savage, terre d’ermes, prada infusion d’iris, due olii da barba… puzzo ancora di carpa. Ma la cosa mi fa sentire un vero uomo!
EVVIVA IL TRIATHLON!
EVVIVA LE CARPE!
FLR2019

Olimpico di Sirmione: errare è umano.

Tempus valet, volat, velat.

Con questa locuzione si apre l’ultimo straordinario romanzo dell’amica Ilaria Tuti, Ninfa Dormiente.

Cosa c’entra con quello che sto per scrivere?

Una fava. Ma volevo iniziare da subito con le citazioni colte. Perché ieri, 22/06/2019, il triathlon olimpico http://oakleytriosirmione.it non è stato solo una gara (infernale), ma una gradita occasione per approfondire dei temi culturali e filosofici che ormai stanno alla base della spettacolare squadra 6.15 triathlon di cui mi vanto di fare parte.

Fino a ieri.

Perché temo che faranno a pezzi la mia tessera.

Detto questo, signore e signori, si va in scena!

Ok, as usual, della gara scriverò giusto due cazzate. Perché le vere attrattive sono il prima e il dopo, con i perigliosi personaggi che si celano in questa storia, e i sordidi particolari che ne accompagnano la narrazione.

Ora, consideriamo da subito una cosa: terzo triathlon a cui mi iscrivo, terza volta che il meteo pare dover scatenare roba che nemmeno una tempesta ormonale di un bassotto in calore genererebbe.

Sto valutando di candidarmi a iscrivermi a gare in paesi che soffrono la siccità, sarà la volta che finiscono inondati.

Comunque, questa cosa comporta dei problemi organizzativi, perché da tre mesi con FFIRONMAN® stiamo pianificando la gita al lago con le famiglie. E anche questa volta salta tutto. FFIRONMAN® la prende bene, si limita a pestare un paio di nordic walker lungo le mura. Io la prendo peggio, tanto da presentarmi a casa sua venerdì sera nella speranza che allunghi la sua mano pietosa verso il mio capo chino e mi dica: “stiamo a casa a bere”.

Invece niente, nei suoi occhi non c’è pietà, dice solo: “Niente famiglie. Andare con altri.” Prende il telefono e lo sento sussurrare delle cose. Riattacca. Ci diamo appuntamento davanti a casa mia (il parcheggio è stato nominato Piazza Oca Gatto) alle 9. Poi il programma è a sorpresa.

Alle 7 di mattina su Treviso scende tanta di quell’acqua che le rane fissano il cielo mandandolo in culo, gli uccellini invece di cantare gorgogliano, mia moglie mi guarda impietosita.

Io mi alzo, faccio le mie cose ed esco di casa mentre la pioggia si è fermata. La FFMOBILE è pronta, carichiamo le bici ma, prima di partire, intavoliamo una interessante discussione su Bertrand Russell: FFIRONMAN® si rivela molto interessato alla filosofia del mondo moderno e, ispirandosi alle teorie del filosofo gallese, mi introduce al fatto che la giornata sarà virtuosa perché non finalizzata al riposo dal lavoro, ma a un’attività ludica. Mi introduce, dicevo. Ecco, nella giornata di ieri molte cose si sono introdotte in me. Ma proprio tante.

 

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Comunque si parte, direzione Varago, dove accostiamo davanti a una casa, accanto a un furgone. E qui, finalmente, si svela la prima parte del mistero del viaggio. Come mio costume, occulterò in qualche modo il nome dei vari personaggi, per salvarne la dignità. Quindi mi limiterò a definire Devis Gnomo il personaggio che, con un sorriso a 34/35 denti, sta caricando il mezzo per partire.

Sento che la giornata sarà proficua dal punto di vista della disquisizione filosofica, e me ne convinco quando vedo spuntare un omino tutto compatto che avvicina la sua bici al furgone. Viaggio in 4 amanti della filosofia, sarà bellissimo!

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Prendiamo posto sul mezzo detto  il CAMIO™ e si parte.

Devis Gnomo ci svela subito di avere un rapporto complicato con la guida: nel senso che il CAMIO™ pare non avere i freni e la modalità di accelerazione non sia modulabile ma on/off: 0/170km/h

L’acqua scende che è un piacere, la a4 è il consueto merdone di code e cantieri.

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Ma le note positive iniziano con il sole che spunta e l’affiancamento di due auto popolate da colleghi triatleti dell’altra società trevisana, trevisotriathlon.

Sorrisi e saluti dai finestrini attorno ai 180km/h, io che vedo la mia vita scorrermi davanti agli occhi, appuntamento al primo grill per un caffè.

Quando ci fermiamo accade qualcosa di curioso: dalle auto scendono non 2 ma 4 personaggi (anche qui andiamo con nomi di comodo): TL è un curioso ometto riccioluto con uno sguardo interrogativo dietro gli occhiali, mentre ARMARON è un’entità attorno ai due metri, abbronzato con feroce sguardo azzurro.

Il punto è che scendono accompagnati da due bombabilissime creature (in termini filosofici, eh, non fisici) che danno un nuovo senso alla giornata. Quello tra di noi messo meglio sembra non veda una donna dalla seconda guerra mondiale, le battutacce da caserma si sprecano, la dignità maschile inizia a crollare. Ma riusciamo a gestire un caffè senza fare delle avances troppo spudorate.

Ripartiamo e il tema restante del viaggio è, ovviamente: filosfia!

Devis Gnomo e l’omino tutto compatto (che da oggi sarà il postino Pat) si confrontano su Hegel (sono molto preparati in metafisica) mentre FFIRONMAN® e il sottoscritto cercano di mettere in relazione le sue teorie con gli enunciati di Jean Paul Sartre: un viaggio lungo 200 anni sulle ali della filosofia! Magnifico!

Ok.

In realtà nessuno si ricorda come si chiamino le creature, quindi non possiamo smanettare in facebook e la cosa ci mette di pessimo umore.

Cmq arriviamo, parcheggiamo, scarichiamo le bici e iniziamo la preparazione.

Le zone cambio sono 2: nella prima (accanto al CAMIO™) si lascia la roba da corsa, nella seconda più in centro porteremo le bici. Ma prima si va a pranzo, e qui ci raggiungono gli altri di trevisotriathlon.

Chiaro che approfondiamo la conoscenza, soprattutto con le due povere creature che appaiono come sub in mezzo agli squali, e poi si torna a preparare il tutto.

Mentre stiamo per partire compare una 500 bianca. All’improvviso. E ne scendono due individui che portano una ventata esplosiva: un uomo serio e Raffa Kit Merda! SI SCATENA L’INFERNO!!!!!

Da lì, amiche e amici, sarà un delirio su tutto il fronte.

Soprattutto perché da quando molliamo le bici, alla partenza mancano oltre due ore. Cerchiamo un posto riparato e lo troviamo su delle panchine accanto ai cessi: un vento gelido, minaccia di pioggia, e Raffa Kit Merda che non ha un giacchino e bestemmia ibernato in body. Uno spettacolo!

Si sparge la voce che salti la frazione di nuoto. Io sono già in fase preorgasmica, che si trasforma in coito interrotto quando la speaker (sempre lei, quella gnocca di Bibione) dichiara che si andrà in acqua.

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Perché quando arriviamo sul Garda, dimenticavo, non pare proprio amichevole: sembra più un atollo caraibico con i vulcani subacquei che stanno eruttando. Però… amen. Tocca nuotare. Muta facoltativa e le grasse risate al “facoltativa”.

Cuffia in testa, occhialini, e si parte!

Prima le donne, poi le cuffie oro (o merda, il colore è molto simile), poi le argento con FFIRONMAN® e Devis Gnomo, le azzurre, noi sfigati (il postino Pat e io) in verde, poi le bianche e quindi i vegetali.

1500 metri di Garda entusiasta non li auguro nemmeno al mio peggior nemico, rantolo ogni 100 bracciate. Prendo valanghe di botte ma, questa volta, le restituisco con gli interessi. Intanto parecchi mollano, vedo i motoscafi e gli acquascooter del soccorso tirare fuori un bel po’ di nuotatori.

Il percorso è stato modificato per sicurezza, ma nessuno si è ricordato di togliere paletti e attracchi. Non ne manco uno. Li becco tutti dritti in fronte.

L’ultimo bordo è complicato, la corrente ti sbatte verso riva, la gente picchia. Ma ce la faccio, seppur raggiunto da gran parte delle cuffie bianche. Fuori dall’acqua con un tempo che nemmeno un anziano sul materassino e via verso le bici.

Intanto nemmeno una goccia di pioggia.

Tolgo la muta mettendoci lo stesso tempo in cui mi faccio tatuare un tribale sul petto, salto in bici e via.

Ora, la bici la uso da poco, ma mi alleno con FFIRONMAN®. E sono anche abbastanza incazzato.

Mi attacco al primo treno, alla prima salita lo brucio e vado verso il secondo. Che brucio alla prima salita verso il terzo. E qui praticamente muoio, ma mi piazzo in scia in un gruppo di una decina di bici. Pedalata agile, velocità altina per i miei tristissimi standard e la frazione fila molto bene. Soprattutto perché verso il 37esimo km siamo in discesa, diamo giù come dei killer quando, sulla destra, vedo il CAMIO™ e penso “ma come mai sono già così vicino?”. Scopriamo a nostre spese che la frazione finisce lì, inchiodiamo come degli ossessi e riusciamo a non ammazzarci.

Intanto nemmeno una goccia di pioggia.

Cambio veloce e via di corsa con le gambe che vanno alla grande. Almeno i primi 6 km, poi inizio a sentire la fatica, soprattutto perché incrocio tre volte un addio al nubilato e l’alito alcolico delle ragazze tende a stordirmi.

Ultimi 400 metri, vedo sbucare a bordo strada FFIRONMAN™  e Devis Gnomo che mi si affianca e parte come un mig dicendomi “dai, ora aumenta!”.

Soffoco un paio di porconi, ultima curva, urlo come un pazzo e BOOOOOOOM!

Sfangata anche questa! 2h39m, inimmaginabile alla viglia. E anche durante la gara, a dire il vero.

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Tralascio i dettagli del bus navetta per andare a vivere le fasi di parabola discendente della giornata.

Intanto nemmeno una goccia di pioggia.

Tornati al CAMIO™, Devis Gnomo sfoggia una tanica da 25 litri con una pompetta e doccina. Credetemi, cose brutte in vita ne ho viste, scrivo noir e conosco il lato marcio del mondo. Ma vedere FFIRONMAN®, Devis Gnomo e il postino Pat seminundi che si insaponano in mezzo a un parcheggio, è tipo un libro di King, roba che IT è una favola per bambini.

Compare anche Raffa Kit Merda con l’uomo serio e ne escono di tutti i colori. Con estremo giubilo apprendo che anche oggi sono l’ultimo, ma ormai la mia digintà è andata a farsi fottere da tempo.

Saluti e baci, Devis Gnomo dichiara: se partiamo subito, in un’ora e un quarto siamo a casa.

Ecco. Non mente.

Io riesco anche ad appisolarmi, mi sveglio solo quando il postino Pat sta guardando le classifiche e, come dei maniaci sessuali, cerchiamo di capire come si chiamino le creature di trevisotriathlon per andare a stalkerarle sui social. Dispiace per loro, ma questa volta abbiamo successo!

Intanto FFIRONMAN® mi chiede di usare il mio telefono per chiamare  la moglie (chiede…): digita il numero, preme invio, e scopre che ho il suo numero in memoria.

Oggi vado a comprare l’iphone nuovo.

Parabola discendente, dicevo. Perché il viaggio si conclude in un pub vicino a casa di Devis Gnomo. A bere UNA birra.

Quando chiediamo il conto, lo sguardo dell’oste è imbarazzante: ci siamo seduti alle 23, e alle 23,40 paghiamo: 4 toast, 10 birre, 8 whisky.

Bene ma non benissimo.

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In qualche modo arriviamo a casa, in qualche modo scarichiamo il CAMIO™ in qualche modo ricarichiamo e partiamo.

La scena conclusiva, quella in cui prendo la mia residua dignità e la butto nel secco non riciclabile, si manifesta sulle scale di casa: mia moglie mi compare davanti in pigiama all’una e mi fissa. Io non capisco il perché. Solo dopo un minuto realizzo che sto tentando di salire le scale con zaino, bici, giacca in mano, casco che sbatte ovunque mentre smadonno ad alta voce.

Sono momenti.

Insomma, andata anche questa.

E, credetemi (si, lo so, è difficile) mi sono divertito! Soprattutto per il pre e il post, soprattutto per l’allegra brigata con cui ho condiviso questa avventura.

Due anni fa ero a Sirmione e fissavo il lago sul lato della darsena. Pensavo: va che acqua di merda, magari qualche mona ci fa anche il bagno.

Ecco.

Le cose cambiano, solo una rimane costante: il mio ultimo posto!

Grazie FFIRONMAN®, grazie Devis Gnomo, grazie postino Pat! Appena mi passa la pigna di alcool, ne pianifichiamo un’altra! Di pigna.

Evviva il triathlon!

Evviva 6.15!

Evviva l’atleticagastronomica™!

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BB.ONE il mio primo triathlon olimpico

Una delle domande più frequenti che mi vengono poste, parlando dei miei libri, è: ma ti ispiri a fatti realmente accaduti?

Ecco… magari nei libri no, ma diciamo che da qualche tempo ho capito che se voglio scrivere davvero bene il noir, raccontarne la sensazione di dolore, di irrequietezza, di sofferenza, il dolore lo devo vivere.

Ed eccoci qui: ho deciso di fare un triathlon olimpico.

Cioè… deciso… facciamo un passo indietro, va.

Dopo i miei multipli fallimenti nel mondo del podismo, qualche tempo fa, preso da uno sconforto che nemmeno Salvini quando gli hanno fatto fuori Siri, decido di tentare la via del triathlon. Il ragionamento è molto semplice: se fai una maratona con tempi indecenti, è solo colpa della corsa.

Se fai un triathlon indecoroso, puoi mettere giù la scusa che uno dei tre sport è andato in culo, ma gli altri due hai fatto una gran gara. E ti salvi la faccia.

Il mio esordio risale al 22 settembre, per uno sprint a Jesolo. https://fulviolunaromero.wordpress.com/2018/09/24/jesolo-e-il-battesimo-del-triathlon/ Mi diverto un botto, comincia ad appassionarmi, così mi alleno durante l’inverno (con la pausa per la maratona di Firenze) https://fulviolunaromero.wordpress.com/2018/11/26/maratona-di-firenze-2018-pasiniromero-show/ e dico: in primavera faccio lo sprint di Bibione e poi FORSE provo l’olimpico di Sirmione.

Nel frattempo mi tessero con 6.15, una manica di folli vestiti di blu. E prendendo parte al gruppo whatsapp comincio a fare due considerazioni:

  1. quando scrivendo noir non so come descrivere l’assassino, qui ho un sacco di spunti
  2. ma sai che quasi quasi ‘sto olimpico lo faccio davvero?

Il tutto lo sistema sempre lui, FFIRONMAN®. Un mese fa mi scrive ‘accidenti, non riesco a fare l’olimpico di Caorle perché ho una comunione. Magari vediamo, potremmo andare insieme a Bibione.’

Il tono è delicato, non è da lui. Annuso la trombata.

Passa un minuto.

‘Perché non fai l’olimpico di Bibione?’

Io comincio a sudare e a inventare scuse.

Sento un rumore alla finestra.

La lepre sanguinolenta che mi è stata scagliata contro il vetro della cucina è un segnale.

Mi iscrivo all’olimpico di Bibione. E da qui, amiche e amici… cominciano i cazzi.

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La vera premessa, però, arriva in settimana: martedì mia moglie mi chiama e mi dice: ‘amore, hai pagato la polizza vita, vero?’

Incoraggiante.

Sorvolando sulla fase preparatoria, andiamo alle vicende serie della gara.

Secondo gli esperti, un maggio così piovoso non si ricorda dal 1319. Avanti Cristo. I pinguini sono ancora per strada e gli orsi in letargo. La stagione sciistica pare andrà a chiudersi a metà luglio, le rane si stanno riproducendo anche in mezzo alla strada, quando sbuca un raggio di sole la gente si chiede cosa cazzo sia tutta ‘sta luce.

In questo quadretto la FFMOBILE® si piazza davanti a casa mia alle 7.25 di un allegro sabato mattina per partire. Io che mi tocco le balle sperando che salti la frazione di nuoto, FFIRONMAN® che carica le bici a petto nudo cantando Sonne dei Rammstein.

Ma lui non sarà il solo personaggio interessante di questa giornata e, come mio costume, per salvare la dignità dei partecipanti a questo racconto, sceglierò nomi di comodo.

A Silea ci troviamo con uno dei due esordienti di giornata: lo chiameremo Lucrezio.

Perché dopo 3 giorni che FFIRONMAN®  mi dice che ci troviamo con Nicola, e io chiedo ‘Nicola chi?’ e lui mi risponde ‘il papà di Lucrezia, quella che era a scuola con i nostri’, si arriva facilmente a questo.

In un clima di generale rassegnazione si parte verso Bibione dove è fissato l’appuntamento con il personaggio misterioso di giornata, l’altro esordiente: Luca. Che ci aspetta a Bibione, ma che crea un problema: per qualche motivo io mi convinco sia Luca di Abano. Ma il tenore dei messaggi          ‘vegne do subit’, oppure ‘des no piove ma ha piovest’ o ‘spachene tut’ ci fa meditare sul fatto che non sia proprio di Abano, forse un altro migrante partito a inseguire il sogno con la sua valigia.

Infatti quando arriviamo a Bibione e lui emerge da un portico scopriamo che non è di Abano ma di Vittorio Veneto, e che io non ho capito un cazzo.

Da lì il suo nome sarà: Luca Aba.No

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Luca Aba.No e Lucrezio sono all’esordio assoluto, io con il mio sprint mi spaccio per veterano. Dopo aver raccolto i pacchi gara, essendo che mancano quasi tre ore, ci sediamo in un bar e cominciamo a discutere. Scopriamo subito una grande passione comune: la filosofia!

Luca Aba.No appare subito affascinato dalle teorie di Diogene di Sinope e si ispira alle sue enunciazioni sulla mancanza del bisogno, sull’accontentarsi. Lucrezio, in effetti, citando Zenone di Cizio gli risponde che la mancanza di esigenza deriva dall’accettare tutto ciò che la natura ci riserva.

Io parlo di Epicuro, FFIRONMAN® si avvicina menzionando di Protagora, suo favorito, cercando di sottolineare che tutto ciò che misuriamo dipende da noi.

La discussione sale di tono, quasi si arriva allo scontro, quando tentiamo di convincere Luca di Aba.No del fatto che Diogene esprima dei concetti che possono richiamarsi a quelli di Siddhartha, perché è il superamento dell’IO che porta all’assenza di aspettative.

Luca Aba.No batte il pugno sul tavolo e dice: ‘Siddhartha l’era un Budista, Diogene di Sinope l’è un post socratico. No sten mescoear a merda co a ciocolata!’

La discussione si chiude così, tra un cappuccio e una brioche.

Ok, in realtà abbiamo parlato di figa per due ore.

Tutti tranne FFIRONMAN® che, in quanto tale, è assessuato.

E restando in tema di sessi e diversity, quando arriviamo in zona cambio troviamo altri interessanti elementi del 6.15: si comincia con Paolo Magno Rossi (tra l’altro intervistato da quella bonazza della speaker), accompagnato da Paolo Occhi di Ghiaccio Pasin. Accanto a loro un curioso personaggio. Che lasciamo lì, ma che troveremo più tardi.

Tutti maschietti, insomma. Cioè, a guardare il mio armadio e le mie creme corpo, qualcuno potrebbe esprimere dei dubbi, ma mi attengo all’anagrafe e va bene così.

Insomma, indossiamo le mute, si ride e si scherza, e si va a sentire l’acqua. Non si ride più.

Non è fredda.

Cioè, dire ‘fredda’ non rende l’idea. E’ più tipo Piave, per capirci. Tra l’altro con la stessa corrente.

Quando l’acqua mi arriva alle ginocchia medito il ritiro. Quando mi immergo medito il suicidio.

Ma poi penso: e domani che cazzo scrivo?

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Insomma, tutti pronti: si va alla partenza. Prima le donne in cuffia fucsia, poi i forti in cuffia color… diciamo oro, dai, anche se tende a richiamare più un disagio intestinale.

E poi noi, in cuffia argento.

Mentre sto entrando in griglia accadono due cose: in primo luogo mi avvicina il curioso personaggio di prima. Un omino tutto compatto, con lo sguardo feroce dietro l’occhialino appannato. Dice solo: ‘Io sono Alessandro’. E io tremo tutto.

Poi, un secondo prima del via, Paolo Magno Rossi mi si affianca e mi dice solo ‘non farti mai prendere dall’affanno.’

 

VIA!

Entro in acqua, tre bracciate e mi prende l’affanno.

Insomma, un freddo porco, sbatto contro altri nuotatori, alcune foche e un iceberg.

Le boe sono lontane anni luce, le correnti mi spostano di continuo, io sto già pensando a chi porterà a spalla la mia bara.

Inizio a pensare che ci sia un complotto, che in realtà le boe non siano ancorate e si spostino verso Chioggia, tendo le orecchie per sentire se qualcuno parla dicendo ‘te speto fuoooora!’

In qualche modo arrivo alla prima boa, giro e via con corrente a favore. Schiaffi, calci, bestemmie. Il bordo lungo è infernale, penso al fatto che a quell’ora potrei essere a casa a sfondarmi di alcool guardando un porno, ma avanti. Al secondo giro di boa sto facendo il mio 300esimo metro a rana con la testa fuori. Accanto a me sbuca una testolina. Un omino tutto compatto. Alessandro mi fissa. Sorride. Poi scompare tra le onde.

Alla terza boa mi giro: dietro di me tipo 3 persone. Penso che sono terz’ultimo. Mi incazzo. E riesco a fare quasi 30 bracciate consecutive schivando un paio di merluzzi che hanno sbagliato strada.

Fatta l’ultima boa, dopo aver recuperato qualche posizione, con l’acqua che mi arriva al naso inizio a camminare mentre gli altri nuotano. Riesco, in qualche modo, a riemergere. Ma ‘sta cazzo di spiaggia è tutta inclinata verso sinistra di almeno 45 gradi e centrare l’arco di uscita pare un miraggio. Mi trascino alla zona cambio senza sentire i piedi ibernati.

Una volta arrivato qui penso sia scoppiata una bomba: la zona cambio è deserta. Poi mi ricordo che sono più o meno terz’ultimo.

Mentre tento di levarmi la muta (devitalizzarmi un dente da solo pare più semplice) alzo la testa: davanti a me un omino tutto compatto che mi fissa.

Iniziamo a parlare per conoscerci meglio. Anche Alessandro ama la filosofia, anche se è più vicino a Eraclito. Ne parliamo approfonditamente. Infatti la nostra transizione dura quasi 4 minuti.

Con le mani gelide fatico anche ad allacciare la cerniera del giacchino antivento. Una figata.

Ma si va, in due, e cominciamo a spingere. Mentre usciamo sfrecciano i primi che hanno già fatto il primo giro di 10 km. La mia autostima va a farsi fottere.

Comunque via, ci attacchiamo a un treno, poi un altro e la frazione di bici ammetto vada via liscia, quasi senza affanni.

Al rientro in ziona cambio non mi si sgancia la scarpa e rischio di ammazzarmi. Poi sbaglio posto  e mi incazzo con il giudice perché mi hanno fregato la roba. Il suo sguardo pietoso mi dice che sono 30 posti più in là.

Su le scarpe da corsa, via la giacchina e parto nella frazione in cui mi trovo meglio.

Il percorso è carino, incontro praticamente tutti i miei compagni di squadra. Il problema è che sono tutti in direzione opposta, nel senso che mi stanno per doppiare.

Il primo a farlo è Lucrezio, corre come uno dei centri sociali che scappa dalla celere, chiuderà con un tempo devastante. Poi intravvedo Luca Aba.No con il capello biondo fluente stile Joey Tempest degli Europe. Quando vedo sague a terra capisco che è passato FFIRONMAN®, incrocio anche Paolo Occhi di Ghiaccio Pasin, Paolo Magno Rossi e un omino tutto compatto che mi fissa.

Ma devo dire che le gambe vanno. Anche le bestemmie, sia chiaro, però il percorso è davvero carino lungo una laguna e accanto al bosco. Così mi passa.

Quando mancano due km vengo affiancato da un tizio che mi fa: ‘siamo sotto le 3 ore?’

Guardo il gps e godo come un riccio: stando così sarò anche sotto le 2.50 che era il mio vero obiettivo (a parte sopravvivere, beninteso). In quello, dagli alberi sbuca una roba azzurra: FFIRONMAN® sta tornando indietro. Tra i denti un pezzo di un cighiale che ha appena ucciso, mi dice ‘così faccio qualche km in più’ e mi si mette accanto a tirarmi. MALEDETTO!

Continuo deciso, ci credo.

Ormai manca poco e avrò portato a casa un olimpico. Roba che un mese fa mi sarei messo a ridere.

Via, ultimi sforzi, c’è l’arrivo con la speaker gnocca che mi aspetta.

BOOOOOOOOOM!

Ho fatto un olimpico!!!!!!!!!

Cioè…io! Capite? Io!

Godimento a mille per me, ma anche perché la squadra ha fatto gran bella figura. E perché il tempo è stato clemente.

In effetti, prima di che si scateni l’inferno, riusciamo anche a fare la doccia.

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Baci, abbracci, birre, saluti a tutti e si riparte tutti felici come dei bambini. Tutti tranne FFIRONMAN® perché per lui la felicità è una perdita di tempo.

Piccola nota di colore sul rientro: lungo la strada dietro di noi c’è Lucrezio.

A un certo punto non c’è più.

FFIRONMAN® gli telefona e lui non risponde.

Già vediamo i titoli sul gazzettino di domenica ‘tiratleta ubriaco si schianta contro pullman di tedeschi’. Ma non vediamo ambulanze in senso opposto, nello specchietto non si vedono fiamme… insomma, dopo un po’ ci richiama, per fortuna. E torniamo tutti a casa sereni con l’adrenalina a mille.

 

Allora: figata! A parte il fatto che il numero adesivo su braccio e gamba è una roba fantastica ed è l’unico vero motivo per cui mi sono dato al triathlon (a parte il body con il nome), non guardo i tempi. Non sono un problema. L’ho portato a casa e, soprattutto, mi sono divertito. E, a giudicare dagli sguardi all’arrivo, si sono divertiti tutti.

Ringrazio di cuore l’intera truppa per la giornata, la compagnia ha fatto la differenza.

Oggi riposo, reidratazione (ho ‘sta mezza cassa di Ipa da finire) e poi pronti per Sirmione.

SPACHENE TUT!

 

FLR2019

La corsa della Bora atto Terzo

Errare è umano, perseverare è diabolico.

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E proprio per questo, per il terzo anno consecutivo, l’atleticagastronomica® ha deciso di onorare la festa dell’Epifania partecipando (anche se a ranghi mooooolto ridotti) alla fantastica Corsa della Bora, o S1 Trail. (www.s1trail,com)

E chissà dove si svolgerà questa manifestazione… (tra l’altro, Epifania significa manifestazione, così per dire che non è che sia proprio ignorante, eh!)

Il gruppo, dicevamo, si propone a ranghi molto ridotti: io.

In realtà mi accompagna, per appunto il terzo tentativo, Giulianik, il membro triestino dell’atleticagastronomica® le cui gesta avete già imparato a conoscere. E lo fa tornando alla corsa dopo mesi e mesi di stop forzato, giusto con una quindicina di km nelle gambe. E con la sentenza: eh, stavolta arrivi prima di me.

Si.

Come al solito.

Insomma, approfittando del fatto che si corra di domenica, e ricordando il mio grande amore per Trieste nato dagli anni in cui ci h vissuto, la famiglia Romero, stoccando il consueto standard di bagagli idoneo a stipare un barcone, raggiunge il capoluogo giuliano ( o capoluogo Giulianik) il sabato per l’ora di pranzo. E, non contenti, con Paola e Coso ci spingiamo in terra straniera. Di ben 200 metri (siamo veneti, abbiamo paura ad allontanarci troppo) fino alla celebre Pivovarna Flora dove ci sfondiamo di cevapcici e calamari ai ferri. Spesso nella stessa portata. Considerato poi che si tratta di una birreria, lascio immaginare il mio stato di idratazione.

Rientriamo in patria con il timore che Salvini ci respinga e raggiungiamo il nostro hotel in centrissimo. Passeggiata, capo in bi, rissa nei pressi di negozi in saldo e arriva l’ora di cena.

Come da tradizione, la sera precedente la gara si fa il carbo loading in casa Giulanik. Sua figlia e Coso, che vivono una sorta di storia d’amore a distanza (e, considerate le età, possiamo dire che Coso punta le Milf) attendono la Befana. Noi anzia… ehm, adulti, creiamo dei seri problemi alla cantina. Commovente il momento in cui fisso Giulianik e pronuncio una sola parola: whisky.

Nonostante i due kg in più con cui vado a letto, tutto procede per il meglio.

Prima di uscire, Giulianik mi consegna il pacco gara che, a dire la verità, è in modalità molto istriana (per chi non lo sapesse, gli istriani sono noti per essere… oculati nelle spese): una maglietta a maniche lunga (sia mai che si dica che non spendiamo in tessuto!), un sacchettino di tela. E il pettorale.

Ecco. Teniamolo lì, il pettorale.

Cambio di scena.

La mattina è serena e freschetta, il cielo è limpidissimo e la cosa mi piace un sacco: la prima volta che corremmo qui fu stupendo, con temperatura a -6 e bora feroce. La seconda con 11 gradi e pioggerellina che rendeva il percorso come uno scivolo. Oggi pare tutto perfetto.

Colazione in hotel in cui lo strudel implora pietà e via verso la partenza!

Prima di uscire apro il pettorale e lo indosso orgoglioso. Tutto perfetto, mentre mi guardo allo specchio. Quasi tutto, perché io avrei il 1456 ma il pettorale è 1356. E, invece di Alessio c’è scritto Stefania.

Sono momenti.

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Coso percepisce la mia leggeratensione e si nasconde sotto a un tavolo.

Amen, troveremo una soluzione. Sempre che Stefania non corra in 1h20m, così faccio finta di nulla e mi becco la statistica da olimpiade.

Il servizio di navetta è affidato, come sempre, a Babbo Giualianik che, mentre risale via Commerciale a velocità Mach3, intavola un dialogo di cui riporto l’estratto.

Lui: – Ma te ga tatuagi?

Io: – Si. 10!

Lui: – Che mona che te son!

 

Sipario. La mia gara più chiudersi qui.

 

Comunque arriviamo all’obelisco, parlo con gli organizzatori che mi dicono di rivolgermi ai cronometristi all’arrivo, Giulianik e io veniamo presi per dei maniaci perché guardiamo il pettorale di tutte, e si sa che viene indossato ad altezza inguine…

Ora, la S1 Trail, che è una gara di bellezza straordinaria, si svolge su 4 distanze:

-gli amatori hanno 8 km, partendo più o meno da… 8 km dal traguardo

-noi finti trailer facciamo 21km, partendo da Opicina

-i veri trailer ne fanno 57 partendo dalla Slovenia

-i potenziali serial killer (73 psicotici da non incontrare in un vicolo buio) ne fanno 164 partendo più o meno dalla Turchia.

La sorpresa, però, arriva guardandomi attorno. Io so che Saluda Andonio e Piccolo Ottone stanno correndo la 57. Ma PM10 non mi aveva avvertito che avrebbe fatto la 21. Lo vedo lì, ramingo, triste, infreddolito. Ci mostriamo sorridenti il dito medio e siamo pronti!

Lo speaker, il grandissimo Gilberto Zorat, ci avvisa di prestare attenzione perché si parte e subito c’è una curva a gomito con la salita.

A gomito.

Nel senso che dopo 10 secondi ho già preso una ventina di gomitate e ne ho rese altrettante. Ma si va, in salita, giusto come biglietto da visita.

Giulianik si mette a broccolare tale Martina, che fa la 57km e ha un… sorriso da collasso. Soprattutto, dopo 36 km corre il doppio di noi.

Dopo mesi che non si allena, il ragazzo è cattivo come un vegano in macelleria. Io me ne vado con il mio ritmo placido, regolare come la batteria degli Ac Dc, facendo la mia strada. Ovviamente mi supera chiunque.

Forse anche colpa del mio outift: vuoi che si parlava di una partenza circa a 0 gradi, vuoi che non posso presentarmi per il terzo anno consecutivo con il gilet www.compressport.com , mi metto una bella giacchina www.Salomon.com  E dopo 100 metri sto morendo come se fossi alle Maldive.

La gara… che dire… lo ripeto ogni anno: è il trail più figo che abbia mai fatto!

Ti fai il Carso, passi coltivazioni e paesini congelati nel 1950, panorami mozzafiato a picco sul mare. Certo, non te li godi perché se sbagli a mettere un piede ti ammazzi, ma è tutto bellissimo. Poi scendi e corri in spiaggia e sugli scogli, rischiando spesso di morire. Un percorso molto, molto tecnico, con salite da spezzare il fiato e discese da spezzarele caviglie.

E gli ultimi 2 km ti spari una salita con la quale auguri la diarrea agli organizzatori. Ma è tutto talmente bello che passa via veloce. E, infatti, Stefania (cioè io) chiude a 2h34m56s arrivando 98esima assoluta (non so il psizionamento in categoria (categoria ibrida, ovviamente, perché la mia sessualità esce ben confusa dalla situazione.)) (notasi le due parentesi, in matematica avevo 5, mica merda!)

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All’arrivo ancora Gilberto, in piena come sempre (non so cosa assumi, ma ne voglio un po’!) e via a tagliare il traguardo entusiasti come bambini! Ovviamente Giulianik ben prima di me.

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PM10, dopo avermi superato felice all’inizio, sottovaluta la bastardaggine del percorso e si fa cogliere dai crampi, ma arriva bene lo stesso.

Momento cruciale mentre scattiamo i selfie e arriva la prima donna dei 164 km in poco più di 36 ore… e ancora peggio il momento in cui Giuliani e PM 10 si conoscono. Fuori dalle docce.  Come mamma li ha fatti. (tralascio lo spogliatoio con un centinaio di uomini nudi e sudati e 2 docce… sono scene che Stefania non vivrebbe bene)

Insomma, l’atelticagastronomica® si fa onore anche questa volta.

E se ne fa ancora di più a tavola dove ci scofaniamo gnocchi con il goulasch come non ci fosse un domani. Sotto lo sguardo attonito della cameriera ogni volta che Giulianik e io ordiniamo una birretta. Birretta. Piccola. Secondo i canoni di Gulliver.

Dai, andata anche questa e con un tempo che non mi sarei immaginato. Lo scorso anno c’era stato un piccolo problema, con una deviazione non segnalata che mi era costata 3 km in più e un fondo scivoloso che mi aveva scagliato a terra una decina di volte. Il 2019, invece, mi ha riservato una gara davvero piacevole. Conitnuerò a consigliarla ad amici e/o parenti, perché merita davvero.

Ma questo solo dopo che avrò ricominciato a camminare e avrò ritrovato la mia sessualità. Per ora Stefania vive dentro di me.

Bene, mentre vado a levarmi il tacco 12, un urlo esce spontaneo: evviva l’atleticagastronomica®

Evvia il trail!

Evviva la Bora!

 

FLR 2019

Piccolo Manuale Sfigato del Running: #atleticagastronomica https://www.amazon.it/dp/1549586149/ref=cm_sw_r_cp_api_i_UtenCbJHA6MDF

 

9^ ProseccoRun: la falange emiliana.

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Presto, vai con i magneti, sei forte sai, se esegui la manovra di recupero.

L’atleticagastronomica® non si ferma mai.

Ok, oggi si ferma, in effetti, essendo giunta a chiusura la stagione sportiva 2018. Ma fino a ieri no! E la manifestazione che chiude la stagione, la gara “tana libera tutti”  è sempre lei: http://www.prosecco.run/ , una simpatica mezza maratona collinare. Al freddo. Umido. Tagliente.

E’ la nona edizione. Noi gastronomici ne abbiamo corse 4, e altre 2 le seguivo in moto ai tempi delle staffette. Praticamente la conosco come quel neo che ho nei pressi della natica destra. O sinistra. Boh, devo chiedere a Pasini. E già qui capite lo stato confusionale.

Proprio il re del noir di casa nostra mi accompagna ancora in questa ilare avventura tra le colline del prosecco e le cantine.

E questa volta decide di farlo con il botto: considerate le ormai già note defezioni degli atleti gastronomici (https://fulviolunaromero.wordpress.com/2018/11/26/maratona-di-firenze-2018-pasiniromero-show/), Giuliano Pasini rimpolpa le fila del nostro talentuoso gruppetto buttando sul tavolo una nuova realtà.

Infatti, la 9^ Prosecco Run vede la nascita della falange emiliana dell’atleticagastronomica®: la colonna Damiano David (per i vari riferimenti al suo marcato appeal nei confronti delle milf…) i cui due più noti (nonché unici) rappresentanti si presentano alla linea del via.

Cioè, in realtà, più che altro si presentano fuori di casa mia a bordo dell’auto di Giuliano. Con 14 minuti di ritardo. La mattina della gara.

Ora, si sa che non me la sono presa con gente che ci provava con le mie fidanzate/mogli, ma ho interrotto rapporti importanti per 5 minuti di ritardo.

Si sa che la mattina delle gare vivo di farmaci calmanti.

E questi? 14 MINUTI!

… e fremo a immaginarti tra i cateti…

Esco di casa leggermenteabrasivo quando, a bordo, noto i due nuovi personaggi inquietanti. Ovviamente, come al solito, li indicherò con i soprannomi per non lederne l’immagine. Li abbiamo già incontrati più di un anno fa, in occasione della Padova Marathon https://fulviolunaromero.wordpress.com/2017/04/23/padova-marathon-iononhopaura/: si chiamano Zac e Mengo.

In realtà i soprannomi potrebbero essere il Lungo e il Riccio. O Scrocchiazzeppi e Crispino. Potrebbero essere il cazzo che volete, ma è l’unico modo per distinguerli, perché entrambi si chiamano Luca e sono sposati con due Barbara. Alle 7.54 di mattina. Prima di una gara. Con 14 minuti di ritardo™.

La consueta crisi di orientamento mi coglie mentre tento di infilare lo zaino in bagagliaio.

Ma, una volta a bordo, decido di smetterla di sottolineare l’evidente ritardo (di 14 minuti™) e di godermi la giornata. Perché uno dei due sfiora i due metri e l’altro ha l’occhio poco amichevole.

E anche perché Pasini infila la statale (deserta) attorno ai 45/48 km/h, permettendomi di godere del paesaggio. Fino a quando è costretto a rallentare ulteriormente per aver agganciato il corteo dei partecipanti al raduno degli apicoltori a Spresiano.

E gli apicoltori sono tanti.

E viaggiano a 38 km/h su dei Doblò.

A bordo, nonostante i 14 minuti di ritardo™, ce la godiamo.

I rappresentanti della colonna Damiano David raccontano episodi importanti per farsi ammettere definitivamente nel circolo dell’atleticagastronomica®. Grasse risate quando Mengo racconta che a una maratona, verso la metà, ha bevuto vino rosso mangiando una decina di escargot.

Grasse risate, dicevo.

Poi scopriamo che è vero. E non ridiamo più. Per rispetto, timore e ammirazione.

Io mi diletto nel raccontare barzellette sui pastori sardi, Giuliano sembra Concato in “guido piano”, Zac fissa il vuoto con occhio torvo.

E, con una calma da fare invidia  a Padoan mentre spiega alla Castelli i fondamentali dell’economia con termini adatti a una seconda elementare, arriviamo al parcheggio.

Ora vai sul terzo piolo, ma bada che non entri in emostasi.

Ora, nelle 3 precedenti edizioni, il parcheggio era un disastro.

Oggi, nonostante l’evidente ritardo di 14 minuti™, siamo praticamente i primi. Inutile dire che vengo perculato per la successiva mezz’ora. Le cose peggiorano quando andiamo a consegnare le sacche e ci accoglie il silenzio assordante della palestra vuota. Cosa che, chi fa gare, sa che non accade praticamente mai, trovandosi a sgomitare bestemmianti tra braccia che scagliano borse.

Insomma, in un freddo importante ci muoviamo verso la partenza che, in questa gara, è a circa 1 km dal punto di ritrovo.

Il mio outfit è, ovviamente, all’altezza: maglietta x-bionic https://www.x-bionic.com/it-de a maniche corte nera (cortese omaggio della https://fulviolunaromero.wordpress.com/2017/10/23/latleticagastronomica-alla-lazzarettovenicemarathon/ ), gilet imbottito http://www.cmp.campagnolo.it/ita/ sul nero e acid green(#maquantocazzosonofashion), shorst https://www.salomon.com/it-itcon calzoncino interno a compressione testicolare, spiker x-bionic nero e acid greenbandana nera e guanti neri e una specie di acid green www.nike.com

E molto acid green è anche il bicchiere di vin brulè che ci scoliamo prima della partenza, giusto per fare le cose serie.

Perché Giuliano Pasini, in outfit Stabilo Boss Azzurro Fluo, e i componenti della colonna Damiano David in giallo modello “scontri sugli Champs Elysées, hanno stimato che questa gara sarà da correre “giusto per godercela”.

Io li conosco. Conosco Giuliano. Che palesa di voler ridurre l’aspetto agonistico di questa gara a una puntata di “Ok il prezzo è giusto”, ma sono certo griderà “100-100-100” durante tutta la corsa. Nonostante sia arrivato con 14 minuti di ritardo™, so che ha l’occhio della tigre. E so che gli altri due non saranno da meno.

A questo punto accade l’irreparabile: per un motivo che non ricordo assolutamente, finiamo per citare la canzone di Elio e le storie tese “Piattaforma”. E parte il primo PAM. PAM-PAM.

URCA! Guarda che pinolo! E’ già il secondo pozzo che mi intasi!

Con gli albori di attacchi di nausea causati dal vino caldo ci rechiamo allo start.

Solito casino, livello di passerina 3.7/5, personaggi inquietanti vestiti da Babbo Natale… e via!

Giuliano parte come la saliva durante uno starnuto: praticamente intravvedo l’Azzurro Stabilo Boss emergere e scomparire tra la moltitudine di colori. Zac e Mengo finiscono divorati nel bordello totale.

Io arranco fino a riprendere Giuliano per il nostro viaggio di nozze podistico. Lui urla PAM. Io rispondo PAM-PAM.

Con l’idea di recuperare i 14 minuti di ritardo™ (vi ho detto che sono sensibile alla puntualità?), spingiamo come degli stitici, almeno fino al settimo km. Perché lì finisce il bel percorso in pianura e inizia quello paesaggisticamente più bello, ma anche in grado di farti convocare un certo numero di divinità.

Si comincia a salire verso Follo, i primi runner arrancano e noi via! Con il carico di Firenze nelle gambe (e nei maroni) andiamo feroci.

Giuliano mantiene l’andatura costante e canta PAM. PAM-PAM.

I consueti e divertenti passaggi dentro ristoranti (con spiedo che ti gira davanti) e cantine ci trascinano verso il trionfo. Soprattutto, la voglia di vomitare il brulè stimola la prestazione.

Se ti attacchi a questa tubatura (questa qui?), tra un momento sentirai fluire l’antigelo paraflù.

Tra il km 11 e il 14 il tratto più difficile, con salite e discese anche marcate, e molti cambi di direzione (tipo la maratona di  Firenze, insomma). Giuliano allunga. Io non c’ho cazzi, per dirla in latino.

Al 15esimo si narra che Pasini si sia scofanato un prosecco. Io , memore del fatto che lo scorso anno sono arrivato al traguardo con l’idea di morire di lì a poco (questa volta sono serio, il prosecco non mi aveva fatto benissimo) tiro dritto.

Altre salite e altre discese, ma più brevi. Solo che è sterrato, o c’è erba.

Sento gente smadonnare. PAM. PAM-PAM.

Dal 18 si torna sull’asfalto ma lo si lascia subito per infilare un viottolo in mezzo ai campi. E qui… BOOOOOOOOOM!

Il nostro percorso si unisce alla non competitiva: la prosecchina!

E dove non c’è competizione… ci sono i nordic walker!

No, non ancora, che la temperatura è troppo bassa e io non posso sublimar.

Ora, fortunatamente FFIRONMAN™ è ancora infortunato. Perché, ci fosse stato, molti bambini non avrebbero visto tornare a casa le loro mamme.

Ora, amiche e amici con le racchette… ma stare in parte no? Cioè, se la difesa dell’Inter si schierasse come siete in grado di fare voi, potremmo giocare a 3 dietro e saremmo campioni d’Europa da 10 anni consecutivi a zero goal subiti.

E se le racchettine non le usate, le punticine provate a puntarvele verso qualche zona non vitale del corpo. Non indietro, per favore. Perché poi accade che mentre state attraversando un ruscellino, tutte tirate e felici, arrivi lo stronzo di Romero e che ci salta dentro di botto a piè pari annegandovi. E se ne va ridendo come un indemoniato e gridando PAM. PAM-PAM.

Insomma, ultima salita dopo il ruscellino, mentre le racchette mi hanno rallentato non poco, di nuovo sull’asfalto in statale. Ma io conosco il percorso… eh eh eh… e so che quella che dovrebbe essere l’ultima salita non lo è. Però lo dico a tutti. Perché sono bastardo!

Così quando arriva quella che è DAVVERO l’ultima, vedo gente implorare il meteorite.

Si, si… 14 minuti di ritardo™, non potete pretendere che io sia simpatico!

Insomma, ultima salita, all’ultimo scopro che l’arrivo è diverso dagli anni precedenti, ma poca roba: un paio di curve in più, un po’ di erba per terra… porca zoccola, un altro paio di curve e si arriva.

Personal Best sulla Prosecco Run! 1.52.48

E Giuliano quasi un minuto meno di me.

E la colonna Damiano David con ottimi risultati.

Nonostante i 14 minuti di ritardo™ ci rechiamo allo spogliatoio e entriamo in quello che pare un girone infernale: uomini nudi, fumo e fango.

La doccia è un piacere con almeno 5 che mi guardano per fottermi il posto, i doccianti si tengono il docciaschiuma con entrambe le mani e sguardo fobico.

Poi ci si sistema e si va.

Senti come grida il peperone, inequivocabile segnal.

Perché, per cementare la nascita della colonna Damiano David (e dimenticare i 14 minuti di ritardo™) si va con le famiglie alla Locanda da Condo a sfondarci di spiedo e calorie. E a bere giusto un bicchiere, insomma. In un trionfo di Barbara e bambiname vario.

Titoli di coda sul fatto che, mentre prima di partire decidiamo di fare una tappa fisiologica, scopriamo che un signore che è andato in bagno prima di noi, ha portato a termine una sessione di Cesso Estremo. Sono momenti che fortificano e uniscono! I bisogni fisiologici possono attendere davanti a quelli respiratori.

Insomma, la stagione 2018 si è chiusa alla grandissima. L’atleticagastronomica® ha portato a casa una bella riga di trofei, sia per i membri abituali, sia per i saltuari e associati. Parliamo di un po’ di mezze maratone, qualche trail, una maratona, un mezzo ironman (indovinate chi l’ha conquistato?) e un po’ di triathlon. E, nonostante questo, nessuna famiglia si è sfasciata (per ora).

Ora ci si riposa un po’ (anche per recuperare i 14 minuti di ritardo™) e ci si prepara a ripartire come cattivi come Master of Puppets, ma belli come un film con Malena Pugliese.

Intanto…

EVVIVA IL RUNNING

EVVIVA L’ATLETICAGASTRONOMICA

EVVIVA LA COLONNA DAMIANO DAVID

EVVIVA IL CESSO ESTREMO!

E buone feste a tutti!

Ciao papà! Ciao. Enzo.

 

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Maratona di Firenze 2018: Pasini&Romero show

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Firenze lo sai, non è servita a cambiarla
la cosa che ha amato di più è stata l’aria
lei ha disegnato, ha riempito cartelle di sogni
ma gli occhi di marmo del Colosso Toscano
guardano troppo lontano.

Ivan Graziani cantava una canzone triste triste triste, triste triste triste, triste triste triste, triste come lui. E qui, care lettrici e cari lettori, ci è mancato davvero poco!

Perché la http://www.firenzemarathon.it/it/ha rischiato di trasformarsi nella Caporetto dell’atleticagastronimica®.

Ma facciamo un passo (o più passi) indietro.

Dopo il disastroso secondo tentativo a alla http://www.huaweivenicemarathon.it/it/venicemarathon/2017 latleticagastronomica-alla-lazzarettovenicemarathon avevo dichiarato: mai più maratone!

E infatti… a giugno, l’unione podistica non ufficiale di cui faccio parte, decide di partire in gran delegazione per Firenze: vuoi che la gara si corre tardi quindi l’estate è liscia, vuoi che è l’occasione per sfondarci di ribollita e Chianti… come’è come non è, si decide. Alla totale insaputa delle mogli che prenderanno con grande filosofia la nostra decisione, comunicata due mesi dopo l’iscrizione, con biglietti e hotel già prenotati.

Io non ne posso più di portare a casa solo tapiri e medaglie di legno, così mi affido al coach Andrea Toso, autore di miracoli sportivi con materiale grezzo (leggasi: portare Pasini ben sotto le 4 ore), abbatto la mia nota arroganza e mi faccio portare per mano.

Idea interessante! Lo pensano tutti quelli che mi circondano, amici e parenti, colleghi o semplici conoscenti: praticamente mi demolisce. Durante i tre mesi di preparazione, nel corso dei quali esordisco anche nel triathlon jesolo-e-il-battesimo-del-triathlon faccio più km che con la macchina, a delle velocità che avevo sperimentato solo nel trangugiare birra.

Mi massacro, sputo sangue e bile, perdo 3 kg, ma comincio a vedere dei risultati seri.

Ma lasciamo lì la cosa per un attimo, perché in contemporanea accadono degli episodi, che il Cottolengo spostati.

A metà agosto, FFIRONMAN™ accusa un leggero fastidio al tendine di Achille. La sentenza del medico è implacabile: stai fermo un paio di mesi.

Inutile dire che non ci sono più notizie del medico e nemmeno di Achille. Per tre settimane i giornali pubblicano notizie su nordic walker che scompaiono durante le passeggiate domenicali, il terreno smosso nel giardino di FFIRONMAN™ non è per nulla rassicurante in merito.

Pasini è in gran forma: praticamente sotto minaccia accetta di accompagnarmi al trail del Vajont, https://www.percorsidellamemoria.it/, 25 km stupendi attorno alla famigerata diga. Stupendi fino al 18esimo, quando Giuliano mette male un piede e si procura una simpatica distorsione alla caviglia. Stop 20 giorni. A due mesi dalla maratona.

Io non ricordo sensi di colpa così da quando bucavo di nascosto il pallone dei figli dei miei vicini.

Il Dottor Gino Crocerossa si becca una sinusite deboradante scatarrotica due giorni prima.

Io ho un’idea brillante: 9 giorni prima faccio il mio dovere di socio Avis, e regalo mezzo litro di sangue ai bisognosi. Il coach tenta di uccidermi.

Insomma, le premesse sono una merda.

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Scusate, questa mia foto con la maglia dell’inter non c’entra.

Dicevamo…

Eppure, tornando indietro, il percorso di avvicinamento è perfetto: bene i primi due 21, benissimo il 30 insieme a Giuliano che, non si sa dove, trova la determinazione per tirare fino alla fine. Un disastro il lunghissimo da 35 che si chiude a 32 mentre dal 14esimo valuto di farmi venire a prendere in macchina. Alla grande l’ultimo lunghissimo con un bel 32 corso in totale relax. Insomma, la mia forma è alle stelle, il mio cervello anche e rischio di mandare tutto a puttane.

Per 9 giorni mangio più o meno le stesse proteine che ingoio in due anni, manca solo mi metta a sganocchiare delle costate crude in macchina mentre sono in giro per lavoro, e ho fatto tutto.

Pasini palesa calma, io sono un’intrattabile corda di violino. Per fortuna le ultime due settimane lavorative sono un macello, così ho modo di stancarmi più di prima.

L’ultima settimana, poi, è straordinaria: niente alcool per 7 giorni (NIENTE ALCOOL PER SETTE GIORNI, LO RIPETO) e a letto alle 21.30 tutte le sere. Con il circolo anziani che mi manda biglietti per invitarmi alla bocciofila.

Però si parte con il frecciarossa e si sbarca a Firenze. Dove diluvia.

Ricordo i suoi occhi, strano tipo di donna che era
quando gettò i suoi disegni con rabbia giù da Ponte Vecchio
“Io sono nata da una conchiglia” diceva
“La mia casa è il mare e con un fiume no,
non la posso cambiare”.

Il sabato pomeriggio (quello di passerotto non andare via) mi coglie una calma surreale. Una cosa che ancora oggi non mi spiego. Tipo che la nave è affondata in alto mare, e ormai posso solo nuotare fino alla riva.

Consueto scambio di 14.000 whatsapp con Giuliano per decidere il luogo di incontro e a letto presto.

L’ultimo mio messaggio dice: tranquillo, non prenderemo nemmeno una goccia!

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Domenica mattina, ovviamente, diluvia.

Ci incontriamo in piazza Madonna degli Aldobrandini, che solo a scriverlo con il correttore automatico vengono le crisi.

Giuliano si presenta accompagnato dal fido Zac, medico anestesista rianimatore. Che insieme a Gino Crocerossa è una garanzia per la riuscita della gara. O, per lo meno, per la  nostra sopravvivenza. Magari attaccati a una macchina, ma vivi.

Mi presento avvolto in una tuta di carta tipo RIS, con sopra il sacchettone anti pioggia omaggio dell’organizzazione. Il mio stato di metrosexual non uscirà facilmente da questo momento.

Entriamo nella nostra gabbia mentre due napoletani litigano di brutto con gli addetti alla security per prendere posto nella gabbia con non compete loro (molto italiano, come episodio). Diluvia più di prima. Dalle finestre dei palazzi si affaccia una ragazza con le poppe fuori, ed è l’unico momento sereno.

Tolto il costume da pirla, sfoggio l’outfit per l’occasione: shorts www.nike.com, spiker www.compressport.it neri come gli shorts, gilet nero https://www.sportler.com/it/lp/getfit, maglietta bianca e berretto nero https://www.underarmour.com/en-us

Bellissimo e fashionissimo. Soprattutto, senza pancera di lana! Minchia come mi sento arrivato!

Scopro solo in quel momento che siamo 9.000 partenti e mi chiedo come faremo attraverso le strette vie del centro. Lo capirò presto.

Lo sparo è alle 8.30 e alle 8.36 partiamo anche noi. Il nostro mini gruppo si disperde subito, di Gino abbiamo solo notizie telefoniche.

I primi 2 km di fatto ci si trascina immersi in una bolgia che nemmeno a San Siro per il derby. Scopro presto una cosa che mi accompagnerà per tutta la gara: i toscani parlano. E lo fanno a voce molto alta. In pratica è tutto un urlo che ti si scatena improvviso accanto alle orecchie.

Al terzo rischio di infarto, decido di isolarmi.

Si lascia il centro e sento che le gambe iniziano a prendere il ritmo, infiliamo il parco delle Cascine con entusiasmo anomalo quando, sullo stesso viale in senso opposto, incrociamo il gruppo di testa: dei proiettili con le gambe. L’entusiasmo scema di botto.

Intanto continua a diluviare. E i toscani parlano e urlano.

Avanti così, problemi zero. Mi faccio dei maxi trattamenti di pnl, corro conservativo attorno ai 5.40, deciso a dare il tutto per tutto gli ultimi 6. Si. Proprio.

Bello il passaggio al 13esimo chilometro, dedicato a Davide Astori, con una tabella viola.

Alla mezza ci arrivo in un attimo (nella mia testa), comunque attorno alle 2h01m, come da programma. Il passaggio in centro è affascinante per il tifo che ci martella incessante, ma è complicato dai continui cambi di direzione e il fondo da centro storico con pozzanghere da farci i tuffi.

Di nuovo fuori dal centro, direzione stadio, supero la teacher Barbara, insegnate di inglese di mio figlio, in total black e codine. Tento di fare il fenomeno e dire qualcosa in inglese. Per fortuna c’è casino e credo non capisca una cippa del mio delirio linguistico. Le gambe iniziano a farsi pesanti, ma il fiato c’è alla grande. Un giro della pista di ateltica e si torna per strada verso il centro. I toscani parlano. E urlano.

Qui mi affianca e mi supera un sereno Alberto Berna, partito dalle retrovie con Gino. Dichiara “no ghe a fasso pì” e parte come un mig. Tento di colpirlo ma è troppo veloce.

Arrivo al ristoro dei 35 in gran forma, a parte qualche dolore agli adduttori. Incrocio Pasini che sta facendo lo stesso viale in senso inverso, e che è abbondantemente davanti ai peacer delle 4 ore.

Finito di ristorarmi mando un vocale a mia moglie dicendo che va tutto bene e che prevedo di chiudere tra le 4.05 e le 4.10

Per questo canto una canzone triste triste triste triste triste triste triste triste triste triste come me, e non c’è più nessuno che mi parli ancora un po’ di lei, ancora un po’ di lei.

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Poi si torna in centro. E qui inizia la gara nella gara, e il mio lento e inesorabile declino.

Cattiveria dell’organizzazione che, al 37esimo, ti fa passare a 50 metri dall’arrivo, e poi ti ributta tra vicoli e vicoletti. Il fondo è un disastro, roba che un trail è una passeggiata. Ma gli altri vanno e ci provo anch’io, però le gambe iniziano a non rispondere.

Il fiato tiene ancora un paio di km, ma verso il 40esimo, mentre percorriamo per la novantesima volta un lung’Arno, anche la lucidità viene meno. Al ristoro butto giù quello che posso e riparto consapevole che anche le 4.10 saranno un miraggio. I toscani in gara, non so come, continuano a parlare e urlare.

Butto tutto quello che ho, cerco di spingere ma la velocità è in continuo calo.

Quando inizio a vedere le transenne e gli archi è un momento fantastico. Cerco i miei familiari e non li vedo, ma dal pubblico sento urlare un “sei bellissimo”  e scorgo una sorridente signora Pasini tra la folla.

Ultimo sforzo, segno della croce e madonne varie… ed è personal best!

Scoprirò poco dopo che Giuliano si è assestato sulle 4.03 e Gino poco dopo di me.

 

Che dire… sono molto, molto contento. E’ vero che avrei voluto chiudere sotto le 4 ore, ma è anche vero che il sogno era chiudere una maratona senza implorare il colpo di grazia dal 20esimo km. E questo è accaduto grazie al gran lavoro di coach Toso a cui va tutta la mia gratitudine. soprattutto, ho migliorato di 8 minuti il mio pb, fermando il cronometro su 4h12m14s

La gara è stata difficile: un percorso cittadino caratterizzato da molti tratti “andata-ritorno”, parecchi dislivelli e, come dicevo, fondo complicato (il vincitore ha chiuso a 2h11m), e la pioggia ha francamente rotto le balle.

Gara spettacolare in alcuni passaggi, noiosa in altri. Complessivamente, comunque, promossa.

Come promossa è stata la fiorentina da 1,3kg con cui ho parzialmente recuperato le energie spese.

Il mio grazie, oltre ad Andrea, va a mia moglie e mio figlio che negli ultimi 3 mesi hanno subito di tutto: la gara è solo la festa di fine allenamento (cit. Andrea Toso), il resto è una sfida contro te stesso e i tuoi impegni familiari e lavorativi.

Grazie di cuore anche a Giuliano che c’è sempre (è la terza maratona insieme, ormai potremmo anche deciderci a fare coming out), e complimenti davvero sentiti perché non ha mollato mai: noi scrittori di noir siamo dediti alla sofferenza!

Grazie ai toscani urlanti che mi hanno ispirato quello che potrebbe essere il seguito del https://www.amazon.it/Piccolo-Manuale-Sfigato-Running-atleticagastronomica/dp/1549586149/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1543254948&sr=8-1&keywords=piccolo+manuale+sfigato+del+running e grazie a chi sta lassù: il giorno in cui si celebravano le donne, due di loro (su 2 e 4 gambe) mi hanno sicuramente dato un’occhiata e mi hanno spinto a non mollare mai.

E’ andata, e con questa sono 5.

E, per la quinta volta, ho dichiarato “con le maratone ho chiuso”. Si dice ci sia ancora gente che sta ridendo.

Evviva l’atleticagastronomica®!

Evviva i toscani che parlano e urlano!

FLR2018

Firenze canzone triste – Ivan Graziani – YouTube

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La mezza di Treviso Atto V

Che dire… la mia prima gara è stata la prima edizione, ne ho corse 5 su 5, ho fatto tempi indecorosi e tempi per me ottimi, ho vissuto qualche leggera emozione… ma ogni anno è sempre un piacere e una grande scoperta.

I passaggi per la città, la Restera del mio Carlo Caccia, i sottopassi dove noi trevisani fottiamo i foresti passando sui marciapiedi… tutte cose bellissime!

Ma bando alle emozioni, andiamo con la cronaca di questo quinto atto (e ricordo sempre che il quinto comandamento recita ‘non uccidere’, da cui il titolo del mio quarto romanzo… che non si dica io sia un ignorante!), che ancora una volta ha visto l’atleticagastronomica™ protagonista… di una serie di sfighe che messe insieme fanno un album di Luca Carboni.

FFIRONMAN®: rotto.

Giuliano Pasini: rotto (per colpa mia).

Giulianik: rotto.

Accanto a me, in griglia, si schiera il Dottor Paride Trevisiol (agli atti Gino Crocerossa). Con la fascite plantare.

Accanto a me. Che esco da due giorni di febbre e tre con i bronchi pieni di qualunque cosa possa venire in mente.

Insomma, le premesse per l’ennesimo becero fallimento ci sono tutte!

Ritrovo alla partenza, prima dello start, con un motivo di gioia in più: viene a farci visita Massimo Ghedin, che tutti ricorderete non essere stato in forma cristallina esattamente un anno fa! ( https://fulviolunaromero.wordpress.com/2017/10/08/la-mezza-di-treviso-tutticonmassimo/ )

Ormai il gruppo è coeso, si è cementato. E con gli altri protagonisti di questa avventura, scattiamo una foto di gruppo con delle fashionissime magliette che ho fatto confezionare per l’occasione (e grazie a lotto.it per la fornitura!)

Mentre il Dottore e io ci avviciniamo alla nostra gabbia, silenzioso mi affianca Matteo Odiopuro Agostinetto. Silenzioso e guardingo. Ci osserviamo in cagnesco fino a quando mi dichiarerà di correre ‘solo’ la 10 km.

Il mio disagio cala (si ricorda ai signori lettori che il personaggio in questione corre una gara all’anno, si allena un mese all’anno, e mi dà 15 minuti all’arrivo… nel caso in cui qualcuno si domandasse da dove arriva il soprannome), selfie di rito e via!

No, non via. Perché ho delle missioni da compiere: in primo luogo andare a broccolare con TUTTE le donne che conosco (e anche con un paio di bei giovanotti, a dire il vero), in seconda battuta devo recuperare una svagata Sara Perlini, in trasferta da Verona, che decide di sfidare il destino puntando sulle due ore.

Raggiungiamo insieme una sgargiante Elena Selfie Sarzetto, pacer delle 2 ore, appunto. Presento le due ragazze, le invito a conoscersi meglio, per l’occasione si radunano anche alcuni affamati con i telefoni pronti… ma niente, il tutto si chiude in un trionfo di palloncini colorati mentre Elena urla “selfieeeeeeeeeeeeeeeee” a chiunque le passi attorno.

A me no.

Ne prendo atto.

Va beh, si va in gabbia. In settimana mi contatta PM10 chiedendo di correre con noi. Alla luce delle spiegazioni dello stato di salute in cui versiamo, non si presenta. Si dice sia disperso nelle retrovie.

E devo dire che l’abbinata Romero-Crocerossa funziona alla grande per crearsi lo spazio vitale in gabbia: tutti quelli che ci vedono, memori degli episodi passati, cambiano aria velocemente. Ancora un paio di minuti e avremmo potuto trovarci a partire per primi. Con distacco su tutti.

Ma si narra che lì, in prima fila, prenda posto il Sindaco Mario Conte, e tutti rimangano in rispettoso raccoglimento alle sue spalle. Partirà, lo sappiamo. Ma nessuno oggi sa dove sia finito, e questo silenzio istituzionale si sta facendo inquietante!

Mentre l’ex Sindaco Giovanni Manildo si narra abbia corso la 10km all’urlo “finalmente!!!”

Bene, inno nazionale e si parte!

Obiettivo, attribuitomi dal Coach Andrea Toso, è: no ‘sta morir.

Il primo km sembriamo Ronaldo (non l’imitazione attuale con il 7, il Fenomeno vero) che perfora le difese. Perché proviamo a cazzarci su un ambizioso 5.10 al km, ma scopriamo una cosa importante: la gente non capiscono una minchia!

Ci sono le gabbie? Hai un colore? Vai nella gabbia di quel colore.

Perché, amica, amico, se la tua gara consisterà nel tentare di arrivare al sesto km prima che faccia buio, e ti piazzi davanti a tutti, rischi la vita.

Ora, i miei limiti li ho, e molto molto marcati. Ma rispetto gli altri. Sono scarso e parto dietro, o almeno al posto che mi viene attribuito.

Questi no!

Parte qualche simpatico insulto, un paio di colpi tipo Tassoti nel mondiale ’94 e via.

Gino Crocerossa mi sta giusto quel metro dietro (vuoi mai…), e filiamo lisci fino al sottopasso di Via Ghirlanda dove, per l’appunto, gli habituè se ne vanno sui marciapiedi facendosi beffe delle matricole che si sparano una discesa e una salita da trail.

Qui il primo, inquietante, episodio: davanti a noi una bella signorina (si, con la maglia Aiino, cosa credevate)  sembra un salvadanaio in corsa: Miss Monetina colpisce! A ogni passo, le monetine e le chiavi nelle tasche, fanno quel rumorino appena appena fastidioso.

Si va in sorpasso pronti a scaricare le nostre ire. Quando la guardo. Mi sorride. La riguardo. Mi risorride…. Martina Ruzza, dopo questo episodio temo che la tua vita di runner non sarà più la stessa…

Avanti così tra gente che inizia a patire il caldo e altra che invece di depositare le bottigliette nei cestini le lancia nei fossi (aveste tre giorni continuati di diarrea, è colpa mia).

Il percorso, al solito è vario e piacevole. E’ bello uscire dalla città, arrivare in mezzo all’aperta campagna tra ville e filari, iniziare a sentire l’energia del fiume e seguirlo per tornare nel centro storico.

Qualcuno per strada cede, i soccorsi sono sempre tempestivi, ennesimo segno di organizzazione impeccabile. I soccorritori girano in bici tra i runners e tutti noi ci sentiamo più tranquilli. Soprattutto Gino che, stavolta, conta di chiudere la gara.

L’ambizioso ritmo di partenza è più o meno lì. Subisce un duro colpo quando, nel silenzio, tra me e Gino si infila una figura inquietante: Marco Bilme Biffis, l’usignolo della destra Piave, la voce dei nostri Royal Acoustic Live.

Ma ancora più inquietante è che ci saluta e va. Arriverà 4 minuti prima di noi.

Questa sera ci vediamo.

Temo da domani non correrà più. Non che io sia vendicativo o permaloso…

Insomma, via verso il centro, atmosfera bella con il pubblico che ci sostiene durante le fasi di rientro nelle mura. Strappetto in via Collalto, strappetto verso piazza dei Signori con il ritmo che sconta le temperature e cala leggermente. Dove ‘leggermente’ è un aggettivo molto variabile.

Si sbuca sotto le mura e rettilineo del traguardo!

Booom!

1.52.07

E, viste le premesse, è andata alla grande! Mi accoglie la grande Cecilia Bernardi, anima della gara. E, mentre mi saluta, accanto a noi un tizio comincia a vomitare. Uno spettacolo nello spettacolo.

Finale pirotecnico con fila di selfie con personaggi (femminili) noti e meno noti. Con giri a elemosinare dei buoni per la birra gratis, con secondo turno di broccolamento dopo il bianco totale del primo.

E in questa fase si fanno gli incontri interessanti: un Gianluca Sacilotto fresco come una rosa e sorridente come Berlusconi, accompagna verso il palco Ginevra Francavilla che va a prendersi il quarto posto femminile. Acchiappato con un tempo che non cito per questioni di pudore e per non distruggere questa immagine di nazione patriarcale.

Passa poi Marco Ganassin che mi dice “mah, oggi l’ho fatta lenta per mettere su km…” Cretino io che gli chiedo cosa voglia dire lenta. Anche a Marco suggeriamo gran dose di fermenti lattici.

E poi Elena Sarzetto che continua a correre in giro perché, generalmente, in due ore fa 30 km, e non riesce a farsi una ragione di questa cosa.

Insomma, famo un bilancio: lasciando stare i tempi che oggi mi interessavano davvero poco, le cose sono andate davvero bene!

In primo luogo ho scoperto quanta roba può produrre un polmone sotto sforzo, e nemmeno Piero Angela avrebbe saputo spiegarmelo.

Poi mi sono divertito, e credo si siano divertiti tutti. La mezza di Treviso è una garanzia di bellezza e di organizzazione.

Un anno fa le cose erano andate diversamente, ma oggi Massimo era lì con noi, si è fatto i suoi 10 km e questo è ciò che davvero conta, oltre ogni dimensione sportiva.

Il 14/10/2018 è stata, per la mia città, una festa grandiosa: gara, fiere di San Luca, Cartacarbone e altri festival. Una città viva, calda, colorata, entusiasta. Ed è stato bellissimo!

Un abbraccio ai miei concittadini che ieri si lamentavano ai semafori perché non potevano arrivare in centro in macchina e parcheggiare dentro ai negozi che avevano scelto, in piena tradizione trevigiana. Capisco il vostro dolore, è anche il mio. Fatevi una bella passeggiata che vi passa.

Un abbraccio a quelli che in Restera pedalavano in bici contromano, incazzati, perché dovevano per forza passare di là. Capisco il vostro dolore, è anche il mio. Fatevi una bella passeggiata che vi passa.

E un ultimo abbraccio a quelli che un anno fa, nella stessa occasione, e fino a giugno in ogni occasione simile hanno saturato i social di foto di auto in coda, e quest’anno hanno fatto finta di nulla. No, non pensiamo male… è più che probabile che la bellezza di questa gara abbia contagiato anche loro!

Evviva lamezzaditreviso.com !ea1a40e4-c48f-4893-a470-c7334d15d870

Evviva i residui dell’atleticagastronomica™

FLR2018

Jesolo e il battesimo del triathlon.

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Care adepte, cari adepti,

si lo so! L’attesa è stata lunga, ma avevo un libro da presentare (avete già comprato Prosecco Connection, vero???? https://www.amazon.it/Prosecco-connection-Fulvio-Luna-Romero/dp/8898451903/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1537817574&sr=8-1&keywords=prosecco+connectionoppure il piccolo manuale sfigato del running???? https://www.amazon.it/Piccolo-Manuale-Sfigato-Running-atleticagastronomica/dp/1549586149/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1537817614&sr=1-1&keywords=piccolo+manuale+sfigato), una famiglia, un lavoro, una band e la stagione podistica era praticamente ferma.

Ora riparte. Che, poi… podistica… ebbene sì! Il mio 40esimo anno di età è stato fantastico: si è aperto con la vittoria al Nebbia Gialla, e si è chiuso con un regalo stupendo: il mio primo triathlon!

Si, sono un autolesionista. Basti pensare che continuo a tifare Inter, si spiegano molte cose.

Ma andiamo a raccontare questa meraviglia del Ligerman Triathlon Festival di Jesolo! https://www.ligertri.it/

In realtà la storia inizia quasi 10 anni fa, quando facevo le motostaffette a gare di triathlon e pensavo “questi sono tutti deficienti, ma che vita priva di gioie devono avere per fare una gara del genere?” E prosegue a settembre dello scorso anno: leggo un interessante articolo sul triathlon, dove si narrano tutte le cose belle che regala. E penso “ma ti puoi immaginare…” Poi passo al paragrafo 2 dove si parla del fatto che ti scrivono i numeri sul braccio e sulla gamba. E la cosa mi intriga. Ma al paragrafo 3, quando scrivono “l’abbigliamento è veramente fashion!”, prendo in mano il telefono e scrivo a FFIRONMAN® “voglio fare triathlon!”

La sua risposta è un selfie appeso alla parete est dell’Everest, a quota 7300 s.l.m. in costume da bagno, con scritto “adesso non posso, ti scrivo più tardi”.

Comunque a dicembre, dopo aver vinto contro me stesso scendendo sotto 1h45m in mezza maratona a Palmanova, ritorno in piscina dopo 30 anni esatti: avendo fatto, da bambino, qualche anno di agonismo non proprio volentieri, solo l’odore del cloro mi manda in crisi. Ma resisto, vado dentro e nuoto. La prima volta non riesco a fare una vasca intera. Poi, piano piano, le cose arrivano. E la piscina comincia a farsi anche divertente. Va beh… divertente…

A Natale arriva la bici, la mia Kuota detta KUKU. E comincio le mie uscitine terrorizzato: è un trespolo leggero, fuori si gela, le macchine ti fanno il pelo e ogni sconnessione della strada salti.

Ma avanti, si procede. E inizia a farsi divertente anche quello.

Chiedo un consiglio qui, un consiglio lì, e la cosa si fa molto interessante.

A giugno, poi, il primo test vero: con Azz (lo ricorderete https://fulviolunaromero.wordpress.com/2017/10/23/latleticagastronomica-alla-lazzarettovenicemarathon/ ) mi tuffo entusiasta in uno dei laghi di Revine, e faccio la distanza completa. La puzza di luccio perca mi abbandonerà la barba dopo un mese.

Poi si replica nel lago di Santa Croce. E avanti.

Fino al giorno clou: 22/9/2018

 

E come si può pensare di fare l’esordio nel triathlon senza LUI?

Appuntamento fuori di casa mia alle 8.30

La sera prima suono con i Royal, bevo più birra che negli ultimi due mesi sommati, vado a letto all’una ubriaco, ma alle 7 sono in piedi. In anticipo. Mando un sms a FFIRONMAN® dicendogli che sono un attimo in anticipo; mentre scrivo vedo la FFMOBILE fuori dal cancello con LUI  che mi fissa con sguardo torvo mentre spiuma un fagiano appena catturato.

Esco taciturno, carico la bici, FFIRONMAN® fissa il cielo e grugnisce.

Cadono un paio di anatre. Le mette nel bagagliaio per lo spuntino e si va.

Sintetizzo al massimo quanto accade prima della partenza: accanto a noi l’auto di alcuni ragazzini giovani che sicuramente faranno una grandissima gara, almeno a giudicare dalla confezione di farmaci che si sparano giù (credo si tratti di roba per l’influenza, o forse per il mal di testa, dai!). Andiamo a bere un caffè a un chiosco studiando le spine delle birre per il post gara. Intanto FFIRONMAN®  e il titolare del chiosco si fissano… annusano l’aria… quando già temo il peggio, la sentenza è univoca: bora!

I due capiscono che a breve saranno cazzi. E ci beccano in pieno.

Metti giù la bici, sistema le tue cose e vai in spiaggia per entrare in acqua.

Quando lo speaker dichiara “muta vietata” in 399 bestemmiano. Uno esulta: io. Semplicemente perché dovessi togliermi la muta, probabilmente non chiuderei la gara prima del tramonto.

Il mare è incazzoso come Serse Cosmi, pericoloso come la diarrea con la tosse, invitante come una merda su un centrotavola. Ma soldi e paura mai avuti, e accanto a me c’è LUI. Che fissa le onde e scuote la testa.  Il vento tace. Il sole si affaccia. E una tromba suona.

Via la batteria femminile mentre 80 cuffie rosa si lanciano in acqua. Sottovalutando un attimino la corrente che le porta più o meno a 100 metri a ovest della boa… Tra le cuffiette rosa fanno bella mostra le gemelline Bortolotti che iniziano a menare le mani a destra e sinistra già dopo tre passi.

Mentre sto per cagar… ehm… valutare quanto sono teso, accanto a me si materializzano altre due figure di riferimento della mia veneranda età: il mio coach Andrea Toso, che sorride felice pensando al fatto di rischiare l’annegamento, e Alberto Bettiol, amico di vecchia data, in body modello “diversamente etero”, che allegro ricorda con FFIRONMAN® momenti in cui non sapevano se mai sarebbero riemersi dalle onde.

Sono al settimo cielo. Sto già meditando di andare al chiosco e chiudermi lì, quando squillano le trombe e si va!

Tutto quello che avevo pianificato salta dopo 10 secondi: mi metto in coda, aspetto che entrino gli altri, vado con calma. E col cazzo! L’adrenalina è a mille, si va! E sdeng! Mi schianto contro un altro atleta. Riemergo, cerco FFIRONMAN® e lo vedo mentre, placido, prende a schiaffi un paio di squali.

Il primo bordo, contro le onde, è un vero casino. Arranco, faccio fatica, ma vedere tutta la gente attorno che si arrampica sull’acqua e cade giù di là è una figata mostruosa (si, lo so, ho dei gusti di merda). Vista l’esperienza delle cuffiette rosa, tutti puntano a est, e la cosa funziona. Al giro di boa, per prendere la direzione parallela alla spiaggia, incasso tante di quelle botte che non ricordavo dai tempi del karate. Ma si va avanti lo stesso. Adesso la corrente è dalla nostra. Con le mani sento roba tonda e morbida. Per convincermi che non siano meduse mi illudo siano le tette di qualche concorrente femminile. Dimenticando che le donne erano partite 15 minuti prima.

A metà del secondo bordo un atleta taglia tra me e LUI da sinistra a destra. Poi cambia idea e taglia da destra a sinistra colpendomi. Purtroppo passa molto vicino a FFIRONMAN® che un filo di mestiere ce l’ha.

Beh, condoglianze alla famiglia. Era sicuramente una brava persona, un buon lavoratore, e salutava tutti.

Via dritti fino alla seconda boa, il fiato è quello che è ma non mollo. Per la prima volta sento LUI parlare, si gira e mi grida qualcosa a metà tra l’incoraggiamento e l’insulto. Mentre io sono alla canna del gas, lui nuota a dorso fischiettando, fa le piroette, salta come un delfino. Provo un pizzico di odio, ma tutto passa alla seconda boa.

Perché… eh eh eh… FFIRONMAN® è un volpone. Prima dell’inizio siamo andati a fare un bagnetto e ha studiato il campo di gara: ha notato che l’ultimo bordo, quello verso la spiaggia, non è dritto, ma dalla boa bisogna andare in diagonale verso destra, soprattutto tenendo conto che la corrente tira a sinistra. Decide (lui, io non c’entro) di puntare un palazzo sul lungomare e nuotare in quella direzione. Morale: mentre ci avviamo soli soletti, a 100 metri alla nostra sinistra ci sono almeno 50 nuotatori smarriti. E in spiaggia ne vediamo almeno altrettanti che corrono lungo il bagnasciuga per recuperare l’uscita mancata di un buon centinaio di metri. Le grasse risate. No, in realtà rido io. Perché FFIRONMAN® non conosce il significato di “risata”.

Fuori dall’acqua. Si va! Di corsa lasciamo la spiaggia, infiliamo la zona cambio e arriviamo alle bici. Provata e riprovata la cosa. Sono veloce: bandana, casco, occhiali e scarpe, si parte veloci. LUI mi aspetta oltre la linea di salita in bici, si gira mi dice solo “attaccati!”. Mi metto a ruota (tralascio i 30 secondi buoni per agganciare le scarpe ai pedali) e… amiche… amici… FFIRONMAN® lo avevo visto a piedi. Lo avevo visto in acqua. Non l’avevo visto in bici. E credo non l’abbiano visto molti altri.

Parte via come un missile terra terra, provo a stargli dietro, non ho fiato nei polmoni, mi viene da vomitare, ma ci do dentro. Lui lascia le scie di fuoco sull’asfalto, un pennacchio di fumo si innalza sul litorale. Quando supera le bici, i ciclisti iniziano a piangere terrorizzati. E io dietro che godo come un 19enne tra le mani di una milf.

Unico momento di VERO terrore arriva quando FFIRONMAN® ci fa infilare in mezzo a un gruppo di una ventina di bici e, attorno ai 35 km/h arrivo al giro di boa. L’ultima volta che ho avuto tanta paura così è stato quando un dobermann mi ha annusato il cavallo dei pantaloni.

Comunque la frazione in bici va via come non avrei mai immaginato, a una media di 36 km/h. La chiudo che non riesco nemmeno a respirare, mentre FFIRONMAN® decide di fare un’ultima tirata fino al passo Rolle, giusto per fare un po’ di gamba. Rientrerà per quando avrò indossato le scarpe da corsa e il berrettino rosso.

Via di corsa! Dopo 750 metri in acqua (ehm… in realtà 1 km, perché le traiettorie di merda non le faccio solo a piedi), dopo 20 km di bici, tocca a 5 di corsa. Stanco, demolito, fiato corto, butto il cuore oltre l’ostacolo (in senso fisico, sia chiaro), faccio i due giri senza pensare a niente. Alla fine del primo mi affianca coach Toso che sta finendo il secondo, mi butta lì due dritte per non farmi mollare, e via da solo come un pesce sega, con un peso delle gambe brutto come una canzone (va beh… quello che è) degli Stato Sociale, ma incazzato come un puma.

Scarico giù tutto, vedo anche una bella creatura che mi incita e penso “cazzo, sono così bellissimo che mi incitano anche le gnocche a bordo strada!” salvo poi scoprire che è Federica Berra, in costume da baywatch, che mi conosce e applaude mossa dal mio stato pietoso). Guardo il gps al polso e capisco che è fatta. Ultima curva e via! Taglio il traguardo al settimo cielo! Volevo stare attorno a 1h30m, ho chiuso a 1h27m44s.

Godimento puro!

Appena consegnato il chip trovo Andrea e Alberto. Abbracci, foto e la frase del coach: sei un triatleta!

Figatissima! Voglia di scatenarmi!

In quello compare FFIRONMAN® e mi ricompongo sotto il suo sguardo severo.

Ci avviamo alla doccia per lavargli di dosso il sangue di un paio di nordic walker che passavano di lì, e poi si torna al chiosco dove abbiamo fatto colazione. Ci raggiungono anche altri “atleti” (le virgolette sono di proposito) e provvediamo di buon grado a svuotare le spine della birra.

Nel pomeriggio rientro a casa e la sera a cena a festeggiare i compleanni mio (il 23) e quello di FFIRONMAN® (nato il 24 settembre 561 a.C.)

Beh… che dire… tanta roba!

Se prima di una maratona  dicono “buon divertimento” puoi agevolmente mandare in culo lo speaker. Se lo fanno qui… c’hanno ragione!

Aggiungo che il livello di passerina è un buon 4 su 5. E la cosa non guasta.

E le birre alla fine hanno tutto un altro sapore.

Urge, però, prima di tornare a celebrare l’evento a colpi di whisky, ringraziare un po’ di gente. Perché anche se un umile sprint, per me è stato un traguardo fisico e mentale difficilmente dimenticabile. Una soddisfazione e una gioia che mi fanno gran bene.

Il primo grazie, ovviamente, va a FFIRONMAN® che ha subìto le mie ansie, le mie paure, che si è franciullato le palle nuotando come un polpo per aspettarmi e che non mi ha mai mollato. E non sabato, non lo ha fatto da un anno a questa parte. Un’Ave Maria per lui (che, tra l’altro, Maria l’aveva conosciuta di persona qualche anno fa.)

Grazie a coach Andrea Toso, di cui sono il fiero Paziente1 (Paziente0 ovviamente è Giuliano Pasini che un giorno trascinerò anche in questa follia), che su di me sta facendo un gran bel lavoro.

Grazie ad Azz (avete notato come uso bene le eufoniche? Minchia, sono o non sono scrittore?!?!) per gli esperimenti a cui mi ha sottoposto nelle puzzolenti acque lacustri.

Grazie a Paola e Coso, che probabilmente ne hanno le palle piene ma ostentano indifferenza.

L’ atleticagastronomica™ oggi conta su una specialità in più!

Evviva Jesolo! Evviva il triathlon! Evviva l’atleticagastronomica™

 

FLR2018