Triathlon Caorle: l’uomo che limonava le meduse.

“Portare alla temperatura di 180° e infornare per 20/25 minuti. Gli ultimi avviare la funzione grill”.

Ecco. Da ieri ho capito cosa provano alcune pietanze che, senza pietà né rispetto, cacciamo in forno a cucinarsi lentamente, in un’aria soffocante mentre il caldo le arrostisce. 

Perché il triathlon sprint di Caorle https://www.silcaultralite.it/s-silcaultralite/, che ancora una volta il coraggioso gruppo della Silca ha deciso di mettere in scena, ha raggiunto dei livelli che uno dei veri potrebbe definire sfidanti” e che io definisco “inumani”.

Andiamo un po’ indietro per capire tutta questa storia in cui caldo, sudore, sabbia, sport, sesso, droga, crimine e Sam il Pompiere si mescolano avidamente.

Dopo l’esordio 2020 nelle acque cristalline del lago di Santa Croce https://fulviolunaromero.wordpress.com/2020/07/27/triathlon-ripar-ti-amo-❤%EF%B8%8F/ mi contatta FFIRONMAN® dicendo (tra un mugugno e l’altro) “io iscrivo Caorle”. 

“Bene!”, gli dico. E me ne rimango in silenzio. Evito, però, il consueto balletto di minacce velate e non, di cadaveri di animali sullo zerbino, di incendi per autocombustione e, dopo qualche minuto aggiungo “mi sono iscritto anch’io.” FFIRONMAN fa un verso di assenso e, anche dalla mia finestra, sento che depone la pala con cui stava scavando una buca 2×1. 

Pian piano la voce si diffonde e, vuoi per il terrore che incute il nostro, vuoi perché sapendo che ci sono io in molti capiscono che non sarà una gara particolarmente complicata, all’interno del battaglione 6.15 Triathlon cominciano a fioccare le iscrizioni. Una serie di uomini e una ragazza all’esordio. Nel corso del racconto, come sempre, provvederò a occultarne le identità per la solita ragione: se io facessi gare in mia compagnia, non so se lo racconterei in giro.

Nei giorni tra l’iscrizione e la gara, a FFIRONMAN® viene affidato un compito delicatissimo: il ritiro dei pettorali. Si inizia con uno. A un certo punto siamo tipo a 59 di metà squadre di Treviso e provincia. FFIRONMAN® non va a ritirarli: glieli portano a casa con la Lamborghini della Polizia Stradale per il trasporto organi. E gli chiedono anche scusa.

Sono momenti bellissimi.

Detto questo si arriva alla mite domenica primaverile del 9 agosto. E ci si arriva con la prima notizia: la partenza non sarà all’orario previsto, ma ritardata di un’ora. Facciamo due calcoli e presto si scopre che, con ogni probabilità,  qualche tipo di ritardo cognitivo lo presenteremo anche noi alla fine della frazione di corsa, perché la sosterremo attorno alle 13.

Io arrivo alla gara, finalmente, in buone condizioni di salute. Con il rapporto con il fumo che sta tornando alla normalità dopo una fase di crisi. E senza aver fatto abusi alcolici negli ultimi 3 giorni.

Facciamola breve la mattina della gara: raduno in parte a Duna Verde (noi più fighi), in parte a Porto Santa Margherita.

Trovare FFIRONMAN® seduto al bar Pulcino fa una certa impressione. Impressione mitigata dal fatto che accanto a lui è seduto Cucciolo accompagnato da VivinB, atleta dalle fattezze decisamente femminili della concorrenza, ma anche lei dipendente dai pettorali di FFIRONMAN® (che frase di classe! Ogni tanto mi stupisco da solo!). E, insieme a noi, all’urlo “spachene tuut!” giunge anche Lucrezio.

Arrivati sul luogo del delitto a Porto Santa Margherita dove staremo 3 ore a “pesar peri”, cominciano a serrarsi le fila, perché il 6.15 mette giù i pezzi da 90 inondando di bellezza, classe, cultura e risultati la spiaggia adriatica. Il primo a presentarsi è Paolo Pasin che giunge a passo deciso per scattare la prima someia della giornata. Lo seguono i già menzionati Lucrezio e Cucciolo a cui si aggiungono un noto avvocato detto Hollywood e Mirchko (un giorno imparerò se con la C o con la K). Al bar, poi, troviamo delle garanzie: John White e Lady White in compagnia dello Zio Olvry, venuti lì solo per guardarci. Cioè, essendo i più furbi, e avendo capito che temperature raggiungerà la giornata, se ne stanno beati al bar a guardarci morire.

Non ci sono tracce della nuova e riccioluta compagna di squadra, Teresa Catwoman. Una creaturina che all’esordio mette in fila tutte le altre e porta una ventata di gioventù in mezzo a questi poveri uomini d’annata. Non ci sono tracce perché Teresa è già sul pezzo. E, insieme a VivinB,va a dettare legge sul percorso. 

Così questa manica di marpioni decide di andare a vedere la gara femminile.

Ora, amiche lettrici e amici lettori, lascio a voi immaginare una serie di 40/50/60enni, col caldo, che osservano delle giovani fanciulle dai corpi torniti emergere dall’acqua per lanciarsi verso le bici.

Nemmeno al raduno dei camionisti macedoni del 2018 si sono sentite cose del genere. Il commento più elegante arriva da uno dei presenti, senza fare alcun nome: “sono un uomo con un buon carattere, nel senso che me le farei tutte”.

Toccato questo apogeo poetico, cominciamo a prepararci anche noi andando a sistemare le bici e le attrezzature in zona cambio.

La gara: 750metri nell’Adriatico, 20km pedalando, 5km di cottura.

La partenza è di tipo “rolling start”, quindi 5 persone ogni 10 secondi. Cominciamo a metterci in fila sotto un sole interessante, con le cuffie che si saldano alla fronte sciogliendosi (per capirci, ai più avidi lettori suggerisco “Punto di origine” di Patricia Cornwell… attenzione, medesimo titolo ha uno dei migliori film con Jenna Jameson io vi ho avvertiti…). Ci mettono in fila. Io entro beato in una e in quello sento chiamare il mio nome: davanti a me il biondissimo Tommaso Nedved Lodde che mi dice: “ara che te ga sbajà fila”. Io, arrogante nel mio body che mi strizza tutto, sorrido e penso “ecco n’altro che non capisce una fava”. In quello un giudice comincia a fischiare di brutto e a riempirmi di insulti. Perché, in effetti, su 400 partenti sono l’unico fuori posto. Va beh, manie di protagonismo.

Pronti, tutti in fila tipo davanti al plotone, tutti sul tappeto…. Tre, due,-uno, VIA! 

Ci si tuffa veementi in acqua e SDENG! Schiantati sul fondo con l’acqua alta tipo 5 centimetri. Su in piedi e, in pratica, camminiamo più o meno 200 metri dei 750 previsti.

Poi si nuota. Alla quarta bracciata un altro atleta mi supera e mi molla uno sganassone che mi sposta l’occhialino. Faccio una considerazione sulla sorella e riparto.

Per la prima volta la frazione di nuoto va via liscia. Non era mai successo. Sono stupito. E tutto ciò anche se le mie traiettorie mi portano a vedere da vicino le coste croate, il golfo di Trieste e il molo di Lignano.

Esco entusiasta e mi trovo in coda a Hollywood e Mirchko. In zona cambio ci sono poche bici ma è un casino arrivare alla postazione dovendo fare il primo di una lunga serie di slalom della giornata.

Pesco i calzini e mi ricordo che non li ho disposti in ordine destro-sinistro. Anche perché, lo scopro ora, sono due L. Il destro è a casa da qualche parte. Via senza calzini, si salta in bici e si decolla.

Sì.

Proprio.

Esco e rischio il frontale con Lucrezio che, chiuso il primo giro, infila l’uscita. Momento di panico. Capirò solo dopo il perché.

Alla quinta pedalata ho il cuore a 189, quindi credo di essere già morto. Vedo il mio corpo dall’alto, sento gli angeli che cantano Abbecedario di Elio e le Storie Tese (con l’indimenticabile frase “e poi i laminati che rappresento mi fanno cagare!”)

Piano piano riprendo conoscenza. La scia è vietata. Ovviamente, essendo un percorso di 5 km da ripetere 4 volte, con 400 bici… “la scia è morta, evviva la scia!”

Il percorso ricorda molto la gimkana di quando eravamo bambini: il tratto rettilineo più lungo non credo vada oltre i 500 metri, ogni inversione a U una serie di brividi lungo la schiena. Ma, tutto sommato, si va.

Il cuore riprende il suo ritmo, riesco anche a bere un po’ e a mandare giù un gel. Bello tiepidino. Roba che se non ho vomitato sono a posto per sempre.

Si arriva verso l’uscita della frazione bici: mi preparo alla discesa al volo e la faccio benissimo mentre mia moglie immortala il momento. Riesco anche a guardarla. Proprio nel momento in cui il tizio davanti a me inchioda e si ferma placido.

Rischio di tirare uno di quei botti da ricordarsi tutta la vita. Non so come lo schivo parlando anche a lui della sorella. 

Insomma, tutto liscio e divertente. 

Nel frattempo Hollywood fa lo slalom tra immaginari paletti distribuendo baci alle spettatrici.

Zona cambio, su le scarpe. Che, per fortuna, sono quelle che avrei dovuto dismettere ma ho riciclato per questa gara. Così, anche senza calzini, ho già dei simpatici calli dove la scarpa batte abitualmente.

Si parte feroci per i 5km finali. E qui, credetemi, è l’inferno.

36 gradi, sole a picco e il primo km abbondante lungo la spiaggia (con commenti sui culi delle bagnanti da parte di tutti i corridori). Poi dentro a una serie di parchi con ghiaia e erba, poi asfalto e dritti verso il traguardo. Poco più di 20 minuti di cottura, una roba da morire.

Gente che cammina, gente che implora il colpo di grazia, gente che porcona. Tutto bellissimo.

Soprattutto quando faccio l’ultima curvetta e taglio il traguardo accolto dai compagni di squadra. Che, ovviamente, sono praticamente tutti lì. Già arrivati.

Baci, abbracci (tutti virtuali a distanza) e inizia la conta.

Mmmmmm…. Manca qualcuno.

Dal nulla sbuca Mirchko, occhio feroce, e taglia il traguardo.

Ma manca ancora qualcuno. Paolo c’è, FFIRONMAN® c’è. Lucrezio sappiamo che è arrivato ma non lo vediamo. Mirchko… io… anche lo zio Olvry e John White che non c’entrano. Cucciolo c’è… 

Quando Hollywood si affaccia verso l’arrivo staccando di quasi 5 minuti l’ultimo (un americano che pare stia ancora vagando per il litorale), scatta una standing ovation. Anche perché insieme alla speaker abbiamo concepito uno scherzo: al suo arrivo gli dovrà dire “ok, ultimo giro ed è finita!”.

Solo che Hollywood, in evidente debito di ossigeno, durante l’arrivo saltellante, guarda il gps e, accortosi che non sono 5km ma poco più di 4, prende in parola la signorina e riparte. Lo andiamo a riprendere con il cane da soccorso alpino in evidente stato confusionale. 

Bravi tutti, belli, simpatici, si vada alle birre.

Ricominciamo la conta… ora ci siamo tutti… no… ma Lucrezio?

L’eroe di giornata compare con sguardo vuoto. Il naso è enorme e rosso e gocciola un moccio costante. Lucrezio articola le consuete frasi senza senso, ma lo fa con meno convinzione del solito. Perché, in uscita dal nuoto, ha voluto rendere ancora più estrema la sua prova: un bel limone con una medusa dritta in faccia e via! 

Mentre tutti ci chiediamo come abbia fatto a finire la gara, e luici racconta di curiose iniezioni fatte dagli addetti al soccorso, suggeriamo metodi risolutivi alla dolorosa irritazione. Quando in 7 cerchiamo di convincerlo che l’unica soluzione è rappresentata dall’acido contenuto nelle urine e ci offriamo di donargli il nostro dritto in viso, Lucrezio riprende un po’ di lucidità e insiste di stare molto, molto meglio.

Finisce così, con l’uomo che limonava le meduse, una grande giornata di sport e caldo. Curioso dire che ci siamo anche divertiti. Più prima e dopo che durante, ma non si può avere tutto.

Ora, dalla gara in Alpago sono passati 14 giorni senza conseguenze. Vediamo qua cosa succede, perché le regole sul distanziamento, in particolare tra il pubblico, sono andate abbastanza all’italiana (o alla Bolsonaro, o alla Trump, a voi la scelta). Quindi dita incrociate, mascherina ben allacciata e prudenza sempre.

Intanto la seconda gara di questo sciagurato 2020 l’abbiamo portata a casa. E ora, testa bassa e via verso fine settembre. Perché lì si farà sul serio.

Evviva il triathlon!

Evviva il 6.15!

Evviva i limoni!

MORTE ALLE MEDUSE!

FLR 2020

Triathlon, ripar…TI AMO! ❤️

RIPAR-TIAMO! E’ lo slogan scelto dagli organizzatori del Triathlon Sprint Silca Cup Alpago (https://www.silcaultralite.it/s-silcaultralite/eventi/eventi-2020/triathlon—duathlon/triathlon-sprint-silca-cup-1062680).

Mesi, e mesi, e mesi e ancora mesi di stop. Prima pochi allenamenti, poi niente allenamenti. Poi tanti allenamenti.

Prima poche gare, poi niente gare. E basta.

Ma, in effetti, quanto bene si stava a vagare come delle amebe senza obiettivi?

Cioè, pensate questo: la domenica mattina, sveglia… non c’è. Ci si alzava, un caffè di moka con la crostatina al cioccolato che faceva un tappeto di briciole sul pavimento, la televisione guardando il fantabosco, o la messa o walker texas rangers il tutto intervallato da pubblicità sui pannoloni e farmaci per la prostata. Rimanendo in mutande e vestaglia di lana fino al pranzo.

Aprire le finestre e sentire il silenzio.

Vedere il girovita aumentare e pensare “ma chi se ne fotte!”

E così giorno, dopo giorno, dopo giorno, dopo giorno.

Magari fare la corsetta intorno a casa, un bel 3 chilometri e via!

NO!

GIU’ DAL LETTO!

Per utilizzare una citazione di un noto intellettuale contemporaneo “è finita la pacchia!” e sono tornate le gare.

In realtà al momento ne è tornata solo una, ma l’atto di coraggio dei ragazzi della Silca Ultralite e della Treviso Marathon potrebbe spalancare la strada a scenari impensabili fino a un mese fa.

Oppure un atleta di ieri era malato asintomatico, da domani saremo in 500 in quarantena, l’Alpago diventerà un focolaio, Trump manderà i federali a circondare Farra e ci chiuderemo in casa a esprimere i nostri due minuti di odio fissando una parete spoglia, in canottiera ingiallita con i capelli arruffati. Voi. Perché io, i capelli, non li ho.

Detto questo, e Orwell spostati che non l’avresti mai raccontata così, andiamo a parlare dell’evento bomba del luglio 2020: il triathlon in Alpago!

Già lo scorso anno l’avevo affrontato e, nonostante l’allerta meteo che indicava di stare lontani dai corsi d’acqua, me la ero anche goduta. (https://fulviolunaromero.wordpress.com/2019/07/29/pagot-triathlon-july-winter-sprint/ )

Quest’anno non ne avevo mezza, ma invitato da Azz che voleva scaricare la cattiveria di mesi di tapis roulant, decido di andare. E le alternative non mancherebbero, sia chiaro: si chiamano grigliata, birra, whisky, sonno, sole… invece no, bando alle ciance e partecipo!

La prima notizia: non ho preso pioggia!

E, per quanto mi riguarda, è qualcosa che fa più statistica del goal di Bernardeschi o di un congiuntivo azzeccato da Di Maio.

La seconda: mesi e mesi e mesi di allenamento, sarebbe stato meglio farne ancora mesi e mesi e mesi.

Ma andiamo con ordine a raccontare questo simpatico mattino di una domenica estiva.

Arrivo alla gara nelle consuete condizioni critiche:

–          Fisiche: collo bloccato da due giorni, un dolore alla spalla destra, i postumi di una cena con l’atleticagastronomica di mercoledì (non serve approfondire) che ancora si fanno sentire.

–          Mentali: ho smesso di fumare da 20 giorni, sono cattivo come una bestia e preda di attacchi isterici improvvisi e incontrollati, ho l’istinto omicida che si crea spazio nei meandri della mia mente e vedo nemici ovunque.

Direi che gli ingredienti per una disfatta ci sono tutti!

Mi alzo alle 6 e mi presento entusiasta al parcheggio dopo aver perso 20 minuti in autogrill per poter mangiare una brioche cartonata accompagnata da un caffè acido. Trovo Azz già carico a molla e un po’ di movimento tra gli altri atleti (ce n’erano parecchi di veri, compreso il tizio accanto a noi che faceva addominali alle 7.25)

Ritiro del pacco gara con misurazione della febbre, di nuovo al parcheggio, giretto al bar a farci un caffè normale e una brioche normale. Azz, bellunese, indossa una felpa. Io, trevisano, in maglietta. Fa un freddo porco, simulo indifferenza in attesa di un raggio di sole che, per fortuna, arriverà.

E poi iniziano i preparativi.

Ma prima… un passo indietro. Perché alle 8 partono le ragazze e i ragazzi disabili. Una domanda la faccio, a questo punto: ma perché non far partire loro quando c’è il pubblico e l’affollamento? Alle 8 ci sono solo i loro parenti e qualche atleta oltre ai giudici di gara e gli avvinazzati che si sono addormentati in spiaggia la notte precedente.

Lo chiedo perché, credetemi, vedere un ragazzo che fa la frazione nuoto in 13 minuti e non ha un braccio, o un altro che ce ne mette 11 ed è senza le gambe, o una ragazza a cui mancano i piedi ed esce dall’acqua con un sorriso che ti abbaglia, ti aiuta a capire meglio un po’ di cose. Cioè, non è educativo come una puntata di Temptation Island, ma qualcosa ti lascia. Va beh, siamo il paese che sui social scrive “forza Alex Zanardi” e poi parcheggia negli stalli riservati agli invalidi, lo sappiamo. Ma guardare una gara del genere ti aiuta a capire che se partiamo da ciò che abbiamo e non da cosa ci manca, magari rendiamo questo mondo un posto migliore. Certo, non come Temptation Island, sia chiaro. Però ci si potrebbe provare…

Ma no, dai! Lasciamo le cose così e guardiamo Temptation Island!

Detto questo, si torna alle macchine per i preparativi: i numeri da incollare su braccia e gambe  sono fighissimi (come al solito, li riuscirò a togliere dopo ferragosto), la cuffia su cui scrivere il numero con un pennarello prevede doti di pittore che non ho: il mio numero è illeggibile, e meglio così.

Si va in zona cambio muniti di mascherina, si posizionano le nostre povere cose, poi si esce raggiungendo parenti e/o amici.

Qui inizio a incontrare alcuni interessanti elementi della mia squadra, 6.15 triathlon. E’ vero che il postino Pat e Renato li vedo già in fila per i pacchi gara con l’occhio combattivo, è vero che dalla mattina si tambureggia che Mirco sarà all’esordio, ma quando mi si para davanti Paolo Pasin all’urlo “dai che femo una someia!” la giornata volge al meglio.

Il tempo di spiegarmi che, a Portogruaro, la “someia” è la fotografia, scattata dal “someier”, tento di riprendermi dallo stato confusionale e scatto la prima foto. Con la mascherina. Perché (cit.) “altrimenti Rocco si incazza” (ndr: Rocco è il nostro amato Presidente su cui puntiamo a far ricadere la responsabilità di qualunque cosa).

Via tutti dalla zona cambio, mascherine addosso e ci si prepara a partire.

La gara è uno sprint no draft. Per i non addetti (io, per esempio): 750m di nuoto nelle invitanti acque del lago di Santa Croce, 20km di bici, 5km di corsa. Senza scia, quindi in bici si mantiene il distanziamento sociale, perché altrimenti il presidente Conte ci fa un culo a tarallo. E Rocco si incazza.

Sempre per mantenere il distanziamento, la partenza è di tipo “rolling start”: in cinque alla volta, fischio dell’arbitro (e rigore per la Juve) e ogni 10 secondi si va!

Un passetto indietro: muta facoltativa. Io provo l’acqua mezz’ora prima e non mi pare malissimo, e detto da me… poi, so che a togliermi la muta ci metto un paio di giorni, quindi opto per andare senza.

Ecco. Io e altri 2/3 pirla. Su 400. Inizio a farmi delle domande.

Ma non c’è tempo, si entra in zona chiamata, via in fila, via le mascherine, nemmeno il tempo di posizionarsi e boooooooom! In acqua!

Finalmente!

Partiamo da un presupposto: in altre circostanze, in quel lago non mi tufferei nemmeno sotto minaccia. Ma quando arbitro fischia… ci si scaglia. Un inverno trascorso in piscina allenando questo momento. E i 5 dietro di me, con la muta, mi passano tipo dopo 15 secondi. E quelli dietro dopo 25. E quelli dietro dopo 30. L’acqua ha quel profumino di carpa, alla seconda sorsata rischio di vomitare, ma mi passa quando finisco in mezzo a una macchia di alghe che si agitano dal fondo.

Rischio l’attacco cardiaco, intravvedo Azz che, sulle orme di FFIRONMAN, picchia a destra e sinistra. Già immagino la chiacchierata al giro di boa con il Postino Pat, raccontandoci le grandi bevute durante le prime bracciate. Ma lui sarà già lontano.

Perché arrivo alla prima boa con le balle girate: non vado. Cioè, la velocità è imbarazzante, ma sono l’unico ebete senza muta, ci sta che mi superi anche il signor Indro di anni 93, ma inizio la mia fase “dai, fai almeno 10 bracciate e poi tiri fuori la testa, ti guardi attorno, osservi il paesaggio e maledici le scelte di una vita sbagliata”. Alla seconda boa è peggio perché mi giro indietro e vedo giusto qualche sporadica cuffia bianca. Tra la terza e il rientro, per dare un’idea, mi si affianca una sommozzatrice (o sommozzatora, tra l’altro di interessanti sembianze, perché è vero che sono senza fiato, ma gli occhialini mi permettono una bellissima visuale) e mi accompagna chiedendo ogni 30 secondi come va. E io, con un sorriso falso “bene”. E via a morire.

Comunque, dopo aver percorso almeno 250 metri in più, preda di bestemmioni, con le braccia pesanti come una puntata de “Le Iene”, mi alzo in piedi e corro verso la mia bici.

La identifico facilmente, essendo più o meno una delle 5 rimaste in zona cambio.

Zona cambio che, per mantenere il distanziamento, è piuttosto ampia: tipo che esci dall’acqua in provincia di Belluno e sali in bici in provincia di Reggio Emilia.

Comunque sono incazzato, ma tanto incazzato. E ho voglia di un sigaro. Tutto insieme è letale. Zompo in sella e parto feroce.

Si, lo dichiaro apertamente: corro come un dannato. La strada all’inizio è deserta, ma poi inizio ad agganciare bici, e filo via. Ma, soprattutto, faccio anche una scoperta: il no draft è uno stato d’animo, non una regola.

O, meglio, essendo noi Italiani un popolo portato alla creatività, i nostri ragionamenti seguono un preciso diagramma di flusso:

Comunque, nonostante le intemperanze di qualche fenomeno da gruppone, la frazione bici fila via decisamente bene e sono protagonista di una discesa al volo praticamente perfetta, che non riuscirò mai più a replicare, pena il finire al pronto soccorso.

Via in zona cambio di nuovo, via le scarpe da bici (in realtà sono rimaste sui pedali) e su le mie ormai finite New Balance alla loro ultima apparizione, cappellino in testa, caldo che inizia a farsi sentire e si parte per un bastardissimo tratto di corsa.

Bastardissimo per vari motivi. Prima di tutto: un bell’allegro saliscendi. Minimo, ma saliscendi. E così fa il mio umore altalenante di ex fumatore portato a gesti anche di autolesionismo (tipo ascoltare Ultimo e I Maneskin, per capirci). Mentre, con passetto corto e chiappa stretta, cerco di risalire qualche disperata posizione.

Poi bastardissimo perché gli organizzatori, per evitare il circuito, hanno dovuto fare davvero un lavoraccio e in alcuni punti c’è anche il tratto di slalom tra i parcheggi per guadagnare qualche metro. E lo stato confusionale peggiora.

In ultima… quando mancano 300 metri ci si trova allegri sulla ghiaia, con i muscoli che smadonnano e i piedi che affondano e non fanno presa.

Ma è solo l’ultimo strappo prima di tagliare l’agognato traguardo e vedermi cacciare sul muso una mascherina mentre sono già in ipervenitlazione!

Tempo: 1h21m, qualche secondo più dello scorso anno. Con una sottile differenza: nel 2019 i partenti erano molti di più, e l’ultimo aveva chiuso a 1.39

Quest’anno l’ultimo chiude a 1.32 con tutte le considerazioni che questa cosa porta con sé. Tipo che non era proprio una garetta da sprovveduti.

Soprattutto, e l’ho raccontato nel mio BELLISSIMO L’evoluzione del runner sfigato, il triathlon ( https://www.amazon.it/LEvoluzione-del-Runner-Sfigato-atleticagastronomica/dp/B085RRT5NK/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=evoluzione+del+runner&qid=1595870363&sr=8-1 ): quando fai podismo (o running che fa più figo), è difficile arrivare ultimo in una gara. Con 2000 partenti troverai sempre chi fa più fatica di te se stai bene, non ti infortuni e hai un allenamento decoroso.

Nel triathlon no: il rischio di chiudere ultimo è oggettivo. E ieri me lo sono visto bello vivace tanto che, anche un antiagonista come il sottoscritto, a un certo punto si è incazzato e ha cominciato a tirare come un pazzo. Incazzato più di Rocco nel momento in cui ci vedesse senza mascherina, tanto per dare un metro di paragone.

Con una variabile davvero terribile: il server di Garmin ko. E l’impossibilità di poter pubblicare la mia attività.

Ma allora perché gareggio se non posso vantarmene con nessuno?????

Nelle note di colore di fine corsa, indichiamo che AZZ ha chiuso a 1.09 così come Paolo Pasin, bene Renato e bene Pat e Mirco che ha portato a casa il suo primo Sprint. E  che ha fatto degli altri metri molto veloci dopo che gli ho spiegato che, da tradizione, al termine della prima gara doveva essere posseduto carnalmente dagli altri della squadra.

Per una foto di gruppo abbiamo dovuto coinvolgere sua moglie alla quale abbiamo anche spiegato la situazione. Lei ha scrollato le spalle, ha fotografato (someiato) ed è filata via.

Di Mirco si sono perse le tracce.

Ah… la foto… con la mascherina, che altrimenti Rocco si incazza.

Insomma, andato il primo triathlon del 2020, il primo post Covid-19 e chissà che sia di buon auspicio per lasciarci tutto questo casino alle spalle.

Ieri si è dimostrato che la sicurezza si può garantire. Certo, è complicato per tutti, e gli organizzatori sono stati bravi e coraggiosi, ma si può fare.

La mia prestazione è stata 2/3 contro 1/3: ho fatto molto bene in bici e molto bene a piedi compensando il macello idrico. Perché in acqua credo di aver assunto le sembianze di una manta che galleggia a peso morto. Ho appena appena sottovalutato il passaggio piscina/acque libere. E che acque libere!

Per il resto, tutto alla grande. Oggi è il momento di levarmi dalla barba l’odore di tinca e carpa e capire se riuscirò a pubblicare l’attività su Garmin Connect.

Nel frattempo, tutti, godiamoci di più le cose che abbiamo, le possibilità di allenarci, il bello di essere parte di una squadra, le gare torneranno tutte e tutti noi torneremo a sudare.

Perché altrimenti Rocco si incazza!

Evviva il triathlon!

Evviva l’Alpago!

Evviva le carpe!

FLR2020

il WALKER!

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ATTENZIONE: NON E’ UN’ESERCITAZIONE. RIPETO: NON E’ UN’ESERCITAZIONE

Care amiche e cari amici,

chi avesse avuto il “piacere” di leggere Piccolo manuale sfigato del running ma anche L’evoluzione del runner sfigato: il triathlon (link a fondo pagina) ha già imparato a conoscere i tanti personaggi, spesso inquietanti, che popolano il mondo delle corse.

E chi segue il mio blog sa perfettamente che io covi una simpatia più o meno atavica per i nordic walker (per chi lo avesse dimenticato, utilizzando quella cosina che facevamo alle medie -> runner:nordicwalker=motociclista:scooterista ).

Ma la quarantena, oltre ad averci insegnato un sacco di cose, ci ha regalato una nuova figura che da oggi sarà bersaglio di ogni mia più profonda forma di bullismo: il WALKER!

Allora, innanzitutto va fatta una precisazione sulla pronuncia che riporto qui come nelle migliori tradizioni fonetiche: uuuuuòcher anche arrotolando la R un po’ tra la cadenza di Oxford e quella di Marghera.

Non parlo delle persone che escono a fare una passeggiata da sole, con i cani ormai stremati o con i congiunti (ok, non si sa chi cazzo siano, ma siamo italiani e nel dubbio si sguazza!). No. Anzi, debbo dire che la situazione di reclusione ha avuto un effetto davvero benefico perché le auto sono rimaste in garage e in molti hanno scoperto quanto sia bello uscire a fare due passi, sentire il rumore degli uccellini (io li sento alle 4,30 la mattina e sto diventando nemico della LIPU), annusare odori dimenticati.

Purtroppo accanto a queste persone appare lui: il uuuuuòcher

Parlo di un lui, ma potrebbe essere anche una lei, eh! Non sentitevi messe da parte!

Un’ottima definizione e buona descrizione l’ha data il sempre mite governatore della Campania De Luca ( watch ), ma mancano alcuni dettagli indispensabili che distinguono la persona che passeggia dal uuuuuòcher

 Andiamo con ordine e schematizziamo gli elementi essenziali.

ABBIGLIAMENTO: minimo sono 3 o 4 strati di roba. Escludendo la mutanda. Molto gettonato il pantalone tecnico lungo con sopra un altro pantaloncino. Se del caso, tra il primo e il secondo un bel pantalone di felpa sformato. Calzino pesante, scarpa che fa molto paninaro e regalerà, come minimo una fascite plantare. La parte alta del corpo regala: maglietta della salute, maglietta in cotone della sagra del peperone di Zero Branco “staff”, una felpa in acrilico anti traspirazione e una giacchina impermeabile che non sai mai. Tutto finalizzato a sudare tanto e perdere almeno 3 etti di acqua che verranno riconquistati una volta tornati a casa.

Se proprio il soggetto è davvero fashion, abbiamo l’occhiale da running comprato alla bancarella del cinese, che invece del filtro uv ha un amplificatore di radiazioni che Chernobyl spostati, e un berretto di vario genere: dalla lana cotta al frontino. Meglio se tutti capi di abbigliamento appena citati sono di colori completamente diversi, fornendo quell’effetto Bob Marley che piace tanto. Ovviamente questo outfit funziona con il sole e una temperatura tra i 21 e i 25 gradi. Se dovesse scendere o annuvolarsi, il uuuuuòcher  ha pronti dei pezzi di riserva. Superfluo dire che la qualità dell’abbigliamento è tale che dopo 4/5 minuti emana un odore di petrolio che neanche al porto di Trieste.

ACCESSORI: fondamentale è  un simpatico marsupio tipo agente della Gdf in borghese, atto a contenere tutta una serie di cose: portafogli, telefono, un kway ripiegato, una batteria d’emergenza per il cellulare (che magari arriva anche a un km da casa e non si fida), dei guanti. Sul volto la mascherina rulez, per fortuna. Ma siccome anche nel mondo dei uuuuuòcher  ci sono i VERI esiste solo un modo di distinguerli: LORO tengono lo smartphone in mano mentre camminano, facendolo oscillare in una maniera che temi di vederlo partire come un sasso a un corteo dei centri sociali. Auricolari nelle orecchie ascoltando Ultimo e le indicazioni di qualche app che, sulle note delle “rondini al guinzaglio” parla facendo questo effetto:

Portami con teeeeeeeeeee

Portami con DISTANZA. PERCORSA: UN. CHILOMETRO.

Teeeeeee dove leggero è il VELOCITA’. DICIOTTO. MINUTI. E. TRENTANOVE. SECONDI. AL. CHILOMETRO

Dove mi ami anche DISTANZA. TOTALE: UN . CHILOMETRO

 

Poi uno torna a casa nervoso, vero?

 

ATTEGGIAMENTO. Il uuuuuòcher  guarda il mondo dritto negli occhi: cammina fiero con la testa alta, le braccia rigide che vanno avanti e indietro alternate con veemenza (e con il telefono terrorizzato) stile militare russo in parata sulla Piazza Rossa. Quando ti incrocia non saluta ma fa un gesto deciso con il capo come a dire “non ho fiato per queste cose”. La falcata è lunga e distesa, il culo stretto. E già si visualizza nelle marce invernali di paese dove, da gennaio, farà cacao di tutte le famigliuole che camminano con il pettorale e il cane al guinzaglio guadagnandosi le maledizioni dei runner.

Questa figura infestante ha invaso le nostre strade e, devo dire, mi fa anche piacere. Perché finalmente abbiamo tolto il culo dal divano e abbiamo cominciato a capire quanto sia bella questa libertà che davamo sempre per scontata.

Soprattutto sono contento perché finalmente ho un nuovo bersaglio sul quale sfogare le mie frustrazioni da triatleta imbrazzante. E saranno contenti i nordic walker che, da oggi, troveranno meno spazio nelle mie prese per il culo e potranno ricominciare a camminare sui sentieri schierati come la Barazagli-Bonucci-Chiellini.

Ben arrivati, uuuuuòcher! Ognuno di noi ne conosce almeno uno. E se non ne conosci nessuno, fa attenzione: il uuuuuòcherpotresti essere tu!

 

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FLR 2020

La sottile differenza tra un runner e Totò Riina

Ma anche tra un runner ed Erich Priebke, o Jack the Ripper, o Pablo Escobar. O tra un runner e uno stupratore seriale che poi strangola le vittime, le fa a pezzi e le scioglie nell’acido. O tra una runner e una mamma che ammazza i suoi 6 figli e li seppellisce nell’orto, o una mantide religiosa umana.

Perchè questa premessa?

Perchè noi runner ci staremmo un attimino… diciamola delicatamente: infastidendo, in questi ultimi giorni.

Partiamo da un presupposto: bisogna stare a casa. Non si sa più come dirlo.

Ok, se vado a correre in mezzo al deserto dei Gobi alle 6 di mattina o nella Foresta Umbra a mezzanotte, non porto certo in giro ‘sto cazzo di virus.

Ma se mi schianto, ho un infarto, potrei distogliere risorse importanti all’ospedale (o alle onoranze funebri).

Per chi, come me, è così fortunato da avere i genitori in vita: come potreste sentirvi se vi trovaste a occupare un posto letto per un infortunio, posto letto che magari avrebbe potuto salvare la vita a vostro padre 80enne asmatico e con 3 bypass?

Ecco.

State a casa! Fate ginnastica in casa, cyclette, tapis roulant, sesso, autoerotismo. Per alzare le pulsazioni sbloccate il telefono e consegnatelo al partner, picchiate il vicino (con la mascherina e i guanti), pisciate il cane, leggete il mio nuovo capolavoro ( https://www.amazon.it/gp/aw/d/B085RRT5NK/ref=tmm_pap_title_0?ie=UTF8&qid=1584563317&sr=8-1 ) ma state a casa!

Fine!

Non serve una legge che lo vieti. Non DEVE servire!

Detto questo, però…

Da una settimana pare che sia tutta colpa dei runners: bestie cattive che vagano per le città assembrandosi e limonando freneticamente i passanti per contagiarli.

Ci tenevo a dirvi che non è così.

Oggi siamo come Andreotti (“a parte le guerre puniche ormai mi viene attribuito davvero di tutto” cit.), non c’è post o articolo che non si incazzi con i runner. Per non parlare dei ciclisti, e fa sorridere pensare che alcuni atleti olimpici, quindi con la deroga, stiano pensando di fermarsi perché stanchi degli insulti per strada.

Io stesso, ancora in tempi non sospetti, mentre vagavo tra i campi sono stato insultato da un signore che guidava un furgone (non avevo fiato, gli ho solo mostrato il dito medio). E, credetemi, in quel momento non avevo in mano un coltello sporco di sangue, o una pistola fumante.

Ok, stiamo a casa!

Però non siamo criminali!

Ridiamo il giusto peso alle cose.

Perché se noi meritiamo il carcere, vedo già una prospettiva di ergastolo per quelli che vanno al parco a passeggiare tra amici, quelli che vanno al supermercato 16 volte al giorno, quelli che vanno agli uffici postali per sentire le tariffe della carta telefonica.

Detto tutto questo, però, va fatto un distinguo.

Un runner, una runner, alimentano da anni, con costanza, la loro passione. E oggi sono davvero in guerra con loro stessi.

Siamo gente seria, la salute è la nostra priorità e faremo quello che è da fare.

Discorso diverso va fatto per i nuovi runner: persone che fino a una settimana fa se ne stavano sul divano e, come massimo esercizio aerobico spostavano il peso su un’unica natica per scorreggiare, o che trascorrevano le giornate ad abbeverarsi alle magiche fonti dei social muovendo solo il pollice sul display. E che oggi hanno scoperto la grande vocazione sportiva, indossano le loro Superga, la tuta in triacetato Adidas del ‘94 e partono per un bel paio di km di una specie di corsa che serve solo a sollecitare arterie sature.

Tutto per avere la scusa di vagare mezz’ora, rantolando, per strada.

Io stimo il vostro desiderio, ma se siete stati immobili come delle piramidi per cinquant’anni, fatelo per un paio di mesi ancora. Poi, finito tutto, venite a rimpolpare le fila del magico mondo dei podisti. Che almeno troverò qualcuno più lento di me.

Questo è un periodo duro, terribilmente duro: lo è per i runner, per gli atleti in generale, per chi ha l’amante, per chi sta in casa con marito, moglie, figli, suoceri… ma, credetemi, lo è di più per chi si fa 16 ore in corsia a infilare tubi nella trachea della gente che sta morendo soffocata.

E l’unico modo che abbiamo per aiutarli, è starcene tranquilli a casa.

Siamo runner e non criminali: lo abbiamo detto. Ora facciamolo vedere.

FLR 2020

Ho provato a guardare il festival

Giuro, ci provato.

So che questo mio articolo esce un po’ dai consueti canoni. Ma non ho resistito.

Ho provato a guardare Sanremo.

Si è aperto con questi tizi… ‘Eugenio in via di gioia’.

Ho pensato “bel nome di merda, ma anche gli Elii non avevano un gran nome, nemmeno i Litfiba… non farti influenzare.”

Poi ho pensato a ‘lo stato sociale’ e mi sono detto: “ok, fatti influenzare”.

Questi hanno attaccato.

E io ho cercato di respingere il vecchio pseudomusicista che c’è in me, ma anche il figlio di una donna di Sanremo.

Via l’ipercritico ormai fuori dal tempo, di origini liguri.

Via il nostalgico.

Via quello per cui la musica significa raccontare qualcosa, regalare qualcosa.

Per me il festival è il festival.

Per rispetto l’avrei sospeso dopo la vittoria di ‘Uomini Soli’ dei Pooh. O dopo ‘Ti regalerò una rosa’ di Cristicchi.

Di meglio non si sarebbe potuto fare.

Non gli avrei consentito di agonizzare sotto i dimenticabili Scanu e Carta (sapete di quella volta che Marco Carta è andato a suonare in un reparto di pediatria? Alla fine ha salutato dicendo “spero miglioriate” e i bambini “anche tu”).

Comunque, partono questi Eugenii.

E già fermerei tutto dicendo al cantante: torna in camerino, levati quella cazzo di maglietta e quel berretto da marinaio alcolizzato in acrilico H&M, e mettiti uno stracazzo di smoking.

Ma ci passo sopra.

La canzone inizia che pare ‘occidentali’s karma’ in brutto, faccio per alzarmi e vomitare, mia moglie mi ferma.

Gli strumenti dei 4 individui sul palco sono attaccati a dei cavi. Da come si muovono gli ‘artisti’, credo i cavi finiscano nel nulla. Mi auguro sia così anche per i microfoni, ma quelli paiono funzionare.

La canzoncina è orecchiabile. Lo è anche “io credo, risorgerò”.

Il sound è una roba mista tra… boh. Non trovo le parole.

Il frontman non canterebbe nemmeno malissimo. Cioè, non è il tacco 12 dei Maneskin, ma nemmeno Kekko dei Modà.

E il testo parrebbe anche mettere in fila qualche concetto (sono cresciuto con De Andrè, ho un benchmark un po’ alto).

Ma cosa fa?

Non sta fermo.

Ma non è Axl Rose che ti riempie il palco. Che corre sui 60 metri durante l’assolo di ‘Sweet child o’ mine’, che si muove sinuoso e sexy sulle note di ‘Patience’ mentre Matt Sorum la trasforma da un pezzo acustico a una tagliente ballata pestando duro sul rullante.

No!

Sembra più un 12enne dopo 6 ore di Fortnite: tutto un tic nervoso. Sorrisi dettati da spasmi chimici, finti balletti che fanno rimpiangere gli animali di “Esatto” di Francesco Salvi.

Cioè, non sta bene per niente!

Aiutatelo ‘sto povero ragazzo!

La canzoncina si chiude (grazie a Dio) e la band (diciamo cosi) raccoglie gli applausi liberatori del pubblico già provato.

Io ho tentato, lo giuro.

Ma dopo 10 minuti sono già qui a scrivere. E a fumare. E, soprattutto, bere.

Il signor “aboliremo le accise” ha detto che non guarderà il festival perché sa già che vincerà un cantante buonista e di sinistra (potrebbe anche vincere Pelù, che poi andrebbe a controllare se le matite dei votanti sono cancellabili).

E speriamo abbia ragione, a ‘sto punto! Che almeno capiamo perché qualcuno ha vinto.

E perché questi qui proprio buonisti non paiono: danno più l’idea di voler far soffrire chi lo ascolta.

Evviva il festival!

Evviva chi ci proverà!

BORA! BORA! BORA! E bora.

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Sì perché il nuovo anno, ma anche il nuovo decennio, e il nuovo ventennio si aprono con la mia quarta partecipazione alla www.s1trail.com detta anche “la corsa della Bora”.

E dove si terrà questa simpatica gara?

Difficile, vero? Ma questa volta l’atleticagastronomica™ si presenta con una grande novità: mentre nelle scorse edizioni i partecipanti erano solo il sottoscritto e l’autoctono Giulianik, con l’eccezione di una sporadica presenza di PM10, quest’anno sono riuscito a convincere FFIRONMAN®  a venire a massacrarsi lungo i sentieri carsici.

Teniamo conto che FFIRONMAN® non ha in grande simpatia i trail (strano, lui prova simpatia ed empatia verso qualsiasi cosa), e questo avrà un peso importante nella storia.

Storia che si apre una gelida mattina di gennaio: a Treviso fa -2, le macchine sono coperte di ghiaccio. I Romeri e la FFFAMILY si incamminano verso le 8 in direzione di Trieste, dove ci sono già 7 gradi.

Viaggio liscio mentre fisso FFIRONMAN® che mi segue a breve distanza e, quando non riesce a superare in A4, fa uscire dei rostri dalle ruote e fa a pezzi le altre auto.

Giungiamo a casa di Giulianik per tempo, armati di brioches. Il cielo è stupendo, la temperatura primaverile, l’aria della mia amata Trieste profuma di mare.

Incontro tra le famiglie, Coso si trova circondato di gnocca: le due FFMINI e MiniGiulianika gli scatenano delle fantasie che LunaxJames è roba da dilettanti.

Mentre le famiglie si sistemano, i nostri 3 eroi partono. I bimbi ci salutano sulla porta quasi abbracciandoci, pare che stiamo partendo per una missione suicida. Ci diamo una bella toccata di palle e partiamo per quella che sarà la prima avventura della mattina: Giulianik ci guida in un tour molto newyorkese: scavalchiamo un paio di recinzioni, attraversiamo i binari dei tram e ci infiliamo in vicoli angusti. Il tutto per arrivare al garage.

A quel punto si va: Giulianik non fa partire musica death metal norvegese, ma si limita ai Black Label Society che ascoltiamo a palla. FFIRONMAN® fissa il vuoto dietro le lenti scure. Il clima si fa preoccupante. Peggiora quando il primo mezzo a cui ci accodiamo è un’ambulanza con le sirene accese. Che, tra l’altro, vista la velocità a cui arriva Giulianik, si sposta per farci strada.

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Arrivati sul posto parcheggiamo e ci avviamo verso l’arco della partenza. il mio outfit, partendo dalle previsioni meteo, è uno spettacolo: maglietta termica a maniche corte, gilet compressport in softshell, pantaloni a compressione 2XU e bandana camouflage.

 

Porcono perché ho dimenticato gli occhiali, Giulianik porcona perché i calzettoni che IO gli ho regalato cadono. FFIRONMAN® non porcona. Ma colpisce con la mano di taglio un tizio che sta passando con le racchette a tracolla.

Lo fermiamo mentre infila l’altra mano nello zaino alla ricerca di lame.

Alla partenza accade la scena sognata da tempo: il grandissimo Gilberto Zorat, speaker il cui sangue viene venduto al mercato nero come sostanza stupefacente, è già sul pezzo a petto nudo e gonnellino celtico. Gli consegno il braccialetto dell’atleticagastronomica™ conferendogli il grado di socio ad honorem e iniziamo a urlare come forsennati nel microfono.

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Ci prepariamo tutti per bene, FFIRONMAN® continua a tacere e ogni tanto rifila una gomitata a qualcuno. Sul naso. Fortissima.

Giulianik ha l’occhio cattivo, punta al personal best. Io punto a sopravvivere per la quarta volta.

3 2 1 via! Si va come i mig!

Ora, la corsa della bora è un po’ come Sweet child o’ mine dei Guns ‘n Roses: non molla un cazzo.

Parte pestando, prosegue pestando, chiude pestando di più.

Sono 21 km duri come un hamburger cotto da un americano, se non si sale vomitando si scende cadendo nel vuoto, se si è in pianura come minimo si salta tra gli scogli o si sfasciano le scarpe su cropani appuntiti come un chiodo.

Si parte in alto, il bosco, poi si sale lungo il costone che si affaccia in maniera splendida sul golfo, quindi attraverso sentieri di campagna in alta quota, borghi fermi nel 1950, sterrati, pietraie dove rischi di morire ogni 10 secondi, poi spiaggia di ciottoli e scogli.

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Arrivato al 17 km, confuso come un elettore cinquestelle, mi trovo davanti a qualcosa che avevo dimenticato (o rimosso): Porto Piccolo è un posto dove sentirsi poveri come dei barboni. E già, a noi plurindebitati, sta un po’ sulle palle. Poi, se dopo 17 km ti tocca infilarne la salita che in 500 metri ti porta su di 100… e, finito quello, un’altra bella salita fino al 19esimo! E da qui si attraversa la Costiera e via in salita! Fino al ventesimo. Dove inizia la salita che porta al traguardo.

Qui, ad attendermi, parenti e/o amici: becco Coso per mano e lo trascino urlando verso il traguardo dove Gilberto sta gridando anche di più!

Boom! 2h34m, perfettamente come gennaio 2019.

Solo che un anno fa ci ero arrivato cosciente. Quest’anno non so nemmeno dove sono.

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Arrivo, trovo Giulianik tutto sorridente con UN bicchiere di tè (pare che il secondo non fosse annoverato), non ci sono notizie di FFIRONMAN® e la cosa comincia a preoccuparci.

Vado verso le docce: spogliatoio pieno, cerco di spogliarmi in piedi: i pantaloni a compressione non sono semplicissimi da togliere stando in piedi così inizio ad avere dei crampi davanti ai quali l’ascolto di un disco de “il volo” potrebbe essere una passeggiata.

Mi lavo in qualche modo tra culi e piselli pallidi, esco a raggiungere i parentadi… e di FFIRONMAN® non ci sono notizie.

FFWIFE appare un po’ preoccupata. Ma non per lui, quanto per gli altri corridori.

Dopo un po’ FFIRONMAN® sbuca dal nulla con espressione simile a un sorriso. Simile.

Afferra la figlia per mano sollevandola da terra di un paio di metri e, facendola roteare come un lazo, taglia il traguardo.

Ci raggiunge con umore opaco.

“E allora????”.

Per la prima volta lo sento articolare una frase: “Beh, i paesaggi sono fantastici, luoghi meravigliosi. Ma me go rotto i cojoni.”

Sentenza.

E, in questo, sfila dallo zaino una collana fatta con le orecchie di una serie di nordic walker e la infila al collo di una commossa FFWIFE.

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Bene, rilassati come in attesa del dentista, ci avviamo verso le macchine e la fase gastronomica della giornata.

Quando il tutto è affidato a Giulianik sono cazzi: perché va bene le tre caraffe da litro e mezzo di birra, che scompaiono in tempo zero, ma gnocchi col gulasch e stinco con le patate… ne usciamo in condizioni complicate.

Tra l’altro, ormai, sono quasi le 18, il tramonto carsico è da levare il fiato (probabilmente ancora i postumi della gara), e ci avviamo verso casa. Con un piccolo problema: Giulianik è già partito. Noi ci ritroviamo da soli, a un passo dal confine in mezzo a boschi infestati da cinghiali, al buio. E il navigatore non va. E quando va, troviamo una strada chiusa.

A un passo dalla crisi isterica dei miei passeggeri prendo il coraggio a due mani: mi accodo a FFIRONMAN® che parte via diretto sfondando tutto quello che trova.

In pochi minuti ci ritroviamo a Sistiana e, da lì, in A4.

Liberi, infine.

Insomma, giornata di livello: FFIRONMAN® che già non amava il trail, oggi è in giardino di casa e sta confezionando delle bombe per andare a far saltare le sedi della FIDAL dove trattano il trail. Io fatico ad alzarmi dal divano. Giulianik probabilmente sta rifacendo il percorso per vedere di limare un paio di minuti.

Gran clima, gran cielo, gran gara. e grandi gnocchi (presenti esclusi, eh!).

L’atleticagastronomica™ l’ha sfangata anche questa volta, la birra ha vinto di nuovo!

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E, con questi auspici, il 2020 sarà “un anno bellissimo!” (cit.)

Evviva il trail!

Evviva gli gnocchi!

Evviva l’atleticagastronomica™!

 

FLR2020

Montello e champagne: un anno di #atleticagastronomica™

Il 2019, perl’#atleticagastronomica™, è stato un anno ricco di successi.
Si è concluso con Giulianik che, a dicembre, ha stabilito il record in maratona del gruppo (3h22m) abbattendo di una trentina di secondi il precedente di Azz (tra l’altro Azz ignorava di essere il top runner del gruppo, cosa che ha acuito il suo desiderio di vendetta).

Ma ha  anche visto il sottoscritto concludere i suoi primi due triathlon olimpici, Pasini affrontare indicibili maratone, FFIRONMAN® picchiare un numero indecente di nordic walker. Il tutto senza citare i litri di alcolici consumati, che sfiorano il record.
Un anno di spessore, insomma. Che non poteva trovare una conclusione migliore dell’affrontare la ormai tradizionale corsetta di San Silvestro: partenza alle ore 8.30 (varia ed eventuale, in realtà) da Cusignana ai piedi del Montello. In un freddo che la masculinità fa effetto escargot, in un mare di passerina (livello 4 su 5 alla partenza) che si dissolverà come neve al sole durante la gara (io credo siano andate tutte a correre la 12, non abbiamo altre spiegazioni).

 

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21 km di Montello che ormai stanno diventando appuntamento fisso e che i tre protagonisti di questa triste storia si preparano ad affrontare nelle consuete condizioni indecorose.

Il presidente: io. Che, reduce dal trasloco di casa, un mini intervento chirurgico, raffreddore-tosse-febbre-virusintestinale, con allenamenti a dir poco approssimativi, guardo in faccia la mia residua dignità e mi ci lancio.
Il CEO: Giuliano Pasini che, dopo due settimane di antibiotici a zero allenamenti, si lancia nella mischia.
Il Capitano: FFIRONMAN® che, cattivo come il male, ancora in ripresa dall’installazione delle prese usb al collo che lo hanno tenuto lontano dalle scene per dei mesi, motiva tutti con sguardo truce.

Pleonastico aggiungere che durante le feste stiamo mangiando/bevendo la qualunque. E la sera prima della gara ci scriviamo attorno alle 23 senza riuscire ad articolare una frase sensata.

Ecco. Quando FFIRONMAN® si presenta, alle 7.20, davanti alla mia macchina coperta di ghiaccio, non prevedo nulla di buono. Non fiata, partiamo a recuperare Pasini. Lui fa anche finta di essere in ritardo, ride. FFIRONMAN® no.

Un “ma chi cazzo ce lo fa fare” aleggia pesante nell’aria.

In silenzio procediamo verso Cusignana. Parcheggiamo e andiamo a pagare l’iscrizione: occasione per rinverdire la legge di Murphy secondo la quale la tua fila sarà sempre la più lenta. Puoi cambiarne tre, sempre la più lenta rimane.

Nel frattempo FFIRONMAN® si scalda. Menando schiaffoni a qualche nordic walker.
Pronti – via. Partenza alla culo, velocità da bradipi, salite e discese da bestemmioni. Cielo stupendo, i boschi del Montello sempre magnifici nelle mattine invernali, all’ombra temperature da fare congelare eventuali pisciate prima che il getto tocchi terra.

Come già detto, gnocca scomparsa tra i boschi. Incrociamo i compagni di squadra del 6.15 triarthlon tutti allegri sul percorso dei 30 km, sorridenti ed entusiasti (si, mi sto facendo le stesse vostre domande), ci aggancia il buon Andrea De Pieri con cui condivido sempre le fasi peggiori della corsa, si-dai-ciao bella gara e si finisce a cambiarsi a bordo strada con il consueto spettacolo di culi pallidi al vento.

La racconto veloce, eh. Non mi soffermo nemmeno sul mio outfit rosso natalizio, dopo aver guardato le foto dello scorso anno per non ripetermi.

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Perché l’evento non è la gara.
No.
L’evento è che l’amico Marco dell’Osteria della Vittoria, alle pendici del suddetto Montello, qualche giorno prima ci dice: “ragaaaaaassi, il vintinove dopo a gara, vegnè qua che verseeemo UNA bottiglia”.
UNA. Ricordatelo bene.

Credetemi: 21 km di collinare al freddo sono stati nulla davanti alla prova che ci attende. Due scrittori di noir e un essere sovrumano affronteranno una sfida che “giochi senza frontiere” spostati.

Quando varchiamo la porta dell’osteria conosciamo alcuni nuovi amici, anche loro reduci dalla corsa. E, dagli sguardi, capiamo che sarà durissima.

Lucia, la povera moglie di Marco, ci fissa con occhio pietoso. La sua austera bellezza appare quasi minacciosa mentre attraversa la sala, unica donna in mezzo a 8 residuati bellici riemersi dai boschi.
E il tutto degenera quando altri amici si aggiungono e Marco comincia a stappare UNA bottiglia. Il menù del “festìn buèo” è una sorta di fusion: champagne, pasta e fasiòi coi radici e il lardo, muset col crèn. E formaggi (di alpeggio, non di malga, eh!) e salami. Per fortuna, dopo la terza bottiglia di champagne, torniamo al km 0 con il prosecco.

Ne esce un’improvvisata festina con battute da caserma, tasso alcolico in rapida ascesa e considerazioni sportivamente gastronomiche mentre Marco continua a stappare UNA bottiglia.


Altra gente arriva, tra queste persone due donne. Poveracce. Gli sguardi resi torbidi dal Thiénot sono roba da allettato in casa di riposo VS badante ucraina.
Ma c’è un clima di festa di alto livello, così anche le ragazze percepiscono che la massima minaccia potrebbe essere una pesante serie di rutti.
Insomma, all’apice dei festeggiamenti, FFIRONMAN® mi fissa e mi dice: casa.
Saluti a tutti, baci e abbracci, auguri, forza inter, come fosse antani e si parte.
All’uscita, abbandonato Pasini al suo destino, incrociamo la di lui sposa che si avvicina in auto con i bambini.
Sara è una Signora e dirà a Giuliano “non li ho visti male…”
Grazie, Sara.

Detto questo a casa, pranzo (ovviamente abbiamo taciuto il tutto alle mogli dicendo, anzi, che eravamo stanchi e affamati dalla corsa). E, ormai in fase di premorte, mentre il nostro corpo non è più in grado di accettare qualcosa di solido, un goccino di Tullibardine 225 a suggellare questa splendida giornata all’insegna dello sport.
Questo anno, all’insegna della sport!

Inutile dire che 36 ore dopo sto ancora tentando di digerire.

#atleticagastronomica™ rulez!

E ora pronti, che tra una settimana si torna in scena, ma questa volta lo si fa nel prossimo decennio.

Evviva la pasta e fasioi coi radici e il lardo!

Evviva l’osteria della vittoria!

Evviva l’atleticagastronomica!

E buon 2020 a tutte e tutti!!!!    

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#atleticagastronomica alla 10^ Prosecco Run

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Sottotitolo: ballata della prostata entusiasta.

Ok, ok. Le solite cose.  Quinta volta che la corro più due come motostaffetta, belle le salitine, si niente male le cantine, tra il 12 e il 14 è un percorso splendidamente suggestivo in mezzo a vigneti e colline, potevo fare meglio, sono d’accordo con il mister… le solite cose.

Ma il prima e il dopo di questa suggestiva proseccorun 2019?

Perché io vi conosco, mascherine! Quello, volete sapere!

E allora si vada in scena!

L’atleticagastronomica® si presenta ai nastri di partenza nella consueta condizione fisicamente difficile e mentalmente confusa, dovendo oltretutto fare i conti con assenze di rilievo.

Primo tra tutti, lui: FFIRONMAN™ che, reduce da un intervento chirurgico (gli hanno installato alcune prese usb in giro per il corpo) dice di non sentirsela di correre i 210 km della gara. Perché gli abbiamo detto che sono 210. E lui ha risposto: 150celiho (tutto attaccato) madipiùcomincioasudare.

Io, per emulare il mio idolo, il 12 novembre mi sono fatto tagliuzzare un po’ in giro e sono stato fermo una decina di giorni, facendo solo qualche km la scorsa settimana. Soprattutto, la sera pre gara ho la cena del 6.15 triathlon da cui rientro alle 23.50 con mia moglie alla guida, dopo aver mangiato e bevuto l’improbabile. Mi alzo alla mattina con l’alito che sa di cantina chiusa da tre anni e uno stato semicomatoso. Bevo numero 3 bicchieri di acqua e numero 2 tazze di the. Prendete nota.

Giuliano Pasini si presenta spavaldo, alle spalle la maratona di Monaco (nel senso che ha corso vestito da frate ah ah ah. Ah. Ah.) accompagnato da alcuni personaggi interessanti, più noti e meno noti: i componenti della colonna emiliana Damiano David dell’atleticagastronomica®

Il primo di loro lo conosciamo già, si chiama Zac e di mestiere taglia la gente. Quindi ne abbiamo da raccontarci mentre gli mostro gli sterilstrip sopra i punti ancora sanguinanti.

L’altro è un curioso personaggio, a metà tra il poeta e il politico del 1800 che, per convenzione, chiameremo Gras.

A bordo della Zacmobile che si presenta davanti a casa mia in orario preciso (dopo i QUATTORDICIMINUTIDIRITARDO® dell’edizione 2018, Pasini si prende per tempo, memore delle mie ripicche) ci sono altri due individui: una millanta di essere la moglie di Zac (e, per convenzione la chiameremo Barbara, così come si chiama la moglie di QUALUNQUE amico di Pasini) e uno è Zacchino, uno dei 19 figli (Zac, scusa, sto spoilerando anche i 13 illegittimi) della coppia.

Partiamo entusiasti in direzione Vidor che, praticamente, è ancora buio, c’è un calduccio malsano e minaccia pioggia.

All’altezza di Spresiano il primo episodio davvero degno di nota: il convegno degli Apicoltori! Come lo scorso anno! Le matte risate!!!

Ecco, pensate come siamo presi.

Perché, dimenticavo, se la mia cena è stata complicata, quella dei miei compagni di avventure è stata peggiore (attorno alle 23 mi inviavano selfie da ubriachi marci, fatti con i nasini e le orecchiette di snapchat). L’aria nella Zacmobile è irrespirabile, ogni mezza risata facciamo un passo in più verso la morte per asfissia.

Ma, in qualche modo arriviamo.

Ci sistemiamo e ci prepariamo: Pasini, Zac e io verso la 21 km, Barbara Zacchino e Gras verso la prosecchina, la non competitiva di 10 km.

Mentre andiamo a depositare le borse sbuca un mandolone gigante. In maglia blu. E’ PM10 che, con lo sguardo furbo dice ‘mah, non sono mica in gran forma’.

Velo pietoso sul tempo alla conclusione. Lo stiamo ancora cercando con dei randelli nodosi.

MILLANTATORE!

Come tutti gli anni, la partenza è a circa un km dall’arrivo, quindi andiamo verso la cantina La Tordera dove troviamo, nell’ordine: i due cagnolini dei padroni (delle specie di fusti di birra con le zampe, però diamogli atto che sono simpatici e quando scodinzolano con entusiasmo cadono per terra), lo spiedo che gira, il the e il vin brulè!

Evviva! Due bicchieri di uno, due bicchieri dell’altro! Che nel brulè c’è la frutta e fa bene!

Il mio outfit? Certo. Aspettavo me lo chiedeste! A parte i calzettoni della Ellerre indossati da Sara Dossena a New York, che Pasini e io abbiamo uguali, e che gettano delle ombre sulla nostra sessualità, sfoggio uno shortino attillato cmp nero con bordi giallo fluo, maglia nera x-bionic e gilet nero getfit. Guantini nike neri con giallo fluo (caaaaaaaaaaazzo che fashion!!!!) e… tocco di classe in testa bandana camouflage sui toni del grigio, al collo bandanda col teschio.

Un idiota, insomma. Ma bellissimo!

 

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Comunque pronti e via!

Si parte, Zac e Pasini come i mig, io con calma olimpica.

Mi superano anche degli anziani, ma vado via proprio placido.

Al secondo km, avverto una pressione sulla vescica. Avete contato quanto ho bevuto fino a quel momento? Ecco.

Campi e via! Un minuto perso.

Riparto, riprendo il ritmo da anziano, cuore a 135-136 e via andare.

Ristoro dei 5 km liscio come l’olio. Lo salto perché ‘no, dai, che poi mi scappa ancora’.

Sottovaluto l’effetto della PNL sul mio cervello che non legge la prima parte della frase e capisce solo ‘devi pisciare’. Al sesto km campi e via!

Un minuto perso.

Facciamo le prime salite, sempre con gran calma. Scopro che, da quando faccio triathlon, non sopporto più la gente che parla in gara (in acqua difficilmente si parla). E, credetemi, ce n’è tanta. Io, solo come un cane, me ne sto per gli affari miei, triste e rassegnato. Attorno al nono km inizia la parte bella, dentro e fuori dalle cantine, poi in cima alle colline con qualche goccia di pioggia. Pioggia. Acqua.

Penso: ‘oh, per fortuna non mi scappa più’.

PNL.

Campi e via.

Un minuto perso.

A quel punto cerco un rudimento di decenza, al quindicesimo ci sono le cantine Valdo. All’uscita i calici di prosecco: via a collo uno con un pezzettino di formaggio e, a quel punto, decido di scatenare l’inferno: come va, va!

Sparo giù 6 km come non ho mai fatto in vita mia (benedetto prosecco) tirando come un cretino. Tutta a collo, sorpassi continui, nemmeno il tempo di bestemmiare dietro ai nordic walker.

I primi 15 km in 1h30m, gli ultimi 6k in 29 minuti.

E arrivo anche bello pimpante. Misteri del running. Lo scorso anno 7 minuti in meno arrivando dalla preparazione per la maratona corsa la settimana prima… boh. Ci sono cose che la (mia) scienza non sa spiegare.

Zac 1.49

Pasini 1.51

Ultimo anche questa volta, con una prostata normale me la sarei giocata!

Ci laviamo, ci sistemiamo e poi via, verso il ristorante dove ci aspettano le famiglie e una coppia di misteriosi amici di Zac, con prole al seguito.

E qui, amiche e amici… avete presente il prendere la dignità e mandarla a fare in culo?

E non solo perché arrivano i risultati di calcio che ci proiettano in cima alla classifica (e, considerato che la Juve iniziava alle 12.30 e l’Inter finiva alle 16.45 potete già capire come sia andato il pranzo), ma perché in quasi 4 ore a tavola mangiamo e beviamo in maniera indecorosa.

Dal lardo al salame fritto, alla polenta, la porchetta, i chiodini, i bigoli col sugo di anatra, il pasticcio radicchio e salsiccia, il radicchio al forno con la pancetta, la tagliata, lo stinco… e, più o meno, una cantina di prosecco.

Ma non un po’ e un po’. Tutti mangiamo tutto.

Il dolce ce lo infiliamo di forza perché non ci sta, la grappa la beviamo e ci gronda dagli angoli della bocca perché non entra.

Io, lo giuro, non ho ricordi di una cosa del genere.

Manager, medici, professionisti… in uno stato semi-comatoso.

Quando usciamo verso le macchine, ci portano i bambini che paiono gli unici in condizione di guidare.

In realtà (così stempero) le donne sono messe benissimo e partiamo facendole guidare come i tedeschi.

Noi atleti siamo in uno stato di premorte, sembriamo Julia Roberts in quel film in cui moriva e tornava in qua.

Uno spettacolo!

Dovessimo digerire rumorosamente tutti insieme, potremmo spostare l’asse terrestre.

Ma, in qualche modo, dopo esserci salutati 16 volte perché nessuno si ricorda chi ha salutato prima, riusciamo a imboccare le curve del Montello e tornare a casa.

Ora, per dare una dimensione di come è andato il week end: sabato mattina pesavo 72,8kg. Ho corso bruciando 1500 calorie. Questa mattina pesavo 74,9kg.

Credo sia la ritenzione idrica.

Insomma…. L’atleticagastronomica® gare ne ha fatte tante, su questo blog avete letto di corse e pranzi indecenti.

Ma così no.

Qui abbiamo superato il punto di non ritorno.

Ed è stato bellissimo.

Ora ci si vede verso fine anno per la garetta conclusiva del 2019, e già tremo al pensiero del dopo.

Ma, tavola, non ci fai paura!

 

Evviva la proseccorun!

Evviva l’atleticagastronomica®!

Evviva il fatto che a 24 ore sono ancora in difficoltà!

 

FLR2019

 

Superman alla mezza di Treviso

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Chiaro di luna scendi in fondo al mare
e arriva dove il vento non può arrivare
e trova le parole per calmare
quest’acqua che si mescola col sale
quest’onda sulla riva della ciglia
Che un po’ t’incanta e un po’ ti meraviglia
Che un po’ t’incanta e un po’ ti meraviglia

 F. De Gregori “Le lacrime di Nemo, l’esplosione, la fine”

 

La corsa fa bene. Ai muscoli, al cuore, alla testa. Diventi immune ai normali malesseri, ti passano i dolori, respiri meglio, acquisti consapevolezza.

La corsa è educativa: devi trovare la giusta forma mentis, devi organizzare e pianificare. Nessuno ti paga per alzarti alle 5.30 di mattina e andare a sputare bile lungo viottoli o respirare smog lungo viali.

La corsa è democratica, non riconosce belli o brutti, simpatici o stronzi, colti o ignoranti. L’asfalto, lo sterrato, non perdonano, non ti guardano in faccia (ok, noi interisti siamo un po’ più preparati al dolore, ma è un vantaggio che vale solo sui 10 km).

La corsa sa essere crudele, ti può far buttare nel cesso mesi di preparazione, sfuggire qualcosa che vedi lì a portata di mano.

Ma sa essere generosa: ti può fare dei regali che nemmeno ti immagini. E ieri, a me, ne ha fatti due che, stessi qui a scrivere per i prossimi 40 anni, ancora farei fatica a spiegare con dovizia. Quindi sarò sintetico: ieri ho potuto vivere delle emozioni che credo in pochi abbiano sentito sulla loro pelle. E ho imparato una grande lezione: se una cosa la vuoi, la vuoi veramente… vattela a prendere.

Senza paura, senza resa. Striscia, rantola, maledici il giorno in cui lo hai deciso. Ma vattela a prendere!

Questa storia comincia la scorsa primavera, in realtà. Perché come tutte le storie, ha bisogno di tempo per dipanarsi e raccontare il suo svolgersi.

In ufficio con me c’è un amico. Si chiama Alessandro, ci conosciamo da parecchi anni.

Alessandro ha 44 anni. Ale non ci sente benissimo, ed è un ragazzo che parla molto poco. Ma ha tanti modi per ascoltarti e farsi capire. Beh, direte voi, magari guardandomi mentre gli parlo, riesce comunque ad ascoltarmi.

Diciamo che, purtroppo, anche gli occhi non vanno proprio alla grande.

Però c’è  una cosa che, in Alessandro, funziona perfettamente. Anzi, due: le palle.

Perché Alessandro è una di quelle persone che, davanti alle sfighe della vita, non si è seduto. Ha deciso di prenderle a schiaffi in faccia e calci nel culo. E, tra le tante vie che ha scelto per dimostrare al destino che ci vuole ben altro per spezzarlo, c’è la corsa.

Ci raccontiamo spesso le nostre corsette, gli allenamenti. E un giorno gli dico: ma senti un po’… ma perché non ci alleniamo e a ottobre proviamo a fare la /la mezza di treviso

All’inizio Alessandro mi prende per pazzo, e in effetti una dose di squilibrio in questa mia proposta c’è. Perché non è che sia questo fuoriclasse in grado di guidare e consigliare. Io sono quello che in maratona incontra il muro dei 30 attorno al settimo km, e che nel triathlon rischia di annegare alla bracciata numero 95. Però… però in Alessandro credo fortemente. Credo nel suo sorriso e nel suo entusiasmo. E comincia a crederci anche lui.

E allora via!

Proviamo a correre insieme!

Ordino un cordino, e ci troviamo in Restera.

Scopro subito due cose:

-il cordino è un po’ lungheddo (notasi la finezza) e rischio di lasciarlo vagare a bordo Sile, cosa non proprio consigliata

-il ragazzo è l’unico al mondo che millanta tempi peggiori di quelli che fa: ti dice che corre a 6, poi ti attacchi e ti fa morire

Sistemata la storia del cordino, fasati un attimo, inizia l’iter del certificato. Che, per un ragazzo come Ale, non si risolve in un elettrocardiogramma, una pisciata e un “soffia nel tubo come se io fossi un carabiniere che ti ha beccato alla guida”. Fa tutti gli esami e tutto funziona alla grande!

Il primo passo è fatto: Alessandro è certificato!

Facciamo la runcard e corriamo. Spesso lo fa da solo, alle volte insieme.

Capisco una cosa, però: il giovinotto è furbo e, correndo su strade che conosce a menadito, va molto tranquillo. Io ho bisogno che si fidi di me, e allora sforno il bastardo che mi abita. Poi, fidarsi di me… considerato che in 21 anni di lavoro non mi hanno mai dato le chiavi dell’ufficio, che se riempio la lavastoviglie (tipo due volte l’anno) mia moglie la svuota e la riempie di nuovo, che mio figlio non mi lascia il suo Nintendo… sembra facile, eh?

Però il mio animo di scrittore di noir se ne esce schifosamente, e porto Alessandro a correre in postacci: marciapiedi, pedoni, macchine, semafori, bici, scooter, buche. Di tutto. Lo faccio soffrire, lui mi maledice, ma deve appoggiarsi a me. Perché in gara sarà costretto a farlo, e voglio che ci arrivi preparato. A costo di farmi odiare.

E’ un lavoro complicato per entrambi, ma ci vogliamo bene, c’è feeling. E la cosa funziona.

Insomma, ridendo e scherzando (in realtà né una né l’altra) ci avviciniamo al giorno della gara.

Il sabato pomeriggio andiamo a ritirare i pacchi gara ed entriamo nel mood.

Siamo tutti e due carichi, io con le mie consuete ansie, Alessandro con la splendida tensione di chi si appresta a correre la sua prima mezza.

La mezza di Treviso la corro per la sesta volta su sei, e nelle precedenti non mi sono mai annoiato (vedasi i precedenti resoconti, per dire…), ma mi sento sicuro di potermi far accompagnare da un amico. Però la tensione c’è. Questa volta non correrò per il cronometro (ok, non l’ho mai fatto per questioni di decenza), ma correrò per portare a casa due maledette medaglie. E’ tutto diverso, è tutto più figo.

La mattina della gara iniziamo a ballare: l’atleticagastronomica® si presenta un po’ acciaccata. Pasini a Monaco per la Maratona, FFIRONMAN™ alla Barcolana (a nuoto, ovviamente, partendo da Jesolo), ci presentiamo alla partenza con Azz carico come di consueto (che mi rinfaccia le monetine per il cesso di Venezia latleticagastronomica-alla-lazzarettovenicemarathon ), con Matteo Odio Puro Agostinetto (l’unico uomo che corre ESCLUSIVAMENTE questa gara con dei tempi che non farei nemmeno da dopato) e con PM10 che passeggia marpione sulle mura.

Alessandro, che da oggi è ovviamente socio honoris causa, è teso ma entusiasta. Io più di lui.

Ci prepariamo e ci sistemiamo. Consegnamo le sacche, un giretto per scaldarci e ci presentiamo in griglia. Il mio outfit (si, lo aspettavate) prevede: shorts nero camouflage Adidas, canotta Lasportiva modello ape maia in giallo e nero, cappellino Under Armour e spiker Compressport. Ma Alessandro ammutolisce il pubblico con la fashionissima maglietta di Superman!

Inizia l’avvicinamento alla partenza, Ale ha un sorriso che ti annienta mentre suona l’inno nazionale versione “Salvini al papeete” e si va!

Con Ale abbiamo convenuto dei gesti: due pugnetti sulla spalla significano “come va?” e lui mi dovrà rispondere con il pollice recto. Due rapide strette dell’avambraccio sono per “rallenta che stai andando troppo”. Tre colpi a mano aperta sulla spalla significano “c’è della gnocca”. Se le manate mi arrivano da lui vuol dire che ci sono dei problemi. So che non le sentirò mai.

Il primo km è il consueto delirio: festa, casino, gente ovunque. Ci sfilano le gemelline Brazzers Bortolotti in tenuta “teen students amatorial”, salutiamo chiunque e ce la godiamo.

Alessandro vorrebbe chiuderla in due ore. Io lo lascio andare perché i primi 3 km sono lenti, dal quarto spinge per recuperare. Verso il settimo siamo a una media di 5.40 e le 2 ore stanno a 5.42 quindi comincio a frenarlo un po’. Il casino sono i sorpassi, non è facile come sembra passare in due allacciati per un polso, ma si va senza paura e con una gioia indescrivibile. Ottavo e nono li fa tirandomi che sembro il suo cocker appeso al guinzaglio. La media va a 5.38 e a quel punto non ci resta che gestire.

Al ristoro dei 10 km perdiamo qualcosa, ma già al 12 siamo di nuovo a 5.40

Pugnetti e pollice recto, andiamo alla grande. E’ una vera festa per tutti. Ma per noi è davvero una festa speciale.

Verso il 14esimo vado con i due pugnetti, e questa volta Ale muove la mano come a dire “insomma”. Dopo cento metri… boom.

La benzina finisce.

e passo dopo passo piano piano, Illumina i miei passi con i tuoi

che ogni passo avanti è un passo in meno, e meno ossigeno nei serbatoi

L’emozione, i sorpassi, il clima gara. La corsa presenta il conto.

Puoi aver studiato tutto perfettamente, puoi aver corso 20 km. Ma in gara è un altro film.

Mi impongo solo una cosa: non farlo fermare mai. Mai!

Camminiamo tenendoci l’un l’altro. Alessandro ha il fiato corto, vede quella medaglia lontana. 7 km sono tanti. Ma sono un terzo, due li hai già fatti. Si fanno anche questi.

Camminiamo fino al ristoro dei 15 e Ale si tracanna dei litri di acqua. Si rilassa un po’. Proviamo a correre un paio di minuti, ma lo sappiamo che è così: la volta che hai iniziato a fermarti la tua testa ti dice “oh, ma quanto è figo camminare? Ma perché devi correre?” e tutto diventa difficile.

Continuiamo così, lungo il Sile: gli impongo 700 metri di corsa lentissima (intorno ai 6.40)  e 300 di camminata. Piano piano arriviamo ai 18 km.

Gli sento il cuore, recupera bene. Respira bene, ne ha ancora un po’.

Soprattutto non ha la minima intenzione di mollare. E io peggio di lui. Gli ho promesso che portiamo a casa quella cazzo di medaglia, e la portiamo a casa!

700+300, 700+300 arriviamo alle mura.

Qui, lo giuro, non so dove la trovi.

Alessandro scava in tutto quello che ha, trova lì in fondo delle briciole di energia e di forza.

Va a pescarle nel buco più profondo. In affanno, stanco e sfiduciato, trova qualcosa. E quella cosa la tira fuori con i denti. Gli dico solo “anche sui gomiti, ti ci porto. Ma ci arriviamo!”

Alza la testa, tira su le braccia e riparte.

Beve un po’ di acqua al ventesimo e da lì è uno spettacolo che credo ricorderò fino al mio ultimo minuto di vita.

Risaliamo il Calmaggiore a testa alta, orgogliosi, con il passo malfermo degli ubriachi ma con la forza solo delle palle che ha messo giù. Corriamo, cazzo! Corriamo!

Via Fra Giocondo passa in un attimo, svoltiamo a sinistra e lì in fondo lo vediamo: il traguardo!

Io, porca maledetta troia, inizio a piangere e gli urlo “lo vedi là? Lo vedi cos’è?”

Ale è più o meno in stato catatonico ma mette un piede davanti all’altro. Mi trascina lui, respira affannosso ma continua con un giramento di palle che poche volte ho visto in un uomo.

Mancano pochi metri, non so nemmeno cosa succede. Vedo Azz (ha avuto problemi ai piedi, povero, solo 1h31m…), vedo mia moglie e Coso, vedo l’Imbianchino. Ma in realtà non vedo niente nemmeno io.

Lì c’è il traguardo e Superman mi ci sta portando.

Sotto l’arco tiro un urlo come non ricordo di aver mai fatto.

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Ci abbracciamo devastati. Nemmeno più un briciolo di energia, nemmeno il fiato per ringraziarci. Che, poi, sono io che devo ringraziare lui e dovrò farlo per un bel pezzo.

Sudati, distrutti, svuotati di tutto. Con il cuore che pompa a mille per la fatica e per l’emozione.

Alessandro si siede su una panchina e mi metto a fissarlo con un sorriso a 3000 denti. Lui non sorride tantissimo, eh… arrivano i suoi genitori, arrivano i miei parenti e/o amici. Ed è festone.

Enrico Colussi, grande fotografo, immortala un momento che porterò con me per sempre.

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E da lì ce ne andiamo verso quella amata, odiata, attesa, sudata medaglia. Che Alessandro si fa infilare al collo.

E’ tua, cazzo! L’hai presa! Chi se ne frega del tempo, hai chiuso una mezza maratona! Quella medaglia è d’oro, ragazzo mio. E te la sei appesa al collo!

Emozionati come poche altre volte ce ne andiamo sulle mura dove prendiamo la birra cortese omaggio della Theresianer e il papà di Alessandro svela una cosa. Perché dalla mattina, quell’omino, gira con una borsa frigo appesa al collo. Ne estrae questa pletora di cannoli siciliani che ci scofaniamo in un menù sicilano-tirolese.

Ci raggiunge Cristiano, altro eroe amico di Alessandro. Un ragazzo cieco che si spara giù gare di ogni tipo, dal podismo al triathlon. Sono momenti toccanti come pochi. Ci facciamo questo milione di foto e ci abbracciamo con la bocca sporca di ricotta, puzzolenti come latrine e imbottiti di birra.

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Ma è andata!

Non.

Si.

Molla.

Mai.

MAI!

Cosa posso aggiungere?

Boh… ho scritto anche troppo, vero?

Beh, evito le solite considerazioni gastronomiche, perché il pranzo è stato sobrio (ehm… più o meno).

Credo di dover solo chiudere con un pensiero che ci tengo a condividere: la prima volta che sono uscito a correre con Alessandro ho fatto un esperimento. Ho chiuso gli occhi.

Provate!

Se ce la fate per più di 3 secondi siete dei fuoriclasse. Io non ce l’ho fatta. Ma provate. Serve, si impara tantissimo.

Anzi, chiudo con un altro pensiero, che è un grande grazie ad Alessandro per avermi voluto accompagnare in questa avventura. E per avermi dato un paio di lezioni di quelle che restano. Ok, la prima ormai l’ho ripetuta mille volte: non si molla di un millimetro. Just do it! Fallo! Credici e le cose arrivano.

E poi un’altra, che mutuo da una frase che mi ha detto una volta che correvamo insieme, e forse nemmeno si ricorda: magari uno è di cattivo umore, magari la giornata è stata uno schifo.

Bastano un po’ di sole e un amico con cui fare una bella corsa.

Il resto non conta più.

Grazie Ale, sei il mio personale Superman!

FLR2019

Autoreferenziato da:

Piccolo Manuale Sfigato del Running: #atleticagastronomica https://www.amazon.it/dp/1549586149/ref=cm_sw_r_cp_api_i_GpBPDbDFP0MP1

 

Transpelmo2019: se la montagna non va da Romero…

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Comincio a pensare che l’autolesionismo sia una parte molto evidente del mio essere. Perché se dopo una stagione che mi faccio il mazzo nel triathlon dico “beh, ora faccio qualcosa giusto per divertirmi” e mi iscrivo alla Transpelmo2019 , allora qualcosa non funziona davvero.

Ma, come sempre, facciamo un passo indietro: circa un mese fa, con Marco Bilme Biffis, l’usignolo della destra Piave, la voce dei Royal Acoustic Live  di cui mi vanto di fare parte, si parlava di trail. Lui da un po’ ha cominciato e, come da prassi, viaggia come un Mig. Io che ne ho fatti una serie, ma da un po’ non pratico, simulo indifferenza per l’ennesima persona che si avvicina alla corsa dopo di me e mi macella.

Mi dice: “potresti provare la Transpelmo, è un bel giro”.

Io ci rimugino un po’ e poi, come a cercare un alibi, contatto Giulianik a Trieste e gli chiedo se la cosa sia di suo interesse, puntando su un NO secco. E invece…

Un mese dopo siamo qui.

Il week end si apre con una visita a la casa delle civette  di Caviola (o Falcade, insomma), per soddisfare il desiderio di Coso di vedere da vicino un’aquila reale. Un animale davvero stupendo e docile. Poi scopri che può ammazzare un capriolo, e magari te ne stai un po’ lontano dalla gabbia.

Dopo una cena basata sul concetto di carboloading (un bel carico di pastasciutta) e, soprattutto, sull’idratazione (questa non serve ve la spieghi), con un tasso alcolico ben marcato partiamo alla volta di Palafavera. Che io ho visto solo in due circostanze:

  • con gli sci ai piedi
  • in moto a circa 140 km/h

Giulianik e io ci avviamo, le famiglie ci raggiungeranno dopo. Partenza della gara ore 10.30 e alle mogli suggerisco di non muoversi prima delle 18/19, così da non dovermi aspettare troppo al traguardo.

Considerato che Giulianik ama le band finlandesi di deathmetal, fare il viaggio con gli ac/dc a palla non è malissimo.

Giungiamo in loco, ritiro pacchi (molto bellino il gilet softshell omaggio), Marco Bilme Biffis si rimaterializza (e sarà l’ultima volta che lo vedo da davanti, il resto sempre da dietro, e da ben distante), ci prepariamo e calmi calmi andiamo verso la partenza.

La gara prevede, di fatto, un giro del Pelmo (el caregon de Dio) con 18km e 1300 metri di dislivello positivo. Ho fatto ben di peggio. Cioè, credevo di aver fatto ben di peggio, quindi sono curiosamente calmo e distante dalle mie bombe di ansia pre gara.

Insomma, l’ultimo trail vero (che distinguo dalle corse in montagna, magari molto belle ma assai più vicine a una mezza maratona che a un trail) l’ho fatto circa 2 anni fa. Ricordo che la gente era in pantaloncini e maglietta, qualcuno aveva uno zainetto (se era previsto ci fosse l’autosufficienza), alcuni delle racchette.

Ecco.

Ieri credo di essere stato l’unico in shorts e canotta. Roba figa, eh. Un completino de  la sportiva che mi calza a pennello rendendomi una vera fashionvictim.

Ma guardandomi attorno rimango perplesso, perché quello più ‘leggero’ ha addosso equipaggiamenti con cui potrebbe andare un paio di volte al polo nord, prendere a calci nel culo un paio di orsi, ascoltare un concerto dei Maneskin (va beh, credo duri tipo 12 minuti), attraversare le fogne di New York ed emergere nella curva daaa Lazio, durante il derby, con la maglia di Totti.

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Ho come il sospetto che questo trail, fantastico sport, stia diventando un po’ un non luogo laddove coloro che nella corsa in piano non riescono a fare più di 3 km a 7 m/km cercano un rifugio per poter pubblicare dei fantastici selfie su instagram con ashtag del tipo #trailaddicted #livetotrail e #borntotrail

Una serie di omini (e donnine) con cui potrei, senza aggiungere altro, fare un nuovo manualetto sfigato (per intenderci  piccolo manuale sfigato del running ) riempiendo un centinaio di pagine. E che non capiscono che rischiano di diventare palestra per i ragazzi del soccorso alpino.

Ovviamente, accanto a questi, gente con le palle cubiche, sia chiaro. E non pochi.

Ok, sto diventando un tantino snob. Lo so. Sono fatto così. Amo cercare alibi per i miei fallimenti atletici.

Ma, detto questo, suscita stupore vedere che Giulianik, l’uomo minimal per eccellenza, colui che corre le maratone indossando due gocce di Chanel n.5 si presenti alla partenza con zainetto e racchette. La situazione si è invertita. Non manco di prenderlo per il culo. E, ovviamente, tra una risata e l’altra mi darà 16 minuti all’arrivo.

Mentre ci sistemiamo e anche noi facciamo i selfie per gli ashtag, dal nulla sbuca il Sindaco di Treviso Mario Conte, con lo sguardo feroce al Pelmo. Si offre volontario di farci una foto (non credo abbia inciso la mia minaccia di hackerargli il profilo facebook e scrivere che sono il suo autore preferito e che ha letto TUTTI i miei libri), si lascia incastrare per un selfie e poi abbassa il frontino e se ne va nelle luci della mattina zoldana.

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Tutti pronti.

Attorno a me un trionfo di camelbag, racchette, mancano solo ramponi e imbragature. Che, in effetti, vista la gara, proprio cagare non avrebbero fatto.

3.2.1. e via!

Si parte, fuori in strada per un falsopiano morbido che dura un km, attraversa il campeggio e punta il bosco.

Qui il primo problema: il sentiero è un così detto ‘single track’. Per dirla alla ignorante ‘se passa un par volta’, solo che dopo un km di gara il gruppo è compatto, e infilare una cosa del genere in 700 non è facilissimo. Aggiungiamo poi che è il primo tratto in salita cattiva: in meno di 3km si sale di 300 metri… chi volesse andare un po’ di più regala bestemmie agli altri corridori.

E in queste circostanze i fenomeni fanno sfoggio di sorpassi che Leclerc spostati, tirando spintoni e spallate (immagino che alcuni di questi puntassero al mondiale), mentre altri chinano il capo e si arrendono all’inesorabile destino.

Su nel bosco, si sbuca fuori ai piedi del ghiaione e il sentiero ritorna simil pianeggiante.

Il primo cancello orario è al rifugio Venezia, 7,7km, 1h45m

Ci arrivo abbastanza facile, anche se l’ultimo tratto è un pendio tremendamente fangoso dove pattino e finisco per terra un paio di volte. Non sono l’unico, sento volare più porconi che a una partita di briscola in osteria.

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Primo ristoro e si riparte. Da qui comincia a farsi pelosetta, perché ci vorranno circa 2,5km per arrivare al punto più alto del percorso (la forcella Val D’Arcia a 2476 metri s.l.m.), ma sono oltre 600 metri di dislivello su ghiaione molto friabile. Per fortuna inizia anche a piovere e la temperatura scende decisa.

Alcuni passaggi sono davvero cazzuti, con la ferrata ad aiutare.

Non faticosa da un punto di vista aerobico, ma tecnicamente la salita è parecchio impegnativa.

Il tutto colorito da un gruppo di persone nettamente della sinistra Piave che, dal bosco, parlano in continuazione ad alta voce. E, per qualche ignoto motivo, ogni volta che li perdo, me li ritrovo addosso. Alcuni atleti si fanno superare da altri pur di starci a distanza, altri urlano dei “tasi su!” ma niente. E sarà così fino all’arrivo.

Uno spettacolo nello spettacolo.

Arrivati alla forcella si beve un po’ di acqua, siamo attorno alle 2h10 e mancano circa 8 km all’arrivo, tutti in discesa.

Ormai è fatta!

Si.

Non fosse che la discesa è tutta in ghiaione e, appena parto, comincio a capire che se porterò a casa la pelle (e la mandibola) sarà un grande successo.

In realtà non scendo, precipito. Il suolo cede continuamente ma, per fortuna, in mezzo spuntano dei simpatici massi su ci si inciampa, le mie scarpe hanno un grip che se fossi scalzo andrei meglio.

Rischio di farmi veramente male più di una volta e non ho idea di come sia il panorama, perché se provo a guardarmi in giro muoio.

Già vedo i titoli del giornale ‘giovane (…) scrittore di noir si sfracella sulle rocce’ e penso a mio figlio che diventerà milionario con le vendite!

Giù feroce, fino alla fine del ghiaione per una mezz’ora da brividi. E a quel punto si rientra nel bosco, sotto la pioggia, nel fango scivoloso. Una figata, insomma.

Sbuco al passo Staulanza rischiando di ammazzarmi lungo una discesa che è scivolosa come battuta su Saviano e risalgo nel bosco per l’ultimo tratto.

Ancora fango e sassi, però una cosa inizia a funzionare: dietro di me ho fatto il vuoto. Anche davanti, in realtà, e questa cosa non me la spiego. Cercherò su internet.

Voglia di spingere non ne ho più e i quadricipiti iniziano a minacciare qualche avvisaglia di crampo. Così, confuso come un pentastellato, mi avvio allegro verso l’ultimo km. Sbuco dal bosco, attraverso la strada e lì vedo parenti e/o amici (moglie, Coso, Giulianik, Giulinika e MiniGiulianika) che mi salutano e mi infamano per i miei tempi indecenti. Ultima curva in totale solitudine e, in 3h22m16s chiudo trionfante la gara!

Tutto contento mi avvio verso la medaglia.

Che non c’è.

Così, triste come un analfabeta in biblioteca, mi avvio a salutare il resto della truppa in mezzo a momenti di vera goliardia.

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ps: ci tengo a precisare che non è pancia ma il marsupio. Sia chiaro da subito!

Da lì solito girone dantesco delle docce (in un trionfo di uomini nudi, sudore e vapore) e poi via a mangiare. Un toast. Perché pare che localmente alle 14.30 scatti un coprifuoco per cui si più solo spinare la birra. Forse. Perché a una malga non ci hanno dato nemmeno quella (amiche, amici, nel 2026 ospiterete le olimpiadi invernali, la politica ha fatto il suo, adesso tocca a voi, eh!).

Insomma, bilancio finale: positivo. Mi sono divertito (si, al solito, il concetto di divertimento è opinabile). La gara, come accennavo, non è particolarmente impegnativa da un punto di vista polmonare e muscolare, ma tecnicamente è molto complicata. Ci vuole sangue freddo, ci vuole attenzione. Qui, se ti distrai, ti fai male.

I panorami, fino a quando riesci a guardarti attorno, sono straordinari, il clima gara è piacevole, l’organizzazione ottima (il percorso è ben presidiato dal soccorso alpino). Quindi ampiamente promossa.

Devo anche aggiungere che, a 24 ore di distanza, pensavo di camminare con il girello, invece sto bene. E, visto che il mio allenamento è stato di ben 3 uscite collinari, la cosa mi lascia molto sorpreso.

I protagonisti del racconto hanno tutti tagliato il traguardo (l’usignolo della destra Piave abbondantemente sotto le 3 ore, cosa che gli costerà cara la prossima volta che in un live dimenticherà un pezzo di testo e io eviterò di subentrare a coprirlo).

Dai, andata anche questa. E ora, dopo l’ultimo triathlon della stagione, ci regaleremo qualche altro trail (o simile) per simulare di essere dei #trailaddicted

L’atleticagastronomica® sarà presto di nuovo in scena!

Evviva il Pelmo!

Evviva il trail!

FLR2019