9^ ProseccoRun: la falange emiliana.

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Presto, vai con i magneti, sei forte sai, se esegui la manovra di recupero.

L’atleticagastronomica® non si ferma mai.

Ok, oggi si ferma, in effetti, essendo giunta a chiusura la stagione sportiva 2018. Ma fino a ieri no! E la manifestazione che chiude la stagione, la gara “tana libera tutti”  è sempre lei: http://www.prosecco.run/ , una simpatica mezza maratona collinare. Al freddo. Umido. Tagliente.

E’ la nona edizione. Noi gastronomici ne abbiamo corse 4, e altre 2 le seguivo in moto ai tempi delle staffette. Praticamente la conosco come quel neo che ho nei pressi della natica destra. O sinistra. Boh, devo chiedere a Pasini. E già qui capite lo stato confusionale.

Proprio il re del noir di casa nostra mi accompagna ancora in questa ilare avventura tra le colline del prosecco e le cantine.

E questa volta decide di farlo con il botto: considerate le ormai già note defezioni degli atleti gastronomici (https://fulviolunaromero.wordpress.com/2018/11/26/maratona-di-firenze-2018-pasiniromero-show/), Giuliano Pasini rimpolpa le fila del nostro talentuoso gruppetto buttando sul tavolo una nuova realtà.

Infatti, la 9^ Prosecco Run vede la nascita della falange emiliana dell’atleticagastronomica®: la colonna Damiano David (per i vari riferimenti al suo marcato appeal nei confronti delle milf…) i cui due più noti (nonché unici) rappresentanti si presentano alla linea del via.

Cioè, in realtà, più che altro si presentano fuori di casa mia a bordo dell’auto di Giuliano. Con 14 minuti di ritardo. La mattina della gara.

Ora, si sa che non me la sono presa con gente che ci provava con le mie fidanzate/mogli, ma ho interrotto rapporti importanti per 5 minuti di ritardo.

Si sa che la mattina delle gare vivo di farmaci calmanti.

E questi? 14 MINUTI!

… e fremo a immaginarti tra i cateti…

Esco di casa leggermenteabrasivo quando, a bordo, noto i due nuovi personaggi inquietanti. Ovviamente, come al solito, li indicherò con i soprannomi per non lederne l’immagine. Li abbiamo già incontrati più di un anno fa, in occasione della Padova Marathon https://fulviolunaromero.wordpress.com/2017/04/23/padova-marathon-iononhopaura/: si chiamano Zac e Mengo.

In realtà i soprannomi potrebbero essere il Lungo e il Riccio. O Scrocchiazzeppi e Crispino. Potrebbero essere il cazzo che volete, ma è l’unico modo per distinguerli, perché entrambi si chiamano Luca e sono sposati con due Barbara. Alle 7.54 di mattina. Prima di una gara. Con 14 minuti di ritardo™.

La consueta crisi di orientamento mi coglie mentre tento di infilare lo zaino in bagagliaio.

Ma, una volta a bordo, decido di smetterla di sottolineare l’evidente ritardo (di 14 minuti™) e di godermi la giornata. Perché uno dei due sfiora i due metri e l’altro ha l’occhio poco amichevole.

E anche perché Pasini infila la statale (deserta) attorno ai 45/48 km/h, permettendomi di godere del paesaggio. Fino a quando è costretto a rallentare ulteriormente per aver agganciato il corteo dei partecipanti al raduno degli apicoltori a Spresiano.

E gli apicoltori sono tanti.

E viaggiano a 38 km/h su dei Doblò.

A bordo, nonostante i 14 minuti di ritardo™, ce la godiamo.

I rappresentanti della colonna Damiano David raccontano episodi importanti per farsi ammettere definitivamente nel circolo dell’atleticagastronomica®. Grasse risate quando Mengo racconta che a una maratona, verso la metà, ha bevuto vino rosso mangiando una decina di escargot.

Grasse risate, dicevo.

Poi scopriamo che è vero. E non ridiamo più. Per rispetto, timore e ammirazione.

Io mi diletto nel raccontare barzellette sui pastori sardi, Giuliano sembra Concato in “guido piano”, Zac fissa il vuoto con occhio torvo.

E, con una calma da fare invidia  a Padoan mentre spiega alla Castelli i fondamentali dell’economia con termini adatti a una seconda elementare, arriviamo al parcheggio.

Ora vai sul terzo piolo, ma bada che non entri in emostasi.

Ora, nelle 3 precedenti edizioni, il parcheggio era un disastro.

Oggi, nonostante l’evidente ritardo di 14 minuti™, siamo praticamente i primi. Inutile dire che vengo perculato per la successiva mezz’ora. Le cose peggiorano quando andiamo a consegnare le sacche e ci accoglie il silenzio assordante della palestra vuota. Cosa che, chi fa gare, sa che non accade praticamente mai, trovandosi a sgomitare bestemmianti tra braccia che scagliano borse.

Insomma, in un freddo importante ci muoviamo verso la partenza che, in questa gara, è a circa 1 km dal punto di ritrovo.

Il mio outfit è, ovviamente, all’altezza: maglietta x-bionic https://www.x-bionic.com/it-de a maniche corte nera (cortese omaggio della https://fulviolunaromero.wordpress.com/2017/10/23/latleticagastronomica-alla-lazzarettovenicemarathon/ ), gilet imbottito http://www.cmp.campagnolo.it/ita/ sul nero e acid green(#maquantocazzosonofashion), shorst https://www.salomon.com/it-itcon calzoncino interno a compressione testicolare, spiker x-bionic nero e acid greenbandana nera e guanti neri e una specie di acid green www.nike.com

E molto acid green è anche il bicchiere di vin brulè che ci scoliamo prima della partenza, giusto per fare le cose serie.

Perché Giuliano Pasini, in outfit Stabilo Boss Azzurro Fluo, e i componenti della colonna Damiano David in giallo modello “scontri sugli Champs Elysées, hanno stimato che questa gara sarà da correre “giusto per godercela”.

Io li conosco. Conosco Giuliano. Che palesa di voler ridurre l’aspetto agonistico di questa gara a una puntata di “Ok il prezzo è giusto”, ma sono certo griderà “100-100-100” durante tutta la corsa. Nonostante sia arrivato con 14 minuti di ritardo™, so che ha l’occhio della tigre. E so che gli altri due non saranno da meno.

A questo punto accade l’irreparabile: per un motivo che non ricordo assolutamente, finiamo per citare la canzone di Elio e le storie tese “Piattaforma”. E parte il primo PAM. PAM-PAM.

URCA! Guarda che pinolo! E’ già il secondo pozzo che mi intasi!

Con gli albori di attacchi di nausea causati dal vino caldo ci rechiamo allo start.

Solito casino, livello di passerina 3.7/5, personaggi inquietanti vestiti da Babbo Natale… e via!

Giuliano parte come la saliva durante uno starnuto: praticamente intravvedo l’Azzurro Stabilo Boss emergere e scomparire tra la moltitudine di colori. Zac e Mengo finiscono divorati nel bordello totale.

Io arranco fino a riprendere Giuliano per il nostro viaggio di nozze podistico. Lui urla PAM. Io rispondo PAM-PAM.

Con l’idea di recuperare i 14 minuti di ritardo™ (vi ho detto che sono sensibile alla puntualità?), spingiamo come degli stitici, almeno fino al settimo km. Perché lì finisce il bel percorso in pianura e inizia quello paesaggisticamente più bello, ma anche in grado di farti convocare un certo numero di divinità.

Si comincia a salire verso Follo, i primi runner arrancano e noi via! Con il carico di Firenze nelle gambe (e nei maroni) andiamo feroci.

Giuliano mantiene l’andatura costante e canta PAM. PAM-PAM.

I consueti e divertenti passaggi dentro ristoranti (con spiedo che ti gira davanti) e cantine ci trascinano verso il trionfo. Soprattutto, la voglia di vomitare il brulè stimola la prestazione.

Se ti attacchi a questa tubatura (questa qui?), tra un momento sentirai fluire l’antigelo paraflù.

Tra il km 11 e il 14 il tratto più difficile, con salite e discese anche marcate, e molti cambi di direzione (tipo la maratona di  Firenze, insomma). Giuliano allunga. Io non c’ho cazzi, per dirla in latino.

Al 15esimo si narra che Pasini si sia scofanato un prosecco. Io , memore del fatto che lo scorso anno sono arrivato al traguardo con l’idea di morire di lì a poco (questa volta sono serio, il prosecco non mi aveva fatto benissimo) tiro dritto.

Altre salite e altre discese, ma più brevi. Solo che è sterrato, o c’è erba.

Sento gente smadonnare. PAM. PAM-PAM.

Dal 18 si torna sull’asfalto ma lo si lascia subito per infilare un viottolo in mezzo ai campi. E qui… BOOOOOOOOOM!

Il nostro percorso si unisce alla non competitiva: la prosecchina!

E dove non c’è competizione… ci sono i nordic walker!

No, non ancora, che la temperatura è troppo bassa e io non posso sublimar.

Ora, fortunatamente FFIRONMAN™ è ancora infortunato. Perché, ci fosse stato, molti bambini non avrebbero visto tornare a casa le loro mamme.

Ora, amiche e amici con le racchette… ma stare in parte no? Cioè, se la difesa dell’Inter si schierasse come siete in grado di fare voi, potremmo giocare a 3 dietro e saremmo campioni d’Europa da 10 anni consecutivi a zero goal subiti.

E se le racchettine non le usate, le punticine provate a puntarvele verso qualche zona non vitale del corpo. Non indietro, per favore. Perché poi accade che mentre state attraversando un ruscellino, tutte tirate e felici, arrivi lo stronzo di Romero e che ci salta dentro di botto a piè pari annegandovi. E se ne va ridendo come un indemoniato e gridando PAM. PAM-PAM.

Insomma, ultima salita dopo il ruscellino, mentre le racchette mi hanno rallentato non poco, di nuovo sull’asfalto in statale. Ma io conosco il percorso… eh eh eh… e so che quella che dovrebbe essere l’ultima salita non lo è. Però lo dico a tutti. Perché sono bastardo!

Così quando arriva quella che è DAVVERO l’ultima, vedo gente implorare il meteorite.

Si, si… 14 minuti di ritardo™, non potete pretendere che io sia simpatico!

Insomma, ultima salita, all’ultimo scopro che l’arrivo è diverso dagli anni precedenti, ma poca roba: un paio di curve in più, un po’ di erba per terra… porca zoccola, un altro paio di curve e si arriva.

Personal Best sulla Prosecco Run! 1.52.48

E Giuliano quasi un minuto meno di me.

E la colonna Damiano David con ottimi risultati.

Nonostante i 14 minuti di ritardo™ ci rechiamo allo spogliatoio e entriamo in quello che pare un girone infernale: uomini nudi, fumo e fango.

La doccia è un piacere con almeno 5 che mi guardano per fottermi il posto, i doccianti si tengono il docciaschiuma con entrambe le mani e sguardo fobico.

Poi ci si sistema e si va.

Senti come grida il peperone, inequivocabile segnal.

Perché, per cementare la nascita della colonna Damiano David (e dimenticare i 14 minuti di ritardo™) si va con le famiglie alla Locanda da Condo a sfondarci di spiedo e calorie. E a bere giusto un bicchiere, insomma. In un trionfo di Barbara e bambiname vario.

Titoli di coda sul fatto che, mentre prima di partire decidiamo di fare una tappa fisiologica, scopriamo che un signore che è andato in bagno prima di noi, ha portato a termine una sessione di Cesso Estremo. Sono momenti che fortificano e uniscono! I bisogni fisiologici possono attendere davanti a quelli respiratori.

Insomma, la stagione 2018 si è chiusa alla grandissima. L’atleticagastronomica® ha portato a casa una bella riga di trofei, sia per i membri abituali, sia per i saltuari e associati. Parliamo di un po’ di mezze maratone, qualche trail, una maratona, un mezzo ironman (indovinate chi l’ha conquistato?) e un po’ di triathlon. E, nonostante questo, nessuna famiglia si è sfasciata (per ora).

Ora ci si riposa un po’ (anche per recuperare i 14 minuti di ritardo™) e ci si prepara a ripartire come cattivi come Master of Puppets, ma belli come un film con Malena Pugliese.

Intanto…

EVVIVA IL RUNNING

EVVIVA L’ATLETICAGASTRONOMICA

EVVIVA LA COLONNA DAMIANO DAVID

EVVIVA IL CESSO ESTREMO!

E buone feste a tutti!

Ciao papà! Ciao. Enzo.

 

FLR2018

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Maratona di Firenze 2018: Pasini&Romero show

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Firenze lo sai, non è servita a cambiarla
la cosa che ha amato di più è stata l’aria
lei ha disegnato, ha riempito cartelle di sogni
ma gli occhi di marmo del Colosso Toscano
guardano troppo lontano.

Ivan Graziani cantava una canzone triste triste triste, triste triste triste, triste triste triste, triste come lui. E qui, care lettrici e cari lettori, ci è mancato davvero poco!

Perché la http://www.firenzemarathon.it/it/ha rischiato di trasformarsi nella Caporetto dell’atleticagastronimica®.

Ma facciamo un passo (o più passi) indietro.

Dopo il disastroso secondo tentativo a alla http://www.huaweivenicemarathon.it/it/venicemarathon/2017 latleticagastronomica-alla-lazzarettovenicemarathon avevo dichiarato: mai più maratone!

E infatti… a giugno, l’unione podistica non ufficiale di cui faccio parte, decide di partire in gran delegazione per Firenze: vuoi che la gara si corre tardi quindi l’estate è liscia, vuoi che è l’occasione per sfondarci di ribollita e Chianti… come’è come non è, si decide. Alla totale insaputa delle mogli che prenderanno con grande filosofia la nostra decisione, comunicata due mesi dopo l’iscrizione, con biglietti e hotel già prenotati.

Io non ne posso più di portare a casa solo tapiri e medaglie di legno, così mi affido al coach Andrea Toso, autore di miracoli sportivi con materiale grezzo (leggasi: portare Pasini ben sotto le 4 ore), abbatto la mia nota arroganza e mi faccio portare per mano.

Idea interessante! Lo pensano tutti quelli che mi circondano, amici e parenti, colleghi o semplici conoscenti: praticamente mi demolisce. Durante i tre mesi di preparazione, nel corso dei quali esordisco anche nel triathlon jesolo-e-il-battesimo-del-triathlon faccio più km che con la macchina, a delle velocità che avevo sperimentato solo nel trangugiare birra.

Mi massacro, sputo sangue e bile, perdo 3 kg, ma comincio a vedere dei risultati seri.

Ma lasciamo lì la cosa per un attimo, perché in contemporanea accadono degli episodi, che il Cottolengo spostati.

A metà agosto, FFIRONMAN™ accusa un leggero fastidio al tendine di Achille. La sentenza del medico è implacabile: stai fermo un paio di mesi.

Inutile dire che non ci sono più notizie del medico e nemmeno di Achille. Per tre settimane i giornali pubblicano notizie su nordic walker che scompaiono durante le passeggiate domenicali, il terreno smosso nel giardino di FFIRONMAN™ non è per nulla rassicurante in merito.

Pasini è in gran forma: praticamente sotto minaccia accetta di accompagnarmi al trail del Vajont, https://www.percorsidellamemoria.it/, 25 km stupendi attorno alla famigerata diga. Stupendi fino al 18esimo, quando Giuliano mette male un piede e si procura una simpatica distorsione alla caviglia. Stop 20 giorni. A due mesi dalla maratona.

Io non ricordo sensi di colpa così da quando bucavo di nascosto il pallone dei figli dei miei vicini.

Il Dottor Gino Crocerossa si becca una sinusite deboradante scatarrotica due giorni prima.

Io ho un’idea brillante: 9 giorni prima faccio il mio dovere di socio Avis, e regalo mezzo litro di sangue ai bisognosi. Il coach tenta di uccidermi.

Insomma, le premesse sono una merda.

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Scusate, questa mia foto con la maglia dell’inter non c’entra.

Dicevamo…

Eppure, tornando indietro, il percorso di avvicinamento è perfetto: bene i primi due 21, benissimo il 30 insieme a Giuliano che, non si sa dove, trova la determinazione per tirare fino alla fine. Un disastro il lunghissimo da 35 che si chiude a 32 mentre dal 14esimo valuto di farmi venire a prendere in macchina. Alla grande l’ultimo lunghissimo con un bel 32 corso in totale relax. Insomma, la mia forma è alle stelle, il mio cervello anche e rischio di mandare tutto a puttane.

Per 9 giorni mangio più o meno le stesse proteine che ingoio in due anni, manca solo mi metta a sganocchiare delle costate crude in macchina mentre sono in giro per lavoro, e ho fatto tutto.

Pasini palesa calma, io sono un’intrattabile corda di violino. Per fortuna le ultime due settimane lavorative sono un macello, così ho modo di stancarmi più di prima.

L’ultima settimana, poi, è straordinaria: niente alcool per 7 giorni (NIENTE ALCOOL PER SETTE GIORNI, LO RIPETO) e a letto alle 21.30 tutte le sere. Con il circolo anziani che mi manda biglietti per invitarmi alla bocciofila.

Però si parte con il frecciarossa e si sbarca a Firenze. Dove diluvia.

Ricordo i suoi occhi, strano tipo di donna che era
quando gettò i suoi disegni con rabbia giù da Ponte Vecchio
“Io sono nata da una conchiglia” diceva
“La mia casa è il mare e con un fiume no,
non la posso cambiare”.

Il sabato pomeriggio (quello di passerotto non andare via) mi coglie una calma surreale. Una cosa che ancora oggi non mi spiego. Tipo che la nave è affondata in alto mare, e ormai posso solo nuotare fino alla riva.

Consueto scambio di 14.000 whatsapp con Giuliano per decidere il luogo di incontro e a letto presto.

L’ultimo mio messaggio dice: tranquillo, non prenderemo nemmeno una goccia!

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Domenica mattina, ovviamente, diluvia.

Ci incontriamo in piazza Madonna degli Aldobrandini, che solo a scriverlo con il correttore automatico vengono le crisi.

Giuliano si presenta accompagnato dal fido Zac, medico anestesista rianimatore. Che insieme a Gino Crocerossa è una garanzia per la riuscita della gara. O, per lo meno, per la  nostra sopravvivenza. Magari attaccati a una macchina, ma vivi.

Mi presento avvolto in una tuta di carta tipo RIS, con sopra il sacchettone anti pioggia omaggio dell’organizzazione. Il mio stato di metrosexual non uscirà facilmente da questo momento.

Entriamo nella nostra gabbia mentre due napoletani litigano di brutto con gli addetti alla security per prendere posto nella gabbia con non compete loro (molto italiano, come episodio). Diluvia più di prima. Dalle finestre dei palazzi si affaccia una ragazza con le poppe fuori, ed è l’unico momento sereno.

Tolto il costume da pirla, sfoggio l’outfit per l’occasione: shorts www.nike.com, spiker www.compressport.it neri come gli shorts, gilet nero https://www.sportler.com/it/lp/getfit, maglietta bianca e berretto nero https://www.underarmour.com/en-us

Bellissimo e fashionissimo. Soprattutto, senza pancera di lana! Minchia come mi sento arrivato!

Scopro solo in quel momento che siamo 9.000 partenti e mi chiedo come faremo attraverso le strette vie del centro. Lo capirò presto.

Lo sparo è alle 8.30 e alle 8.36 partiamo anche noi. Il nostro mini gruppo si disperde subito, di Gino abbiamo solo notizie telefoniche.

I primi 2 km di fatto ci si trascina immersi in una bolgia che nemmeno a San Siro per il derby. Scopro presto una cosa che mi accompagnerà per tutta la gara: i toscani parlano. E lo fanno a voce molto alta. In pratica è tutto un urlo che ti si scatena improvviso accanto alle orecchie.

Al terzo rischio di infarto, decido di isolarmi.

Si lascia il centro e sento che le gambe iniziano a prendere il ritmo, infiliamo il parco delle Cascine con entusiasmo anomalo quando, sullo stesso viale in senso opposto, incrociamo il gruppo di testa: dei proiettili con le gambe. L’entusiasmo scema di botto.

Intanto continua a diluviare. E i toscani parlano e urlano.

Avanti così, problemi zero. Mi faccio dei maxi trattamenti di pnl, corro conservativo attorno ai 5.40, deciso a dare il tutto per tutto gli ultimi 6. Si. Proprio.

Bello il passaggio al 13esimo chilometro, dedicato a Davide Astori, con una tabella viola.

Alla mezza ci arrivo in un attimo (nella mia testa), comunque attorno alle 2h01m, come da programma. Il passaggio in centro è affascinante per il tifo che ci martella incessante, ma è complicato dai continui cambi di direzione e il fondo da centro storico con pozzanghere da farci i tuffi.

Di nuovo fuori dal centro, direzione stadio, supero la teacher Barbara, insegnate di inglese di mio figlio, in total black e codine. Tento di fare il fenomeno e dire qualcosa in inglese. Per fortuna c’è casino e credo non capisca una cippa del mio delirio linguistico. Le gambe iniziano a farsi pesanti, ma il fiato c’è alla grande. Un giro della pista di ateltica e si torna per strada verso il centro. I toscani parlano. E urlano.

Qui mi affianca e mi supera un sereno Alberto Berna, partito dalle retrovie con Gino. Dichiara “no ghe a fasso pì” e parte come un mig. Tento di colpirlo ma è troppo veloce.

Arrivo al ristoro dei 35 in gran forma, a parte qualche dolore agli adduttori. Incrocio Pasini che sta facendo lo stesso viale in senso inverso, e che è abbondantemente davanti ai peacer delle 4 ore.

Finito di ristorarmi mando un vocale a mia moglie dicendo che va tutto bene e che prevedo di chiudere tra le 4.05 e le 4.10

Per questo canto una canzone triste triste triste triste triste triste triste triste triste triste come me, e non c’è più nessuno che mi parli ancora un po’ di lei, ancora un po’ di lei.

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Poi si torna in centro. E qui inizia la gara nella gara, e il mio lento e inesorabile declino.

Cattiveria dell’organizzazione che, al 37esimo, ti fa passare a 50 metri dall’arrivo, e poi ti ributta tra vicoli e vicoletti. Il fondo è un disastro, roba che un trail è una passeggiata. Ma gli altri vanno e ci provo anch’io, però le gambe iniziano a non rispondere.

Il fiato tiene ancora un paio di km, ma verso il 40esimo, mentre percorriamo per la novantesima volta un lung’Arno, anche la lucidità viene meno. Al ristoro butto giù quello che posso e riparto consapevole che anche le 4.10 saranno un miraggio. I toscani in gara, non so come, continuano a parlare e urlare.

Butto tutto quello che ho, cerco di spingere ma la velocità è in continuo calo.

Quando inizio a vedere le transenne e gli archi è un momento fantastico. Cerco i miei familiari e non li vedo, ma dal pubblico sento urlare un “sei bellissimo”  e scorgo una sorridente signora Pasini tra la folla.

Ultimo sforzo, segno della croce e madonne varie… ed è personal best!

Scoprirò poco dopo che Giuliano si è assestato sulle 4.03 e Gino poco dopo di me.

 

Che dire… sono molto, molto contento. E’ vero che avrei voluto chiudere sotto le 4 ore, ma è anche vero che il sogno era chiudere una maratona senza implorare il colpo di grazia dal 20esimo km. E questo è accaduto grazie al gran lavoro di coach Toso a cui va tutta la mia gratitudine. soprattutto, ho migliorato di 8 minuti il mio pb, fermando il cronometro su 4h12m14s

La gara è stata difficile: un percorso cittadino caratterizzato da molti tratti “andata-ritorno”, parecchi dislivelli e, come dicevo, fondo complicato (il vincitore ha chiuso a 2h11m), e la pioggia ha francamente rotto le balle.

Gara spettacolare in alcuni passaggi, noiosa in altri. Complessivamente, comunque, promossa.

Come promossa è stata la fiorentina da 1,3kg con cui ho parzialmente recuperato le energie spese.

Il mio grazie, oltre ad Andrea, va a mia moglie e mio figlio che negli ultimi 3 mesi hanno subito di tutto: la gara è solo la festa di fine allenamento (cit. Andrea Toso), il resto è una sfida contro te stesso e i tuoi impegni familiari e lavorativi.

Grazie di cuore anche a Giuliano che c’è sempre (è la terza maratona insieme, ormai potremmo anche deciderci a fare coming out), e complimenti davvero sentiti perché non ha mollato mai: noi scrittori di noir siamo dediti alla sofferenza!

Grazie ai toscani urlanti che mi hanno ispirato quello che potrebbe essere il seguito del https://www.amazon.it/Piccolo-Manuale-Sfigato-Running-atleticagastronomica/dp/1549586149/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1543254948&sr=8-1&keywords=piccolo+manuale+sfigato+del+running e grazie a chi sta lassù: il giorno in cui si celebravano le donne, due di loro (su 2 e 4 gambe) mi hanno sicuramente dato un’occhiata e mi hanno spinto a non mollare mai.

E’ andata, e con questa sono 5.

E, per la quinta volta, ho dichiarato “con le maratone ho chiuso”. Si dice ci sia ancora gente che sta ridendo.

Evviva l’atleticagastronomica®!

Evviva i toscani che parlano e urlano!

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Firenze canzone triste – Ivan Graziani – YouTube

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La mezza di Treviso Atto V

Che dire… la mia prima gara è stata la prima edizione, ne ho corse 5 su 5, ho fatto tempi indecorosi e tempi per me ottimi, ho vissuto qualche leggera emozione… ma ogni anno è sempre un piacere e una grande scoperta.

I passaggi per la città, la Restera del mio Carlo Caccia, i sottopassi dove noi trevisani fottiamo i foresti passando sui marciapiedi… tutte cose bellissime!

Ma bando alle emozioni, andiamo con la cronaca di questo quinto atto (e ricordo sempre che il quinto comandamento recita ‘non uccidere’, da cui il titolo del mio quarto romanzo… che non si dica io sia un ignorante!), che ancora una volta ha visto l’atleticagastronomica™ protagonista… di una serie di sfighe che messe insieme fanno un album di Luca Carboni.

FFIRONMAN®: rotto.

Giuliano Pasini: rotto (per colpa mia).

Giulianik: rotto.

Accanto a me, in griglia, si schiera il Dottor Paride Trevisiol (agli atti Gino Crocerossa). Con la fascite plantare.

Accanto a me. Che esco da due giorni di febbre e tre con i bronchi pieni di qualunque cosa possa venire in mente.

Insomma, le premesse per l’ennesimo becero fallimento ci sono tutte!

Ritrovo alla partenza, prima dello start, con un motivo di gioia in più: viene a farci visita Massimo Ghedin, che tutti ricorderete non essere stato in forma cristallina esattamente un anno fa! ( https://fulviolunaromero.wordpress.com/2017/10/08/la-mezza-di-treviso-tutticonmassimo/ )

Ormai il gruppo è coeso, si è cementato. E con gli altri protagonisti di questa avventura, scattiamo una foto di gruppo con delle fashionissime magliette che ho fatto confezionare per l’occasione (e grazie a lotto.it per la fornitura!)

Mentre il Dottore e io ci avviciniamo alla nostra gabbia, silenzioso mi affianca Matteo Odiopuro Agostinetto. Silenzioso e guardingo. Ci osserviamo in cagnesco fino a quando mi dichiarerà di correre ‘solo’ la 10 km.

Il mio disagio cala (si ricorda ai signori lettori che il personaggio in questione corre una gara all’anno, si allena un mese all’anno, e mi dà 15 minuti all’arrivo… nel caso in cui qualcuno si domandasse da dove arriva il soprannome), selfie di rito e via!

No, non via. Perché ho delle missioni da compiere: in primo luogo andare a broccolare con TUTTE le donne che conosco (e anche con un paio di bei giovanotti, a dire il vero), in seconda battuta devo recuperare una svagata Sara Perlini, in trasferta da Verona, che decide di sfidare il destino puntando sulle due ore.

Raggiungiamo insieme una sgargiante Elena Selfie Sarzetto, pacer delle 2 ore, appunto. Presento le due ragazze, le invito a conoscersi meglio, per l’occasione si radunano anche alcuni affamati con i telefoni pronti… ma niente, il tutto si chiude in un trionfo di palloncini colorati mentre Elena urla “selfieeeeeeeeeeeeeeeee” a chiunque le passi attorno.

A me no.

Ne prendo atto.

Va beh, si va in gabbia. In settimana mi contatta PM10 chiedendo di correre con noi. Alla luce delle spiegazioni dello stato di salute in cui versiamo, non si presenta. Si dice sia disperso nelle retrovie.

E devo dire che l’abbinata Romero-Crocerossa funziona alla grande per crearsi lo spazio vitale in gabbia: tutti quelli che ci vedono, memori degli episodi passati, cambiano aria velocemente. Ancora un paio di minuti e avremmo potuto trovarci a partire per primi. Con distacco su tutti.

Ma si narra che lì, in prima fila, prenda posto il Sindaco Mario Conte, e tutti rimangano in rispettoso raccoglimento alle sue spalle. Partirà, lo sappiamo. Ma nessuno oggi sa dove sia finito, e questo silenzio istituzionale si sta facendo inquietante!

Mentre l’ex Sindaco Giovanni Manildo si narra abbia corso la 10km all’urlo “finalmente!!!”

Bene, inno nazionale e si parte!

Obiettivo, attribuitomi dal Coach Andrea Toso, è: no ‘sta morir.

Il primo km sembriamo Ronaldo (non l’imitazione attuale con il 7, il Fenomeno vero) che perfora le difese. Perché proviamo a cazzarci su un ambizioso 5.10 al km, ma scopriamo una cosa importante: la gente non capiscono una minchia!

Ci sono le gabbie? Hai un colore? Vai nella gabbia di quel colore.

Perché, amica, amico, se la tua gara consisterà nel tentare di arrivare al sesto km prima che faccia buio, e ti piazzi davanti a tutti, rischi la vita.

Ora, i miei limiti li ho, e molto molto marcati. Ma rispetto gli altri. Sono scarso e parto dietro, o almeno al posto che mi viene attribuito.

Questi no!

Parte qualche simpatico insulto, un paio di colpi tipo Tassoti nel mondiale ’94 e via.

Gino Crocerossa mi sta giusto quel metro dietro (vuoi mai…), e filiamo lisci fino al sottopasso di Via Ghirlanda dove, per l’appunto, gli habituè se ne vanno sui marciapiedi facendosi beffe delle matricole che si sparano una discesa e una salita da trail.

Qui il primo, inquietante, episodio: davanti a noi una bella signorina (si, con la maglia Aiino, cosa credevate)  sembra un salvadanaio in corsa: Miss Monetina colpisce! A ogni passo, le monetine e le chiavi nelle tasche, fanno quel rumorino appena appena fastidioso.

Si va in sorpasso pronti a scaricare le nostre ire. Quando la guardo. Mi sorride. La riguardo. Mi risorride…. Martina Ruzza, dopo questo episodio temo che la tua vita di runner non sarà più la stessa…

Avanti così tra gente che inizia a patire il caldo e altra che invece di depositare le bottigliette nei cestini le lancia nei fossi (aveste tre giorni continuati di diarrea, è colpa mia).

Il percorso, al solito è vario e piacevole. E’ bello uscire dalla città, arrivare in mezzo all’aperta campagna tra ville e filari, iniziare a sentire l’energia del fiume e seguirlo per tornare nel centro storico.

Qualcuno per strada cede, i soccorsi sono sempre tempestivi, ennesimo segno di organizzazione impeccabile. I soccorritori girano in bici tra i runners e tutti noi ci sentiamo più tranquilli. Soprattutto Gino che, stavolta, conta di chiudere la gara.

L’ambizioso ritmo di partenza è più o meno lì. Subisce un duro colpo quando, nel silenzio, tra me e Gino si infila una figura inquietante: Marco Bilme Biffis, l’usignolo della destra Piave, la voce dei nostri Royal Acoustic Live.

Ma ancora più inquietante è che ci saluta e va. Arriverà 4 minuti prima di noi.

Questa sera ci vediamo.

Temo da domani non correrà più. Non che io sia vendicativo o permaloso…

Insomma, via verso il centro, atmosfera bella con il pubblico che ci sostiene durante le fasi di rientro nelle mura. Strappetto in via Collalto, strappetto verso piazza dei Signori con il ritmo che sconta le temperature e cala leggermente. Dove ‘leggermente’ è un aggettivo molto variabile.

Si sbuca sotto le mura e rettilineo del traguardo!

Booom!

1.52.07

E, viste le premesse, è andata alla grande! Mi accoglie la grande Cecilia Bernardi, anima della gara. E, mentre mi saluta, accanto a noi un tizio comincia a vomitare. Uno spettacolo nello spettacolo.

Finale pirotecnico con fila di selfie con personaggi (femminili) noti e meno noti. Con giri a elemosinare dei buoni per la birra gratis, con secondo turno di broccolamento dopo il bianco totale del primo.

E in questa fase si fanno gli incontri interessanti: un Gianluca Sacilotto fresco come una rosa e sorridente come Berlusconi, accompagna verso il palco Ginevra Francavilla che va a prendersi il quarto posto femminile. Acchiappato con un tempo che non cito per questioni di pudore e per non distruggere questa immagine di nazione patriarcale.

Passa poi Marco Ganassin che mi dice “mah, oggi l’ho fatta lenta per mettere su km…” Cretino io che gli chiedo cosa voglia dire lenta. Anche a Marco suggeriamo gran dose di fermenti lattici.

E poi Elena Sarzetto che continua a correre in giro perché, generalmente, in due ore fa 30 km, e non riesce a farsi una ragione di questa cosa.

Insomma, famo un bilancio: lasciando stare i tempi che oggi mi interessavano davvero poco, le cose sono andate davvero bene!

In primo luogo ho scoperto quanta roba può produrre un polmone sotto sforzo, e nemmeno Piero Angela avrebbe saputo spiegarmelo.

Poi mi sono divertito, e credo si siano divertiti tutti. La mezza di Treviso è una garanzia di bellezza e di organizzazione.

Un anno fa le cose erano andate diversamente, ma oggi Massimo era lì con noi, si è fatto i suoi 10 km e questo è ciò che davvero conta, oltre ogni dimensione sportiva.

Il 14/10/2018 è stata, per la mia città, una festa grandiosa: gara, fiere di San Luca, Cartacarbone e altri festival. Una città viva, calda, colorata, entusiasta. Ed è stato bellissimo!

Un abbraccio ai miei concittadini che ieri si lamentavano ai semafori perché non potevano arrivare in centro in macchina e parcheggiare dentro ai negozi che avevano scelto, in piena tradizione trevigiana. Capisco il vostro dolore, è anche il mio. Fatevi una bella passeggiata che vi passa.

Un abbraccio a quelli che in Restera pedalavano in bici contromano, incazzati, perché dovevano per forza passare di là. Capisco il vostro dolore, è anche il mio. Fatevi una bella passeggiata che vi passa.

E un ultimo abbraccio a quelli che un anno fa, nella stessa occasione, e fino a giugno in ogni occasione simile hanno saturato i social di foto di auto in coda, e quest’anno hanno fatto finta di nulla. No, non pensiamo male… è più che probabile che la bellezza di questa gara abbia contagiato anche loro!

Evviva lamezzaditreviso.com !ea1a40e4-c48f-4893-a470-c7334d15d870

Evviva i residui dell’atleticagastronomica™

FLR2018

Jesolo e il battesimo del triathlon.

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Care adepte, cari adepti,

si lo so! L’attesa è stata lunga, ma avevo un libro da presentare (avete già comprato Prosecco Connection, vero???? https://www.amazon.it/Prosecco-connection-Fulvio-Luna-Romero/dp/8898451903/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1537817574&sr=8-1&keywords=prosecco+connectionoppure il piccolo manuale sfigato del running???? https://www.amazon.it/Piccolo-Manuale-Sfigato-Running-atleticagastronomica/dp/1549586149/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1537817614&sr=1-1&keywords=piccolo+manuale+sfigato), una famiglia, un lavoro, una band e la stagione podistica era praticamente ferma.

Ora riparte. Che, poi… podistica… ebbene sì! Il mio 40esimo anno di età è stato fantastico: si è aperto con la vittoria al Nebbia Gialla, e si è chiuso con un regalo stupendo: il mio primo triathlon!

Si, sono un autolesionista. Basti pensare che continuo a tifare Inter, si spiegano molte cose.

Ma andiamo a raccontare questa meraviglia del Ligerman Triathlon Festival di Jesolo! https://www.ligertri.it/

In realtà la storia inizia quasi 10 anni fa, quando facevo le motostaffette a gare di triathlon e pensavo “questi sono tutti deficienti, ma che vita priva di gioie devono avere per fare una gara del genere?” E prosegue a settembre dello scorso anno: leggo un interessante articolo sul triathlon, dove si narrano tutte le cose belle che regala. E penso “ma ti puoi immaginare…” Poi passo al paragrafo 2 dove si parla del fatto che ti scrivono i numeri sul braccio e sulla gamba. E la cosa mi intriga. Ma al paragrafo 3, quando scrivono “l’abbigliamento è veramente fashion!”, prendo in mano il telefono e scrivo a FFIRONMAN® “voglio fare triathlon!”

La sua risposta è un selfie appeso alla parete est dell’Everest, a quota 7300 s.l.m. in costume da bagno, con scritto “adesso non posso, ti scrivo più tardi”.

Comunque a dicembre, dopo aver vinto contro me stesso scendendo sotto 1h45m in mezza maratona a Palmanova, ritorno in piscina dopo 30 anni esatti: avendo fatto, da bambino, qualche anno di agonismo non proprio volentieri, solo l’odore del cloro mi manda in crisi. Ma resisto, vado dentro e nuoto. La prima volta non riesco a fare una vasca intera. Poi, piano piano, le cose arrivano. E la piscina comincia a farsi anche divertente. Va beh… divertente…

A Natale arriva la bici, la mia Kuota detta KUKU. E comincio le mie uscitine terrorizzato: è un trespolo leggero, fuori si gela, le macchine ti fanno il pelo e ogni sconnessione della strada salti.

Ma avanti, si procede. E inizia a farsi divertente anche quello.

Chiedo un consiglio qui, un consiglio lì, e la cosa si fa molto interessante.

A giugno, poi, il primo test vero: con Azz (lo ricorderete https://fulviolunaromero.wordpress.com/2017/10/23/latleticagastronomica-alla-lazzarettovenicemarathon/ ) mi tuffo entusiasta in uno dei laghi di Revine, e faccio la distanza completa. La puzza di luccio perca mi abbandonerà la barba dopo un mese.

Poi si replica nel lago di Santa Croce. E avanti.

Fino al giorno clou: 22/9/2018

 

E come si può pensare di fare l’esordio nel triathlon senza LUI?

Appuntamento fuori di casa mia alle 8.30

La sera prima suono con i Royal, bevo più birra che negli ultimi due mesi sommati, vado a letto all’una ubriaco, ma alle 7 sono in piedi. In anticipo. Mando un sms a FFIRONMAN® dicendogli che sono un attimo in anticipo; mentre scrivo vedo la FFMOBILE fuori dal cancello con LUI  che mi fissa con sguardo torvo mentre spiuma un fagiano appena catturato.

Esco taciturno, carico la bici, FFIRONMAN® fissa il cielo e grugnisce.

Cadono un paio di anatre. Le mette nel bagagliaio per lo spuntino e si va.

Sintetizzo al massimo quanto accade prima della partenza: accanto a noi l’auto di alcuni ragazzini giovani che sicuramente faranno una grandissima gara, almeno a giudicare dalla confezione di farmaci che si sparano giù (credo si tratti di roba per l’influenza, o forse per il mal di testa, dai!). Andiamo a bere un caffè a un chiosco studiando le spine delle birre per il post gara. Intanto FFIRONMAN®  e il titolare del chiosco si fissano… annusano l’aria… quando già temo il peggio, la sentenza è univoca: bora!

I due capiscono che a breve saranno cazzi. E ci beccano in pieno.

Metti giù la bici, sistema le tue cose e vai in spiaggia per entrare in acqua.

Quando lo speaker dichiara “muta vietata” in 399 bestemmiano. Uno esulta: io. Semplicemente perché dovessi togliermi la muta, probabilmente non chiuderei la gara prima del tramonto.

Il mare è incazzoso come Serse Cosmi, pericoloso come la diarrea con la tosse, invitante come una merda su un centrotavola. Ma soldi e paura mai avuti, e accanto a me c’è LUI. Che fissa le onde e scuote la testa.  Il vento tace. Il sole si affaccia. E una tromba suona.

Via la batteria femminile mentre 80 cuffie rosa si lanciano in acqua. Sottovalutando un attimino la corrente che le porta più o meno a 100 metri a ovest della boa… Tra le cuffiette rosa fanno bella mostra le gemelline Bortolotti che iniziano a menare le mani a destra e sinistra già dopo tre passi.

Mentre sto per cagar… ehm… valutare quanto sono teso, accanto a me si materializzano altre due figure di riferimento della mia veneranda età: il mio coach Andrea Toso, che sorride felice pensando al fatto di rischiare l’annegamento, e Alberto Bettiol, amico di vecchia data, in body modello “diversamente etero”, che allegro ricorda con FFIRONMAN® momenti in cui non sapevano se mai sarebbero riemersi dalle onde.

Sono al settimo cielo. Sto già meditando di andare al chiosco e chiudermi lì, quando squillano le trombe e si va!

Tutto quello che avevo pianificato salta dopo 10 secondi: mi metto in coda, aspetto che entrino gli altri, vado con calma. E col cazzo! L’adrenalina è a mille, si va! E sdeng! Mi schianto contro un altro atleta. Riemergo, cerco FFIRONMAN® e lo vedo mentre, placido, prende a schiaffi un paio di squali.

Il primo bordo, contro le onde, è un vero casino. Arranco, faccio fatica, ma vedere tutta la gente attorno che si arrampica sull’acqua e cade giù di là è una figata mostruosa (si, lo so, ho dei gusti di merda). Vista l’esperienza delle cuffiette rosa, tutti puntano a est, e la cosa funziona. Al giro di boa, per prendere la direzione parallela alla spiaggia, incasso tante di quelle botte che non ricordavo dai tempi del karate. Ma si va avanti lo stesso. Adesso la corrente è dalla nostra. Con le mani sento roba tonda e morbida. Per convincermi che non siano meduse mi illudo siano le tette di qualche concorrente femminile. Dimenticando che le donne erano partite 15 minuti prima.

A metà del secondo bordo un atleta taglia tra me e LUI da sinistra a destra. Poi cambia idea e taglia da destra a sinistra colpendomi. Purtroppo passa molto vicino a FFIRONMAN® che un filo di mestiere ce l’ha.

Beh, condoglianze alla famiglia. Era sicuramente una brava persona, un buon lavoratore, e salutava tutti.

Via dritti fino alla seconda boa, il fiato è quello che è ma non mollo. Per la prima volta sento LUI parlare, si gira e mi grida qualcosa a metà tra l’incoraggiamento e l’insulto. Mentre io sono alla canna del gas, lui nuota a dorso fischiettando, fa le piroette, salta come un delfino. Provo un pizzico di odio, ma tutto passa alla seconda boa.

Perché… eh eh eh… FFIRONMAN® è un volpone. Prima dell’inizio siamo andati a fare un bagnetto e ha studiato il campo di gara: ha notato che l’ultimo bordo, quello verso la spiaggia, non è dritto, ma dalla boa bisogna andare in diagonale verso destra, soprattutto tenendo conto che la corrente tira a sinistra. Decide (lui, io non c’entro) di puntare un palazzo sul lungomare e nuotare in quella direzione. Morale: mentre ci avviamo soli soletti, a 100 metri alla nostra sinistra ci sono almeno 50 nuotatori smarriti. E in spiaggia ne vediamo almeno altrettanti che corrono lungo il bagnasciuga per recuperare l’uscita mancata di un buon centinaio di metri. Le grasse risate. No, in realtà rido io. Perché FFIRONMAN® non conosce il significato di “risata”.

Fuori dall’acqua. Si va! Di corsa lasciamo la spiaggia, infiliamo la zona cambio e arriviamo alle bici. Provata e riprovata la cosa. Sono veloce: bandana, casco, occhiali e scarpe, si parte veloci. LUI mi aspetta oltre la linea di salita in bici, si gira mi dice solo “attaccati!”. Mi metto a ruota (tralascio i 30 secondi buoni per agganciare le scarpe ai pedali) e… amiche… amici… FFIRONMAN® lo avevo visto a piedi. Lo avevo visto in acqua. Non l’avevo visto in bici. E credo non l’abbiano visto molti altri.

Parte via come un missile terra terra, provo a stargli dietro, non ho fiato nei polmoni, mi viene da vomitare, ma ci do dentro. Lui lascia le scie di fuoco sull’asfalto, un pennacchio di fumo si innalza sul litorale. Quando supera le bici, i ciclisti iniziano a piangere terrorizzati. E io dietro che godo come un 19enne tra le mani di una milf.

Unico momento di VERO terrore arriva quando FFIRONMAN® ci fa infilare in mezzo a un gruppo di una ventina di bici e, attorno ai 35 km/h arrivo al giro di boa. L’ultima volta che ho avuto tanta paura così è stato quando un dobermann mi ha annusato il cavallo dei pantaloni.

Comunque la frazione in bici va via come non avrei mai immaginato, a una media di 36 km/h. La chiudo che non riesco nemmeno a respirare, mentre FFIRONMAN® decide di fare un’ultima tirata fino al passo Rolle, giusto per fare un po’ di gamba. Rientrerà per quando avrò indossato le scarpe da corsa e il berrettino rosso.

Via di corsa! Dopo 750 metri in acqua (ehm… in realtà 1 km, perché le traiettorie di merda non le faccio solo a piedi), dopo 20 km di bici, tocca a 5 di corsa. Stanco, demolito, fiato corto, butto il cuore oltre l’ostacolo (in senso fisico, sia chiaro), faccio i due giri senza pensare a niente. Alla fine del primo mi affianca coach Toso che sta finendo il secondo, mi butta lì due dritte per non farmi mollare, e via da solo come un pesce sega, con un peso delle gambe brutto come una canzone (va beh… quello che è) degli Stato Sociale, ma incazzato come un puma.

Scarico giù tutto, vedo anche una bella creatura che mi incita e penso “cazzo, sono così bellissimo che mi incitano anche le gnocche a bordo strada!” salvo poi scoprire che è Federica Berra, in costume da baywatch, che mi conosce e applaude mossa dal mio stato pietoso). Guardo il gps al polso e capisco che è fatta. Ultima curva e via! Taglio il traguardo al settimo cielo! Volevo stare attorno a 1h30m, ho chiuso a 1h27m44s.

Godimento puro!

Appena consegnato il chip trovo Andrea e Alberto. Abbracci, foto e la frase del coach: sei un triatleta!

Figatissima! Voglia di scatenarmi!

In quello compare FFIRONMAN® e mi ricompongo sotto il suo sguardo severo.

Ci avviamo alla doccia per lavargli di dosso il sangue di un paio di nordic walker che passavano di lì, e poi si torna al chiosco dove abbiamo fatto colazione. Ci raggiungono anche altri “atleti” (le virgolette sono di proposito) e provvediamo di buon grado a svuotare le spine della birra.

Nel pomeriggio rientro a casa e la sera a cena a festeggiare i compleanni mio (il 23) e quello di FFIRONMAN® (nato il 24 settembre 561 a.C.)

Beh… che dire… tanta roba!

Se prima di una maratona  dicono “buon divertimento” puoi agevolmente mandare in culo lo speaker. Se lo fanno qui… c’hanno ragione!

Aggiungo che il livello di passerina è un buon 4 su 5. E la cosa non guasta.

E le birre alla fine hanno tutto un altro sapore.

Urge, però, prima di tornare a celebrare l’evento a colpi di whisky, ringraziare un po’ di gente. Perché anche se un umile sprint, per me è stato un traguardo fisico e mentale difficilmente dimenticabile. Una soddisfazione e una gioia che mi fanno gran bene.

Il primo grazie, ovviamente, va a FFIRONMAN® che ha subìto le mie ansie, le mie paure, che si è franciullato le palle nuotando come un polpo per aspettarmi e che non mi ha mai mollato. E non sabato, non lo ha fatto da un anno a questa parte. Un’Ave Maria per lui (che, tra l’altro, Maria l’aveva conosciuta di persona qualche anno fa.)

Grazie a coach Andrea Toso, di cui sono il fiero Paziente1 (Paziente0 ovviamente è Giuliano Pasini che un giorno trascinerò anche in questa follia), che su di me sta facendo un gran bel lavoro.

Grazie ad Azz (avete notato come uso bene le eufoniche? Minchia, sono o non sono scrittore?!?!) per gli esperimenti a cui mi ha sottoposto nelle puzzolenti acque lacustri.

Grazie a Paola e Coso, che probabilmente ne hanno le palle piene ma ostentano indifferenza.

L’ atleticagastronomica™ oggi conta su una specialità in più!

Evviva Jesolo! Evviva il triathlon! Evviva l’atleticagastronomica™

 

FLR2018

Trail del Patriarca e Madonne varie.

Dopo mesi, e mesi, e mesi, e mesi, torno a narrare le peripezie dell’Atleticagastronomica. Vi siamo mancati???

Tantissimo?

Volete ritentare la risposta, per favore, che siamo permalosi come delle scimmie?

Va beh, avanti sempre.

L’occasione è ghiotta: il trail del patriarca, una simpatica passeggiata tra i rilievi della pedemontana, una domenica di primavera.

Partecipano alla contesa: PM10, Lo Svedese, Saluda Andonio e un nuovo membro temporaneo del gruppo: il Timido Andrea. Che, come da prassi, farà il culo a tutti.

Tralasciando le condizioni in cui arriviamo (e non parlo solo di salute e stato d’animo, ma della mia macchina in panne a 5 km dalla partenza) ci prepariamo ad affrontare la sfida.

Saluda Andonio, reduce da un lungo stop, opta per la 14km. Noi, intelligentoni, ci giochiamo la 25.

Pronti-via!

Alle 8,30 ci si lancia come dei Mig. Al terzo secondo di gara Lo Svedese perde il telefono. Considerata la mia macchina prima, valutiamo che sarà un successo tornare a casa non mutilati.

Comunque nel marasma iniziale, sotto lo sguardo godereccio di Saluda Andonio che attende il suo turno, ci perdiamo. Teniamolo a mente.

Il primo km fila via liscio.

Sarà l’unico. Perché attorno ai 1500 metri di distanza si iniziano i 1400 di salita.

Le gambe tutto sommato vanno. E, quando sono in preda al primo crollo (tipo al km 2) ho la botta di culo di mettermi in scia di Fanny Miggiano a cui starò piattellato per gran parte della gara. Inutile dire che lui sta passeggiando e io sono pronto per il polmone artificiale.

Supero Emanuele Ferrabó, all’ottavo faccio un selfie con Andrea De Pieri e vinco il premio per essere l’unico al mondo che nel gruppo Aiino Runners incontra solo uomini.

Il percorso è tortuoso e tecnico. Il fondo scassato, poco spettacolare perché sempre bel bosco. Poi, sul più bello si sbuca in cima e si apre il panorama sulla pianura.

Un sospiro e via di nuovo. Perché non sei in cima, in realtà, ne manca ancora!

E allora spingi, bosco, foglie, radici, sassi.

Diciamo che tutti speriamo che la discesa arrivi presto.

Il problema è che quando arriva è da cagarsi addosso.

Roba che Tomba spostati! Il tutto su cropani coperti da foglie. Ma si va! Il brivido mi tiene vivo.

Intanto penso “ho bruciato gli altri, continuo a tirare e non mi prenderanno!”

Il punto è che il patriarca non molla mai. Finisci una mini discesa e attacchi una salita che ti schianta. Al decimo facciamo un muretto in cui invoco le divinità conosciute. Ma al ventesimo… al ventesimo.. con le gambe ormai cotte si fa un bel ristoro, pieno di ogni ben di Dio. Ci si gira e… in duecento metri si sale di una cinquantina.

Sento gente invocare il colpo di grazia. Io, in primis.

Sali, sali, ma una volta in cima c’è la riconciliazione con gli dei del trail: finalmente un panorama mozzafiato che spazia dal Visentin, ai colli asolani, alla pianura, al parcheggio. Che è proprio sotto di noi. In verticale lo si raggiungerebbe in una trentina di secondi (considerati i miei rudimenti in fisica sull’accelerazione gravitazionale) ma per strada manca ancora quasi un’oretta.

Entusiasmo pari a quello del pubblico a un concerto dei Tiro Mancino.

Cominciamo a scendere e tra me e me “spingo, così non mi prendono!”

La crudeltà degli organizzatori esplode al ventitreesimo: una bella salitina per sciogliere le gambe. Accenni di crampi a gogo, sete bestia (il clima era quello di metà luglio, e la tintarella jesolana muuuuuuta!), ultimo sforzo e via!

Gara finita! Io anche.

3h43m di sofferenza. Ma portata a casa.

Mi accoglie Saluda Andonio fresco come una rosa, birra a fiumi in attesa degli altri. A parte un taciturno Timido Andrea che vaga attorno alla spina della birra. PM10 e Lo Svedese arrivano dopo 10 minuti. Dalla macchina.

Perché io spingo per non farmi prendere, loro spingono per prendermi. Il problema è che loro erano davanti.

Morale, mi hanno dato questi 20 minuti.

Ma la mia umiliazione non la godo appieno, col pensiero rivolto all’auto.

Beviamo il Fratino tiepido, omaggio dell’organizzazione, ci asciughiamo alla meno peggio, indossiamo la… ehm… bella… maglietta della gara, e via! Verso il soccorso stradale.

Somma totale: gara bella, si. Ma durissima. Poco spettacolare bei paesaggi, molto tecnica e probante. Ma nel complesso promossa, anche perché organizzata alla grande.

I miei amici hanno spaccato, una corsa grandiosa!Si vede chi ha la stoffa e chi beve whisky torbato.

Ultima considerazione: due settimane fa, con l’Imbianchino, ho fatto “i sentieri dell’impero” , altro trail rilassante. E, per tutta la gara, continuavamo a ripetere “oh, ma che poca passerina che c’è…”.

Ecco, era tutta al Patriarca.

E allora, evviva il Patriarca!

Evviva il trail!

Evviva il soccorso stradale!

FLR2018

Nella foto la cavia Timmy Luna Romero presenta la maglia.

Mi chiamo Massimo. E ce l’ho fatta.

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Mi chiamo Massimo, e ce l’ho fatta.

Lo penso spesso. Lo penso a casa, al lavoro mentre sto con mia moglie e i miei figli. Penso che sia accaduto qualcosa di strano, di spaventoso e straordinario allo stesso tempo, un momento in cui ho girato una curva e ciò che c’era dopo è totalmente diverso da quello che mi sono lasciato alle spalle. Qualcosa che non avrei mai immaginato.

Mi chiamo Massimo, e sono un runner. Avevo fatto una gran bella gara alla Maratona di Berlino, e mi sono presentato tranquillo alla Mezza di Treviso, con i 42 km nelle gambe. Del resto, così vicina a casa, così comoda e veloce… ci si può fare il tempo!

Mi chiamo Massimo, e mi ricordo poco, quasi nulla. Ricordo di aver passato il ristoro dei 15km, e di aver infilato la Restera. Poi il ricordo è quello degli altri. Mi hanno visto allungare il passo e barcollare, portare il corpo in avanti. Mi hanno visto cadere.

Io non li ricordo, non ricordo nulla di Ettore, Manuel, Gabriele, Gianluca, Paride, Alessio. Non so che manovre abbiano compiuto, con che velocità, con che forza e con che freddezza. Chi mi ha massaggiato il petto, chi mi ha sostenuto, chi ha fatto la spola tra me e l’ambulanza, chi mi ha intubato.

Mi chiamo Massimo, e il mio cuore si è fermato. Solo che lo hanno fatto ripartire. Gente che non conoscevo e non mi conosceva, che poteva passare via fregandosene oppure chiamare il 118 e chiudere la gara. O immaginare che si sarebbe fermato qualcun altro. Invece si sono fermati loro, mi hanno spinto il cuore, lo hanno preso a pugni, hanno gridato con il sudore della corsa e l’adrenalina dell’emergenza. Un medico, ma anche un pompiere, un operaio, una persona qualunque. Gente che non ha avuto paura, gente che non è passata dritta. Gente che mi è venuta a riprendere, per i capelli, da un posto in cui non avevo nessuna voglia di andare.

Mi chiamo Massimo, e le emozioni mi hanno travolto. In ospedale ho scoperto che l’affetto e la solidarietà sono qualcosa di immenso. Che ci sono persone che vincono delle guerre quotidiane, degli eroi in camice. Ma anche altre che le guerre non sono pronte a combatterle, e allora ti fanno sentire semplicemente che ci sono, che sono con te.

Mi chiamo Massimo, mi hanno portato la mia medaglia, mi sono venuti a trovare, mi hanno preso anche in giro. Abbiamo riso e abbiamo pianto. Ma tutti insieme ce l’abbiamo fatta: l’Unità Coronarica e il reparto di Cardiologia di Treviso, la Riabilitazione Cardiologica di Motta di Livenza, eroi di ogni giorno che non compaiono sui giornali, ma che donano professionalità e passione a tutti quelli che passano da loro.

Mi chiamo Massimo, e non mi resta che ringraziare. E non solo perché sono qui, ma perché ho visto cosa significa stare tutti uniti, cosa può fare la solidarietà degli uomini e delle donne, è stata una lezione forte che ci dà speranza nel futuro.

Grazie a tutti voi che ci siete stati. Insieme abbiamo composto una squadra straordinaria, la più grande che si possa immaginare.

E uniti così, coesi così possiamo dire solo una cosa: se il destino è contro di noi… peggio per lui!

Massimo Ghedin

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https://fulviolunaromero.wordpress.com/2017/10/08/la-mezza-di-treviso-tutticonmassimo/

La mezza (festa) di Palmanova

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Apro questo articolo con una premessa doverosa: ieri avrebbe potuto, e avrebbe DOVUTO essere una giornata di festa con Palmanova invasa da 2700 corridori e l’atleticagastronomica® sugli scudi. Purtroppo al 18esimo km Mjlan Slamic è caduto a terra e questa volta non è stato possibile ripetere il miracolo della Mezza di Treviso ( https://fulviolunaromero.wordpress.com/2017/10/08/la-mezza-di-treviso-tutticonmassimo )

Aveva 42 anni e, nonostante uno spiegamento di forze e l’abnegazione dei soccoritori, non ce l’ha fatta.

Siccome quando ho raccontato i fatti di Treviso mi sono preso dello sciacallo e qualcuno ha contestato il mio scrivere in maniera ironica (come uso fare), ecco il senso della premessa: io sono così, prendere o lasciare. La corsa è gioia, corriamo per sentirci vivi. Anche Mjlan sono sicuro lo facesse. Fino a qualche minuto fa ero indeciso se scrivere le mie solite cazzate, ma a Mjlan dobbiamo anche questo: continuare a vivere e correre per lui, e continuare a farlo con gioia, senza ipocrisie. Ciao Mjlan, questo articolo è per te. Con tutti i limiti e i difetti suoi e dell’autore.

 

Dopo la disastrosa esperienza della http://www.huaweivenicemarathon.it/it/venicemarathon/ e l’entusiasmante scapicollare del http://traildelgevero.com/ , l’atleticagastronomica® tenta di regalare la propria dignità tra le mura della città fortificata ai confini con la bassa friulana.

Le premesse, come sempre, sono imbarazzanti: no, non quelle degli altri. Perché FFIRONMAN™ ci arriva facendo la stessa fatica di una camminata per la navata centrale a ricevere la comunione, e Giulianik ha ancora nelle gambe l’adrenalina per il tempone scatenato a Venezia. Io, invece, che ormai porto a casa insuccessi a raffica, covo desideri di vendetta nei confronti della dea del running.

Dopo due settimane di allenamenti sputasangue, spaccata la mia comfort zone, decido di tentare di giocarmi il tutto per tutto e violare il mio imbarazzante personal best (1.47,41 portato a casa qui https://fulviolunaromero.wordpress.com/2016/10/09/la-mezza-di-treviso-nemo-propheta-in-patria/ ). La strategia è perfetta: il venerdì sera vado a cena con colleghi a Cormons (località nota per le acque di risorgiva e la cucina leggera), sabato a pranzo da Azz che tenta di abbattermi a colpi di grigliata, birra, vino rosso e whisky. Praticamente arrivo alla partenza che peso 3kg in più di due giorni prima e che non mangio da 20 ore, con il concreto rischio di vomitare al quinto km.

L’organizzazione dell’atleticagastronomica® è, come sempre, lineare e intuitiva: la FFMOBILE parte da Treviso con a bordo FFIRONMAN™ e il sottoscritto. Giulianik parte da Trieste. Mogli, figli e partenti vari ci raggiungeranno con altre auto più tardi.

Tra i vari si millanta anche la presenza di Gino Crocerossa che, ovviamente, tenteremo di tenerci alle spalle… sapete com’è…

Quando parcheggiamo fuori delle mura, alle 8.30, ci sono alcuni orsetti polari che giocano nel fango. Fa un freddo bastardoporco. L’idea è di indossare la felpa verde labirintite omaggio dell’organizzazione e poi scagliarla alla partenza, ma ripieghiamo su un sistema artigianale: FFIRONMAN™ sfodera dei sacchetti per la monnezza formato campeggio (quelli che usa per disfarsi dei cadaveri dei nordic walker) e, con una katana e dei calci circolari, li buca. Li indossiamo e immediatamente sembriamo i ballerini di Kylie Minogue. L’imbarazzo è tanto. Peggiora quando incrociamo una spavalda Monica Bortolotti tutta azzurra con treccine alla pornhub accompagnata da una ignota gemellima (stendo un velo sui pensieri di noi uomini) e, successivamente, Elena Sarzetto che sta per urlare “selfieeeeeeeeee” ma si ricorda di aver lasciato il telefonino nella sacca. Per rimediare ne abbiamo fatto uno postumo. Nessuno si accorgerà che è un fotomontaggio.

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Va beh, insomma, ci si prepara e si va.

L’outfit: i miei due amici si stanno facendo, devo ammetterlo. FFIRONMAN™ indossa la maglia del meno famoso gemello degli Avengers. Sotto maglia termica a maniche lunghe rossa, berretto Ironman e occhiale cattivo. Giulianik sfoggia un pantaloncino evidenziapacco e una maglietta regalatagli da un amico che l’ha comprata in Austria. Devo aggiungere altro? Di quel colore che è un misto tra il prugna, il ciclamino, il viola quaresimale e il ligure vin trà su (letteralmente “vino che si ripropone dopo che ha saturato lo stomaco), ornato da dei teschi benauguranti con una scritta sull’entusiasmo della corsa.

Io DEVO indossare la maglia di Superman regalo di mio figlio per il compleanno. Il fatto che abbia le maniche corte e fuori i pinguini si radunino attorno alle stufette è un dettaglio. Quindi maglia nera (anche per le doti atletiche, insomma), shorts neri della www.nike.com , spiker giallo fluo e neri omaggio della http://www.primierodolomitimarathon.it/it/dolomiti-marathon-it e visiera gialla fluo della www.compressport.com

Bellissimo. Ma ibernato.

Comunque, ormai sul piede di guerra, ci si organizza per partire. Con un’unica incognita: non so se conoscete Palmanova. Ma la piazza centrale, che arrivi da nordsudovestest (e forse quel che cerchi neanche c’è, tra l’altro) è uguale. Quindi capire da dove siamo arrivati, dove consegnare le sacche, dove occuparsi delle piccole esigenze corporee… comporta un giro a 360 gradi della piazza. Il che significa che per uno con la prostata entusiasta la mezza sarà di almeno 25km.

Insomma, tutti pronti, il freddo passa, la tensione cala.

Dai microfoni un entusiasta Gilberto Zorat carica gli atleti e grida “al colpo di cannone si parte”.

Ovviamente tutti pensiamo sia un modo di dire. Col cazzo. Gilberto non mente mai! E alle 10 puntuali tirano uno di quei botti che chi non parte per voglia lo fa per necessita vista la paura che prende. Pare che la palla del cannone stesso sia caduta dalle parti di Miramare… i vecchi campanilismi…

Via!

Terrorizzato dalla cannonata scateno a terra tutta la cavalleria in sorpassi assatanati. 4.40 al km e giù cattivo come il male. Giulanik mi si piazza dietro, accanto, davanti. Lui dice “ti tiro io”, in realtà ti si mette dietro e ti fiata sul collo. La sensazione è per lo meno curiosa. Intrigante ma curiosa.

FFIRONMAN™ si sistema sornione poco più indietro, si sentono solo le urla delle persone che gli tagliano le traiettorie, e i rumori degli zigomi che saltano.

5km alla grande. 10km alla grande anche se dai 4.40 stiamo già scendendo attorno ai 4.50 che, per me, sarebbe più o meno come portare una NSU Prinz a correre un gran premio (l’ultima volta che sono sceso sotto i 5 al km stavo precipitando ne vuoto).

Al 15esimo mi coglie un velo di allegria: tipo una canzone di Nick Cave, per capirci. Medito il ritiro/suicidio. Giulianik coglie questa mia frase introspettiva e con parole incoraggianti (rivolte, in particolare, alle mie tibie) mi incita a tenere.

Nel silenzio totale sento un “vroooooooooooooooommmmmmmm” e passa FFIRONMAN™ . Che anche oggi, quando ho dato giù come Peter North, mi darà la consueta bomba di secondi.

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E’ da dire che incrocio TUTTI i personaggi citati nel https://www.amazon.it/Piccolo-Manuale-Sfigato-Running-atleticagastronomica/dp/1549586149/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1511205452&sr=8-1&keywords=piccolo+manuale+sfigato+del+running , in particolare gran fila di Signori Rantolo. Mah, sarà stata la giornata.

Insomma via duri. Quando siamo al 18esimo il fattaccio, un po’ di lucidità viene meno ma si corre a perdifiato. Mi superano i pacer dell’1.45 ma io vi conosco, mascherine! Voi non fate 1.45! Voi vi tenete un po’ di vantaggio! Così me ne sto sereno nel gruppo. Finite le ridenti località attorno a Palmanova si infila il rettilineo, si entra non so da che lato delle mura e della piazza, non lo sbaglio solo perché segnato, via dritti!

Sulla destra parenti e/o amici festeggiano. Mio figlio, Coso, filma la scena. Rivista ieri sera, i miei piedi e l’asfalto sono usciti benissimo.

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Dritti fino in fondo e SBANG!

1.44,19!

Personal best migliorato di oltre 3 minuti. Entusiasmo alle stelle. Sulla destra una rantolante Elena Sarzetto che tento di sbaciucchiare a tradimento, ma nemmeno la carenza di ossigeno la rende vulnerabile. Batti qua, batti là, tutti entusiasti.

Mentre ce ne andiamo verso le sacche, o pensiamo di andarci perché ‘sta cazzo di piazza ci fa girare in tondo, una vocina emerge dal nulla. Gino Crocerossa. Che di colore azzurro come la maglia dichiara un 1.48 alla sua seconda mezza. Accolto da un ESTICAZZI.

Insomma, raggiungiamo le borse e ci cambiamo. Le famiglie sono già alle macchine.

Noi, asciutti e zozzi (le docce non le abbiamo trovate… strano!) infiliamo la strada per raggiungerle. Poi torniamo indietro perché era quella sbagliata. Così giusto un paio di volte e di giri della piazza.

Infilata la strada corretta vediamo una birreria. Ma i portafogli sono nelle borse delle mogli. Imbarazzante la scena in cui ci rovesciamo le tasche raccattando degli spiccioli per poi presentarci dalla birraia chiedendo cosa ci può spinare per quei soldini.

Una roba di una tristezza infinita.

Però ne escono tre birre da mezzo, quindi tutto in ordine.

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Raggiunte le macchine e le famiglie, si parte verso il ristorante prenotato da Giulianik, a Santa Maria la Longa. Capiremo solo più tardi che il nome deriva dai tempi del servizio al tavolo. Ma noi siamo tranquilli, i bimbi giocano, il cibo è ottimo e l’alcool scorre a fiumi. Quindi tutto procede regolare anche se la durata del pranzo è più o meno quella di un matrimonio. Ancora oggi se andassimo a donare il sangue non sarebbe all’AVIS ma alla cantina sociale.

Quando usciamo, nelle tenebre, saluti e baci e ci si rimette sulla via di casa. Con la festa a metà per le brutte notizie.

Insomma, che dire… niente di più, direi che mi fermo qui.

Sono felice perché ho fatto una gran corsa, tre anni fa chiudevo la mia prima mezza a 2h15m e dopo Venezia il mio morale era quello di un giornalista che viene mandato a fare un servizio a Ostia. Però ce l’ho messa tutta ed è andata. Un grazie a Giulianik che ha fatto in modo di farmi tenere il passo con tutti i mezzi leciti e non. E a FFIRONMAN™ che dopo avermi superato ha cominciato a calciare a destra e sinistra sgombrandomi la strada.

Per il resto, torno all’apertura. Sarebbe stato bello arrivare tutti al traguardo. Probabilmente ognuno di noi avrebbe perso volentieri una posizione in classifica.

Evviva il running.

Evviva l’atleticagastronomica®

E una preghiera per Mjlan.

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una rara immagine di FFIRONMAN™ che sorride. Guardatela prima che la faccia esplodere.

Il trail del gevero (almeno credo)

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GEVERO=LEPRE= roditore leporide del genere Lepus; ha abitudini prevalentemente notturne, indole paurosa, udito finissimo con buona vista e olfatto; ottimo corridore, molto veloce, resistente e astuto.

Insomma, il tipico animale che alla domanda “faresti il percorso che stanno facendo quegli umani?” risponderebbe “neanche per il culo!”

E non è la premessa peggiore. Ce n’è una che scava nel profondo: il cappellino antipioggia nero, acquistato online, ha subìto un ritardo nella spedizione. Quindi, per la seconda volta in 15 giorni, mi presento con un outfit che comprende un berretto non in linea con tutto il resto. Capite che partiamo già male.

Ma andiamo con ordine: dopo la sfaticata di Venezia, e i segni più mentali che fisici con i quali mi ha travolto, decido di provare una cosa diversa, una gara più varia e rilassante: il http://traildelgevero.com/ . Una passeggiatina/inferno di 21km tra le bellissime colline della zona di Cison di Valmarino, ai confini tra Treviso e Belluno. Gradevole il dislivello positivo di 1700 metri. Di cui 900 in 3km.

L’atleticagastronomica® presenta numerose defezioni: in sintesi sono l’unico demente dei reduci dalla Venice Marathon a giocarsela qui.Mi incoraggiano le uscite estive con l’Imbianchino, Saluda Andonio e il Signor Piccolo Ottone. Il punto è che parliamo di luglio, non sono proprio allenamenti freschi freschi. Ma mi infilo a forza in un simpatico duo: il primo conoscente è già noto alle cronache, ed è PM10. Ma insieme a lui corre il degno compare: un uomo con il quale mi trovo alle 6.20 di mattina, con la pioggerellina, in un parcheggio lungo la Pontebbana (strada notoriamente frequentata da signore dedite al mestiere più antico del mondo). Lui scende dall’auto, mi si para davanti e un po’ di paura mi viene.

Per la sua dignità lo chiameremo Lo Svedese, sguardo assassino, altezza che mi opprime, capello biondo accesso. Mi aspetto che dica un “io ti spiezzo in due” in svedese, ma per fortuna arriva PM10 e via con due macchine. In 3 persone. Storia lunga da spiegare.

Comunque si va. Il cielo è plumbeo, la pioggia ora va, ora viene. A Cison parcheggiamo a un buon km dalla partenza, ci sistemiamo in modo imbarazzante e ci avviamo. La battaglia per l’outfit è pazzesca. Intanto bisogna capire come sarà il clima: secondo i vari siti verrà giù tanta di quell’acqua che potremmo trasformarci in mezzi anfibi. Ma farà calduccio, quei bei 14 gradi umidi da pianura padana. Metto ‘sta maglietta tecnica col pantaloncino da trail. Sopra un bel k-way di quelli che dentro fanno i vermi anche con temperature sotto lo zero. Tutto in nero. In testa un berrettino. Bianco. La depressione mi coglie. Ma mi affonda quando mi guardo le eleganti calze a compressione regalatemi da Azz e famiglia per il compleanno: un azzurro oltremare con inserti rossi, e i disegnini di una splendida luna e un meraviglioso sole sorridente accanto a una nuvoletta.

Voi pensate che possa correre bene?

In tutto questo, accanto a me, PM10 in cerata gialla modello marinaio americano a bordo del rimorchiatore, Lo Svedese in maglia e gilet dai colori che richiamano Praga 84.

Per fortuna comincia a piovere deciso. E 599 arditi si radunano bestemmianti sulla linea di partenza.

Se state pensando che siamo dei poveracci, pensate che un’ora prima si sono radunati quelli che correvano 46km. E la sera precedente un po’ di altri scapestrati si sono cimentati in un vertical di poco più di 5km con gente che millanta di essersi persa per il bosco al buio, quando in realtà non ce la racconta giusta (Francesca Damiani, con l’atleticagastronomica® non sarebbe successo, FFIRONMAN™ vede nelle tenebre…)!

Cominciamo con i selfie che, probabilmente, sono la cosa più imbrazzante del momento: in mezzo a quei due sembro un nano. Ok, un bellissimo nano. Ma un nano. E si sappia che sono alto 181cm. Ma questi di centimentri me ne danno una decina a testa. Di altezza. Che sul resto ci sarà di che parlare in chiusura.

Insomma, pronti alla partenza, cielo coperto, pioggia che scende, decido di compiere l’atto coraggioso: via il k-way vermifugo, su il gilet in softshell e i guanti. Maniche corte e si va!

Che sia un’idea del cazzo non lo capisco subito, anzi! Mi vanto quando PM10 cerca di sfilarsi la cerata in corsa emanando un fumo pari a quello di barbecue e rischiando di schiantarsi.

Il primo km fila via in entusiasmo. Dopo altri 200 metri siamo già in coda: c’è la prima salitina e tutti si inchiodano in direzione dello spettacolare castello.

Il passaggio per il borgo di Cison è bellissimo, del resto lo scenario è dei migliori. Su, attraverso ai boschi con la pioggia che si schianta sulle foglie, cieli azzurri e colline e praterie (ok, nulla di tutto ciò, anche se vi correvano dolcissime le mie malinconie) giungiamo al primo ristoro leggermente affaticati. Io. Perché un passo dei due perticoni equivale a 6 dei miei e la cosa mi sta un attimino logorando.

Lo Svedese fila via con ardore, PM10 si mette in scia. Io rimango indietro e vengo affiancato da un tristissimo Andrea De Pieri, così da poter rimettere in scena la fase introspettiva/drammatica della http://www.huaweivenicemarathon.it/it/venicemarathon/. Ancora una volta, tra l’altro, l’unicA Aiino runners che incontro è un uomo. Direi che le cose vanno alla grande.

La prossima volta chiederò al Presidente Sacilotto di fornirmi la lista dei partecipanti così da fare le mie considerazioni.

Ma torniamo a noi: Andrea è triste. Si indica la pancia e, con la faccia del bimbo che ti ha appena frantumato un Venini dice “ho dei crampi allo stomaco”.

Io fingo indifferenza. Al momento il mio intestino è dormiente, non vedo perché preoccuparmi: mors tua, vita mea! Parto via spedito!

Al primo ristoro si mangiucchia e si bevucchia bene. Siamo al nono km, le cose vanno alla grandissima, le gambe filano via lisce. Giro l’angolo, alzo lo sguardo verso il cielo sperando che si apra e, cosa vedo sopra di me???? Gli altri runners.

Sopra. Si.

Perché da lì parte un pezzo che praticamente è in arrampicata. In alcuni passaggi mi sento un incrocio tra spiderman e una scimmia. Ma è tutto troppo figo! Un’ora abbondante per fare tre km, tutti in coda, un passaggio con una corda in vetta e via di nuovo fino al punto più alto della gara: il crodon del gevero! A 1400 metri! (https://www.vienormali.it/montagna/cima_scheda.asp?cod=3001 )

Condizioni meteo: visibilità di circa 40/50 centimetri. Pioggia gelida. Vento laterale. Io in maglietta e gilet di softshell. Considerato che sto correndo su una cresta di erba e fango, in discesa, che a destra e sinistra ho degli strapiombi da 800 metri…il fatto di non vederci un cazzo è una manna dal cielo.

La giornata prende una piega diversa quando mi affianca ancora Andrea de Pieri, lì in vetta. Non so come mi abbia visto, ma ce l’ha fatta. E mi urla: “Fulvio, tutto risolto! 4 rutti piazzati bene e vado alla grandissima!!!!” dimenticandosi di essere su una cresta tra due valli. Ancora stamattina l’eco rimbalza tra le pareti della bassa bellunese. Sono momenti bellissimi!

Secondo ristoro, al riparo: the caldo, acqua e via.

Soprattutto, trattandosi di una gara che punta alla tutela dell’ambiente, i bicchieri sono pochi quindi meglio essere attrezzati. Ho la borraccia nello spallaccio del mio meraviglioso zaino della http://www.marsupio.it/ , la faccio riempire metà di the caldo e metà di acqua. Poi la ripongo. Ricordiamo questo dettaglio.

In qualche modo, praticamente pattinando in discesa, ormai persi di vista i miei lungiformi amichetti (anche li avessi avuti a un metro li avrei persi di vista), si comincia a scendere. Ed è tanta, tanta roba! Faccio dei tratti dove sono praticamente da solo (no, non mi sono mai chiesto “Fulvio, mica avrai sbagliato strada?”, no… mai chiesto…), corro e salto come un capriolo, ho acqua e fango anche a metà del colon, ma mi sto divertendo un sacco. Mi cade l’occhio sulla borraccia e l’amara verità: il gentilissimo signore che mi ha messo l’acqua me l’ha messa frizzante. Praticamente nella mia borraccia ci sono 70 atmosfere ed esce una schiuma scura da ogni dove. Entusiasmo alle stelle!

Bevo un po’ di quella porcheria fotonica e via di nuovo, tra sali e scendi, boschi e rocce, alberi e foglie secche. La parte masochista dentro di me gode.

Ma la parte agonistica non ha fatto i conti con alcune nuove figure che, se mai ci fosse un seguito al mio https://www.amazon.it/Piccolo-Manuale-Sfigato-Running-atleticagastronomica/dp/1549586149/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1509999060&sr=8-1&keywords=piccolo+manuale+sfigato+del+running , non mancherò di citare.

Una su tutte: il rompicoglioni lento. Che fa l’upgrading quando ha anche le racchette e rischia di conficcartele in ogni dove.

Ora: io sono lento, ma in discesa mi piace lasciare andare le gambe. Il sentiero è stretto, ci sono i sassi, è pericoloso e ci sta che qualcuno abbia paura. Quindi vada piano. Ma, soprattutto, vada fuori dai coglioni! Faccia passare invece di inchiodarsi entusiasta in mezzo. Che il rispetto tra runner è anche questo, il cedere il passo se ci accorgiamo che stiamo frenando qualcuno. E vi assicuro che l’ultimo se n’è accorto: l’ho preso in mezzo alla nebbia e gli alberi al 17esimo km (preso… in senso metafisico, ecco). Ho cominciato ad attaccarmi al culo, roba da 30/40 cm (giusta la visibilità) e ha cominciato a correre un po’ più rapido. Man mano che provava a saltare, accelerare, mi attaccavo. E così via per quello che credo sia stato il km più veloce e più brutto della sua carriera di runner. Fino al mio “o ti togli o ti butto giù”. Momenti di alto sport! Ma riesco a passare e via lungo una discesa cementata (il mio 19esimo lo faccio sotto i 5 al km). Mi sto divertendo come un folle, probabilmente il traguardo è attorno ai 21.5km. ovviamente a 21.2 mi becca un crampo devastante all’interno della coscia sinistra (probabilmente le maledizioni del rompicoglioni di poco prima). Mi fermo, dico un paio di cose carine. Un dolore, un bruciore devastanti. Ma, cazzo, non si molla. Mi rimetto a correre, il muscolo capisce che sono leggermente adirato, capisce che è finita la discesa e non prenderà più i colpi di prima. Passo il ponte di pietra che porta al traguardo, c’è il pubblico, il male improvvisamente passa, le luci, l’arco dell’arrivo… FATTA!

Coperto di pioggia, fango e sudore, ma contento come non ricordavo alla fine di una gara.

E, per la prima volta, riesco ad arrivare praticamente da solo, tra gli applausi. Cosa che sta portando il mio ego a esplodere.

PM10 e Lo Svedese (occhio cattivo), che da oggi in coppia chiameremo 892 892 mi aspettano dopo la linea. Prendiamo un po’ di acqua (quella dal cielo non è sufficiente) e partiamo di nuovo di corsa verso le macchine. Non chiedeteci come. Ci riusciamo in qualche modo.

Bello quando passiamo accanto a una station wagon, vetri appannati e il culo del padrone contro il finestrino dietro mentre si cambia. Carino anche l’arrivo alle nostre auto e i 39 tentativi di selfie fatti da PM10.

Battute, risate, ah ah ah, mi infilo nella mia macchina per cambiarmi e asciugarmi.

Mentre lo faccio dichiaro “oh, mi metto di qua perché PM10 lo conosco, e pur di vedermi il culo se le inventa tutte!”

Grasse risate e si va avanti.

Dopo un paio di minuti, mentre sono più o meno come mamma mi ha fatto (a parte i BELLISSIMI calzettoni che non riesco a togliere) vedo un’ombra che, quatta quatta, gira attorno all’auto. Una figura allungata che parla della gara, in una cerata gialla tipo conducente di rimorchiatore. E, come per magia, trascinato dal suo flusso di coscienza PM10 mi si presenta davanti.

Per fortuna interviene Lo Svedese spiegandomi che vorrebbe solo capire se sta storia dei centimetri di differenza sia vera.

Non so. Non mi è chiaro.

Detto questo, un altro quarto d’ora a tentare di togliermi i calzini con crampi fino ai gomiti, saluti e baci, misurazioni varie e si va!

Che dire… tanta roba! Dopo la sofferenza della maratona mi serviva provare dei dolori diversi. E il trail in questo è straordinario. La compagnia è stata buona, per la seconda volta in vita mia mi sono sentito come Schillaci in mezzo alla difesa della Finlandia, e direi che ce la siamo passata. A oggi ho dolori anche ad accendermi il sigaro. 

I paesaggi… credo siano fantastici. Mi piacerebbe tanto averli visti. Va beh, sarà per la prossima volta. Buona l’organizzazione, eccellenti i ristori. Basta spingere giù per i dirupi qualche rompicoglioni ed è fatta! Scherzi a parte… amiche, amici… un trail così non è proprio per tutti. Se si è in forma ci si diverte, altrimenti è solo fatica e pericolo. Per se stessi e, soprattutto, per gli altri. Quindi… meglio uno spritz guardando l’arrivo.

Intanto scaldiamo i motori che l’atleticagastronomica® ha последња два годишња именовања (gli ultimi due appuntamenti annui in serbo… che dite? Devo smetterla di bere?).

Ci sarà di che divertirsi!

Intanto evviva il trail!

Evviva il gevero!

Evviva l’atleticagastronomica®!

 

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L’atleticagastronomica™ alla lazzarettovenicemarathon

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Il destino ci manda dei segnali. Alle volte intuibili, alle volte terribilmente evidenti. Sta a noi coglierli.

Ecco, noi siamo l’#atleticagastronomica, a meno che i segnali non arrivino in bottiglia (piena) non li percepiamo.

Questo per chiarire le dovute premesse che ci accompagneranno nel corso di questo STRAORDINARIO post che racconterà la #huaweyvenicemarathon2017

 

Perché l’atletica gastronomica, che oggi si presenta con un picco di esponenti (5 persone con evidenti disagi) lo fa in una condizione a dir poco deplorevole: il sottoscritto con allenamento approssimativo e con un intervento del fisioterapista il martedì per la schiena bloccata da tre giorni. Oltre ad acciacchi vari ed eventuali, senza considerare quelli mentali che risalgono ai fatti happyending de #lamezzaditreviso (la-mezza-di-treviso-tutticonmassimo ) che però non paiono scivolati come acqua fresca.

Gli altri… ma chi sono gli altri? Beh, andiamo con ordine: Il CEO Giuliano Pasini, il Capitano FFIRONMAN®, Giuliano C. (che da ieri cambia nome e diventa Giulianik) e Azz.

E come arrivano gli altri? Chi allenato meno di me, chi con una maratona corsa 20 giorni fa, chi schiantato al suolo durante il lungo in costiera.

L’unico che ci dà qualche speranza è Azz che si presenta all’appuntamento mattutino, casello di Preganziol, carico come un verro fuori dalla stanza della monta (da quando scrivo poesie non smetto più).

Il ritrovo sarebbe un altro segno da leggere. Ma non lo facciamo.

-Quanti siamo?

-5

-Allora in macchina ci stiamo tutti!

-Si, perfetto.

Il fatto che la macchina abbia bisogno di essere guidata e che questo comporti il mettere a bordo Babbo Giulianik è un dettaglio. Romero finisce dritto nel bagagliaio. Raffinato l’umorismo triestino  riferito al “can in baul”, la mia già demolita dignità trascina a fondo anche la prospettiva di un risultato decoroso.

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Arrivati alla partenza solite cose: gente che si infratta in ogni luogo per scaricare la tensione (diciamo così) e noi, timorosi della pioggia, che indossiamo delle mantelline mio omaggio al gruppo, comperate su www.Amazon.it Un bel made in china della peggior specie, roba che un’eruzione cutanea è il meno. E che ci fanno sembrare i teletubbies (con i quali condividiamo una sessualità equivoca).

Le cose peggiorano quando vediamo i peacer: quelli delle 3h30m hanno i palloncini color merda (immaginiamo da sgonfi sembrassero color oro), e si sa che certe immagini prima della partenza non fanno bene ai nostri intestini già provati dalla tensione.

Poi ci sono i misteriosi peacer delle 6h, quelli del tempo limite che girano con delle pistole a colpo singolo per abbattere i sofferenti. E sfoggiano dei perfetti palloncini a tema: neri! Io comincio a guardarli con simpatia pensando che saranno la mia ultima ancora per arrivare alla medaglia.

Vedo già Giulianik e Azz, invece, che puntano festosi i palloncini color merda. Il fatto è che non li vogliono seguire, vogliono fargli la festa.

Notevole la peacer delle 4h30m, un metro e ottanta di bionda. Penso che potrei mettermi a seguirla. Ci rinuncio già prima di entrare in gabbia.

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L’outfit… un bel casino. Diamo atto a questi ragazzi che da quando corrono con me ci provano, dai. Sembriamo anche bellini. Il colpo gobbo lo fa FFIRONMAN che sfoggia la maglietta del vero Ironman. Cosa che durante il percorso scatenerà i bambini tra il pubblico.

Io… come posso dirvelo… la minaccia di pioggia mi fotte (oggi scriverò a www.Ilmeteo.it lamentando la pessima riuscita nelle foto). Da 3 mesi penso a come vestirmi. E alla fine mi ritrovo con roba inadeguata. Belli i pantaloncini neri www.salomon.comcon il compressore interno sui maroni. Bello il gilet nero e gli spyker www.compressport.com neri, bello che spuntino le maniche azzurre di una maglia tecnica www.diadora.com . Ma l’unico berretto antipioggia che ho è un www.nike.com rosso.

Correre vestito male è un ulteriore schiaffo alle mie pretese agonistiche.

Comunque ormai siamo in ballo. Ognuno nella propria gabbia: i due top runner del gruppo davanti, FFIRONMAN® e Pasini in buona posizione, io mi infilo per non trovarmi da solo dietro agli anziani. Unica nota di colore: si materializza Francesca Damiani mentre sto simulando un riscaldamento. Chiamo a raduno gli altri ragazzi “ouh, venite qua che c’è della figa”, ovviamente a voce alta. E ritrovo la mia gabbia affollata di 3000 persone affamate.

Va beh, pronti via!

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Da segnalare che il mio stato emotivo è più o meno quello di Dybala dal dischetto. La cosa è stata peggiorata dalla quantità di mail dell’organizzazione che mi scrive “dai! Mancano solo 3, 2, 1 giorni!” e gli sms di pari tenore di PM10. A tutto questo aggiungiamo che in settimana Gian Sacilotto minaccia dicendo che aspetterà FFIRONMAN e il sottoscritto per correrla insieme. In pratica valuto di scagliarmi nel naviglio del Brenta a stretto giro. Roba da poter riscrivere una versione thriller del piccolo manuale sfigato del running

Comunque c’è un botto di gente e ho la scusa buona per andare lento. Pasini scappa. FFIRONMAN® fa in tempo a occuparsi di una pausa liquida tipo 200 metri dopo la partenza e riprendermi. Al primo km una signora non giovanissima grida “dai che a xè quasi finìa”. Oggi conto di leggere sue notizie sul giornale.

Fino a Malcontenta si va benino.

E si va benino anche accanto al ridente porto di Marghera,  però dei miei amici ho perso le tracce. Amici… diciamo così. La mezza la taglio secondo le previsioni. Discreto il centro di Marghera, quando sbuco in via Dante a Mestre ne ho ancora un po’, infatti bene anche il 25esimo. Poi, che dire… so di avere nelle gambe 26/27 circa. E, precisa come una cazzata di Di Maio, la Dea della maratona mi presenta il conto: al 26 e 100 metri non ne ho più.

Da qui inizierà una gara nella gara. Perché se finiscono le gambe si può solo caricare la testa.

Con un’andatura da far invidia a un cane tripode riesco ad arrivare a Parco San Giuliano (è il terzo Giuliano della giornata, il mio stato di confusione peggiora). Ho un momento, allucinante, in cui mi dico anche “dai che faccio il mio personal best!” e tento di allungare il passo. Dura 4/5 secondi prima che una fitta al quadricipite mi ricordi che magari ci provo la prossima volta. Il simpatico ponte in legno che porta al parco balla come durante un terremoto. Ricordo che lo scorso anno lì su ero finito. Fatalità…

Il ponte della Libertà è un piacere unico. Cielo cupo, casino, dritto come un fuso per 4 km con i treni che sfrecciano.

Intanto il diluvio previsto non dà segni. Solo qualche sporadica goccia.

A un certo punto la folla si apre e inizio a vedere una cosa strana: due divise tricolore di Aiino Runners! “FINALMENTE DELLA GNOCCA!”  e parto come un mig. Mentre mi avvicino vedo che tanto gnocche non sono. Cioè, non è che Emanuele Ferrabò e Andrea de Pieri siano brutti uomini, ma considerato che la loro squadra credo conti il 5% di uomini sugli iscritti, colgo l’ennesimo segnale del destino.

Va beh, in tempi di guerra ogni buco è trincea, dicevano. Non arrivo a questo ma mi incammino con questi due ragazzi come se fossimo in Calmaggiore la domenica pomeriggio. E tra due chiacchiere, un tentativo di accelerazione prima di uno poi dell’altro, quel cazzo di ponte finisce.

Passiamo le zone più brutte del mondo, in mezzo a garage e depositi, si sente parlare in giro di tale Beata Elena Sarzetto da Treviso che avrebbe chiuso la gara già ore prima. Imperterrita la mia nuova e desolata squadra provvede a trascinarsi. Fino a quando Emanuele, in un rigurgito di agonismo, parte. E Andrea sentenzia: “non posso farmi prendere per il culo da mia moglie, vado!” e va.

Rimango solo, afflitto.

Ripenso a Charles Aznavour e alla sua “Com’è triste Venezia”. Ripenso a FFIRONMAN® dei tempi buoni, lo vedo già oltre il traguardo a picchiare qualche nordic walker. A Pasini, quel suo sorriso così ingenuo. A Azz e Giulianik che, lo scoprirò più tardi, hanno praticamente morsicato il culo ai keniani di testa.

Ecco, loro lì che mangiano e bevono e io, ramingo e sconsolato che trascino i piedi compatendomi con frasi tipo “me tapino”. Mentre con grazia imbarazzante sfrecciano Marco Deva e l’elegantissimo Denis Bonesso vestito da mucca pezzata.

Verso il 40esimo, dopo un paio di accenni di corsa dimenticabili, mi tracanno ‘ste due bottiglie di acqua, sperando che l’intestino porconi e mi dia una scusa buona.

Un addetto mi osserva, ha gli occhi di quello che ne ha viste tante e mi fa: “la devi chiudere!”.

Mi guardo dentro. Non so dove trovo un minimo di dignità. Gambe non ci sono più, testa nemmeno. E’ il momento delle palle!

Parto incazzato, giro l’angolo e… mi trovo davanti il primo ponte.

Qui faccio un omissis. Anche se sono un animale, certe cose meglio non raccontarvele, certi pensieri li tengo per me. Sguardo verso il gps, ormai anche questa maratona è andata a puttane, ma voglio quella medaglia. E allora via!

Mi trascino corricchiando alla velocità di una sonata di Chopin, ma continuo a muovermi. Come diceva Lincoln Rhyme, il detective creato da Jeffrey Deaver (tetraplegico, per l’appunto): se ti muovi non ti possono prendere.

Attraverso piazza San Marco facendo il fenomeno. Mi atteggio davanti ai fotografi.

Dal pubblico sento una bambina dichiarare: “Mamma, guarda! I palloncini!”

Mi giro.

Dietro di me i palloncini delle 4h45m

Nella mia gola prende forma uno ‘stocazzo e metto il turbo (si, va beh…).

Spingo come uno stitico, salgo sui ponti incazzato, scendo più incazzato ma il pallone dello sponsor all’arrivo è ancora lontanto.

Via, daje, spacca tutto!

Giuro, non so dove la trovo, ma un minimo di forza arriva e booooom! Taglio il traguardo!

Allora… 4h40m fa cagare. Due minuti peggio di Padova in primavera. Ma 5 minuti meno di Venezia un anno fa. 4 maratone in 18 mesi le ho portate a casa, me l’avessero detto 2 anni fa avrei riso.

Tra l’altro, una maratona con 8000 iscritti che ne porta all’arrivo 5900 non è poco selettiva.

Ora, però, con la Regina delle corse ho parlato: ci prendiamo un attimo di pausa, abbiamo bisogno di tempo per pensare. Credo me la farò con la sua sorella minore e mi ridarò ai vari trail che mi sono perso per preparare (male) questa. Fino a quando ci si diverte, incarnando il vero spirito dell’atleticagastronomica™ va tutto bene. Ma quando la fatica supera il gusto (tipo il sesso dopo 20 anni di matrimonio, per capirci) meglio cambiare obiettivi.

Ma andiamo con le scene noir alla fine.

Arrivo e becco parte della truppa: uno scatenato Azz (3h23m), un gagliardo Giulianik (3h29m) un sereno Pasini (4h10m), un ilare Babbo Giulianik che se la ride alla faccia nostra.

Manca qualcuno.

FFIRONMAN® non si vede. I miei amici mi confessano una cosa: stanno cercando di capire se è arrivato. Il problema è che io sono l’unico a cnoscerne il vero cognome, oltre alla C.I.A ovviamente, quindi la ricerca funziona malaccio. Nessun FFIRONMAN® in classifica. Mentre sono praticamente nudo e sudato in mezzo a 4000 persone eccolo sbucare con sguardo soddisfatto delle sue 4h22m (attenzione, gli ultimi 12 li ha corsi senza calzini, replicando scene ormai dimenticate). Nel salutarci stende due maratoneti che, si dice, nel tempo libero facciano i nordic walker.

Vaporetto, garage.

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Qui si consuma una delle scene più interessanti della giornata: Azz ha dell’entusiasmo intestinale, si fionda verso i cessi del garage che sono a pagamento. Si ravana in tasca ma ha lasciato i soldi in macchina. Il suo sguardo, misto di terrore e stupore, è uno spettacolo. Io i soldi li avrei, ma amo vendicarmi così sulle prestazioni altrui.

Mentre i suoi occhi azzurri assumono il colore dei palloncini delle 3h30m torniamo alla macchina e partiamo come delle schegge verso il casello di Preganziol. Cioè, faccio in modo di ripetere ogni limite di velocità possibile, anche i 30 km/h e becco tutte le buche possibili. Da notare che la porta posteriore della celebre Musa Bianca (che ci richiama anche le attenzioni di qualche camionista) non si apre dall’interno…

Una volta arrivati, e qui il fondo lo tocchiamo, un Azz ormai prossimo all’effetto gavettone apre il pacco gara, pesca la birra omaggio (calda) e la butta giù a collo.

L’intestino è salvo. Ancora oggi dei medici si stanno chiedendo come sia possibile.

Per la dignità, invece, è troppo tardi!

Insomma, la merda come leitmotiv di questa gara, ma con un gruppo di cazzoni così tutto passa in secondo piano.

Evviva la maratona (degli altri)!

Evviva l’atleticagastronomica™

Evviva l’intestino di Azz!

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La mezza di Treviso: #tutticonmassimo

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Questo non sarà uno dei miei consueti articoli su una gara. tenterò, in qualche modo, di tenere a bada il mio umorismo perché voglio raccontare che oggi il running mi ha insegnato qualcosa di grande.

Prima di farlo due aspetti fondamentali:

  • avete comprato il mio https://www.amazon.it/Piccolo-Manuale-Sfigato-Running-atleticagastronomica-ebook/dp/B0753PKHRR/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1507485384&sr=8-1&keywords=piccolo+manuale+sfigato+del+running ??? Dai, spendete ‘sti 2 euro e 99 centesimi, che voglio comperarmi la Renegade Trail Hawk arancione e ho tanto bisogno!
  • La mezza di Treviso… se una gara alla quarta edizione, partendo da zero, porta in pista 2600 atleti, si commenta da sola: una figata mostruosa. Sarà il correre lungo il Sile, sarà il passare per il Calmaggiore, sarà l’organizzazione perfetta, il clima fantastico… non lo so, ma è una gara di bellezza rara. E’ la mia quarta partecipazione, la quinta ci sarà di sicuro. Anche se, devo ammetterlo, sbucato da via Fra Giocondo, vedere l’arrivo lì in fondo mi ha portato alla gola una serie di maledizioni. Che, ovviamente, sono scomparse una volta tagliato il traguardo.

Fatte le dovute premesse andiamo al sodo.

Come al solito ci arrivo con un tasso alcolico doverosamente sistemato nei giorni precedenti (mi dicono che la birra aiuti, io mi fido degli esperti), e come lo scorso anno la gara la uso per preparare la http://www.huaweivenicemarathon.it/it/venicemarathon/ . Lo scorso anno qui ho fatto il mio personal best e Venezia l’ho chiusa in 4h45m sperimentando 13 km con i crampi. Chiaro che quest’anno, per questioni scaramantiche, spero di fare un tempo di merda.

L’#atleticagastronomica è a ranghi ridotti: chi alla Barcolana, chi a Massarosa per dei premi letterari, chi mescolato per non farsi riconoscere. Alla partenza si radunano i reduci: Azz, Matteo Odio Puro Agostinetto, si intravvede PM10 e si aggiunge Gino Crocerossa, chitarrista dei famigerati Royal Acoustic Live di cui mi vanto essere componente ma, soprattutto, medico anestesita-rianimatore presso l’ospedale di Treviso.

Come direbbe Lucarelli, teniamolo a mente, Gino. Che, in realtà, si chiama Dottor Paride Trevisiol e che oggi prova la sua prima mezza. Io sfrutto la cosa: facendo finta di doverlo solo accompagnare nasconderò eventuali tempi indecorosi.

Alla partenza solita fantastica tensione. Come sempre fanno bella mostra di sé le Aiino Runners (si, LE! Gli uomini non li guardo!) belle e bravissime nelle loro divise tricolore. Ok, anche il presidente Gianluca Sacilotto, uno degli autori di questo mezzo miracolo (da una pagina www.facebook.com a oltre 300 iscritti) l’ho visto, dai. E anche l’attento Luca Gionco. Ma anche le belle Elena e Francesca. Che, puntualmente, all’arrivo mi daranno questi 50 minuti.

Detto questo… via! Ci si mette in gabbia, inno nazionale e via per le strade della nostra stupenda città. Davanti a tutti il Sindaco Giovanni Manildo di cui non abbiamo più notizie. Ma pare sia stato visto vagare urlando “i vigili in fondo ai passeggi non li ho mandati io!!!!”. In compagnia di una delle più belle assesso… assessri… insomma: di Alessandra Gazzola, assessore al bilancio.

Va beh, tutto fila lascio. Io mi tiro dietro Paride dandogli qualche dritta. Simulo indifferenza. In realtà spinge più di me, ma faccio finta di nulla.

I primi 5 nemmeno li sentiamo, Paride ha modo di verificare che nel mio libro non invento nulla: i personaggi che cito ci sono tutti.

Via diretti fino al 10 in mezzo alle belle campagne, una bottiglietta di acqua al volo, rischio di soffocamento e via! Cinecity, o come si chiama adesso. Strada dei Tappi che è il punto più duro. Ristoro dei 15 dove la prendiamo con più calma… e si corre!

Paride fila come un jet russo nello spazio aereo siriano. La tabella parla chiaro: chiudiamo a 1h54m e per un esordiente, amiche e amici… la mia prima l’ho chiusa a 2h15m tutti di bestemmie.

Si fila lisci, tutti contenti e sorridenti. E’ fatta.

Al km 18, però, succede qualcosa. Quello che nemmeno lo scrittore di noir che vive in me potrebbe immaginare.

Lungo la splendida e luminosa Restera, tra runners e famigie a passeggio, sulla destra c’è un atleta a terra. Qualcuno gli tiene su le gambe.

-Gino, se ha i crampi, tu ufficialmente sei un ragioniere, non un medico. Via dritti!

Gino annuisce. Ormai annusa il traguardo.

Quando passiamo accanto vediamo che il ragazzo a terra non ha proprio i crampi: un altro runner gli sta praticando il massaggio cardiaco.

Tra un “per dindirindina” e un “porca paletta” Paride ripensa alla sua etica professionale e, seppur in debito di ossigeno, si ferma sul posto.

Da qui, amiche e amici… boh, non so di preciso cosa raccontare.

Massimo, così si chiama, è in arresto cardiaco. Un paio di runner, uomini VERI si sono fermati e uno di loro sta praticando il massaggio con veemenza. Probabilmente gli ha slavato la vita.

Paride si ferma, si inginocchia. Oh, qui parliamo di uno che le vite le salva una decina di volte al giorno. Più o meno switcha un tasto: on/off. Scompare il runner, compare il medico.

Il cuore non c’è. Massimo è fuori gioco. L’ambulanza arriva.

Io, tempo fa, su quattroruote, ho letto che in caso di roba seria ci vuole fermezza, vanno assegnati dei ruoli. Insieme a un altro ragazzo, un tizio vestito da angelo, comincio a tenere lontana la gente. Io, cazzo, sono un ragioniere. Lì non servo a niente. Mi sento inutile come una canzone degli Zero Assoluto.

Corriamo verso l’ambulanza che si ferma a 500 metri perché lì su gomma non si arriva. Gli infermieri sono professionisti seri, il S.U.E.M. di Treviso è la serie A del pronto soccorso.

Vedono Paride all’opera, gli lasciano campo libero. Massimo non c’è, gli occhi rovesciati. Viene da piangere. A noi comuni mortali. Perché ‘sti cazzo di tizi, uomini e donne, in tuta rossa, vanno dritti come dei fusi. Sensori addosso come nei film. “via tutti” e zooooooot! Una scarica elettrica a bestia. Massimo salta su. Cristo, Massimo fagli vedere chi è un runner! E poi hai Paride sopra di te. Uno che ti becca “Comfotably numb” dei Pink Floyd e spara 6 minuti di assolo! Ma di cosa hai paura, Massimo!

Avanti col massaggio, Paride lo intuba. Lì, in Restera, sull’asfalto. Arrivano altri infermieri, altri medici. Insieme a un ragazzo che non so chi sia tento di estrarre la barella dall’ambulanza… ehm… se l’avete trovata incastrata nel portellone è colpa mia.. potete mica farle più facili da usare????

Massimo dà dei segnali, la pancia si alza.

In due o tre gridiamo “Massimo, fottiti! Ci stai fregando la gara!” Paride dice “ok, c’è il polso, è buono!”

Massimo muove una gamba, Massimo respira. Gli occhi iniziano a trovare una stabilit-

Gli altri runner filano via, li mandiamo via. Non vogliono guardare, ma il loro cuore sta spingendo quello di Massimo. #tutticonmassimo anche se non lo sanno.

Su, di forza, sulla barella (un’altra, la prima era… come dire… inutilizzabile…) verso l’ambulanza.

“Massimo, spritz pagato per tutti!”. Muove la testa. Forse sorride. Non lo saprò mai se mi ha sentito, ma Massimo c’è, cazzo! MASSIMO C’E’!

Uno dei ragazzi che si è fermato con noi, in un gesto che mi spacca come una mela, strappa il chip a Massimo e dice “te la chiudo io ‘sta gara! la chiudo per te!” e parte via!.

Non so chi sei. Ma non riesco a trovare le parole per definirti. E notoriamente sono un logorroico.

Paride vorrebbe salire in ambulanza, ma c’è un altro medico.

Mi limito a gridargli, educatamente “hai salvato una vita e adesso chiudi questa cazzo di mezza maratona!”

Ripartiamo. Gli ultimi 2 km li corriamo a 4m30s, mai fatto in vita mia. Adrenalina a mille, e cose dette e non dette tra di noi.

Infiliamo il rettilineo di arrivo che non ne abbiamo più, superiamo il superabile.

Chi ci aspetta non sa cosa sia successo, 2h09m un disastro.

Ma Massimo è lì, che ha tirato fuori le palle e ce la farà! 15 minuti di ritardo sul programma non saranno un problema. Noi siamo con te, ragazzo! Lottiamo insieme!

Tagliamo il traguardo con un magone di quelli devastanti.

Paride ha fatto un tempo di merda. Non manco di ricordarglielo. Io ho infamato il mio già squallido palmares. Ma oggi il running ha vinto su tutto.

E’ curioso. Te li aspetti con le ali, la luce alle spalle.

Invece gli angeli, tante volte, hanno i pantaloncini corti, la canotta, e puzzano.

Il running è un mondo strano. E Massimo, questa volta, si sta portando a casa una medaglia di quelle che ti consegnano solo se hai vinto di brutto.

Evviva la Mezza di Treviso!

#tutticonmassimo

 

FLR2017