Dichiarazione d’amore per le mie lettrici e i miei lettori.

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In questi giorni ho svolto un’attività che a uno scrittore come me piace e non piace: ho riletto e corretto due miei vecchi romanzi per la ristampa.

Mi piace perché significa che i libri sono esauriti. E quindi qualche temerario li ha comperati.

Non mi piace perché… perché i libri li scrivo, poi li rileggo. Poi li correggo. Poi li rileggo. Poi li passo a qualcuno. Poi li rileggo dopo il suo intervento. Poi vanno in bozza. E li rileggo un’altra volta prima della stampa.

Quest’ultima lettura ha delle caratteristiche importanti, per quanto mi riguarda: in primo luogo mi procura lo stesso piacere di guardare in TV una partita di briscola a squadre col commento in tedesco.

In seconda battuta, e questa è la cosa divertente, se al posto di ogni volta che scrivo, ad esempio, ‘macchina’ ci fosse scritto ‘neoprene’ non me ne accorgerei. Perché ormai, più o meno, il romanzo lo so a memoria, e a memoria lo leggo.

Però… c’è un però! (altrimenti il post lo chiudevo qui…)

Però rileggere “Carlo Caccia” e “Il rumore discreto della nebbia” dopo tutti questi anni, è stata un’esperienza.

Ora, teniamo conto che “Carlo Caccia” si compone di due piccoli romanzi: “Libera nos a malo” e “ Il peso delle piume”. Si tratta di due scritti del 2003, perciò di tempo ne è passato. Basti pensare che li ho scritti che ancora avevo i capelli… E devo dire che l’insieme offre un bel romanzo! Se la prima parte è proprio un esordio, un tentativo di mettere insieme una storia credibile e dignitosa, “Il peso delle piume” mi ha offerto quella parvenza di maturità letteraria che al tempo mi pareva aver raggiunto, e che oggi mi accorgo essere ancora un obiettivo lontano.

Discorso diverso per “Il rumore discreto della nebbia”. Perché qui, signore e signori, ho fatto un lavorone!

Chi mi segue da tempo sa che l’ho sempre definito il mio più bel lavoro (a parte Nancy, che se adesso smettete di comperarlo per andare sui vecchi mi tocca tenermi la barba…), oggi posso dire che magari il migliore non è, ma ha una complessità che francamente mi ha sorpreso.

Mi ha sorpreso perché avevo nemmeno 30 anni e del mondo sapevo ancora poco. E mi ha sorpreso perché ho capito che momento stavo vivendo.

Mi spiego meglio, e scatta l’outing: è un libro che ho scritto in un momento molto delicato della mia vita.

Un matrimonio che era appena andato in frantumi e una carriera professionale che stava partendo con grandi auspici sottraendo tempo e intensità a tutto il resto. Il Carlo Caccia che ho riscoperto è un uomo che fatica a comprendere cosa gli accade, che pare scontrarsi da solo con la grandiosità del mondo. Uno che pensa di tappare la falla nella diga con un ditino. Un romanzo nel quale, inconsapevolmente, ho messo un dolore su carta. In maniera sobria ma decisa.

E, oltre a questo, un libro che mi ha cambiato la vita. Ricordo ancora le ore e ore a leggere libri e testi sull’ex yugoslavia, passando da narrativa e saggistica, cercando i documenti del Tribunale Internazionale dell’Aja. Ore e ore a guardare documentari in tutte le lingue del mondo, a cercare di capire l’incredibile complessità di un paese allo sfascio, a pochi km da casa mia. Fino a prendere la moto e decidere di andarci per respirare quell’aria, parlare con quelle persone e innamorarmi della Bosnia.

E con questo percorso ho fatto mia una bella frase di Reinhold Messner: quando fai gli 8000 per la prima volta non sei un uomo diverso. Ciò che ti rende diverso è il percorso che hai affrontato per essere pronto a farli.

Per me scrivere un libro è sempre un viaggio che inizia con l’idea, passa per la documentazione e finisce con la stesura. Ma nel viaggio mi godo la strada, non solo l’arrivo. Ed è la strada a regalarmi le grandi emozioni che poi racconto.

Insomma, questa volta la rilettura è stata davvero piacevole. Come spero sarà la lettura per chi vorrà conoscere per la prima volta queste storie.

Io le o lasciate così com’erano, con le loro ingenuità e la mia strana visione del mondo in quegli anni.

Perché la strada fatta insieme ai miei lettori la voglio rispettare fino in fondo.

Ecco, amiche e amici che leggete le storie di Fulvio e Carlo… prendetelo come un atto d’amore nei vostri confronti. Magari un po’ pochino. Ma il problema è che se dovessi davvero tributarvi quello che meritate, non mi basterebbe vivere altri 1000 anni.

 

FLR

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