I casi umani di FLR: la dura storia di Paquale Natale detto “Il Pertica”

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Pasquale Natale è un uomo fortunato.

Lo incontro una tiepida mattina a Claut. Accanto a noi montagne, davanti a noi montagne, dietro a noi la strada che porta alla diga del Vajont. Un luogo in cui l’allegria sorge come i raggi di sole. E qui il sole si vede un paio di ore all’anno.

-Oggi abito qui in centro a Claut, ma conto di spostarmi un po’ fuori per fuggire alla calca.- mi dice Pasquale, con quel suo sguardo perso nei ricordi.

Madre Natura, con lui, è stata molto generosa: gli ha fatto un grandissimo Dono (grandissimo, davvero) che gli ha permesso di lavorare nella cinematografia per adulti con lo pseudonimo di Natale Pasquale. Anche se tutti lo conoscono come “Il Pertica”.

-All’inizio fu difficile- racconta, con il tono di chi deve giustificare la sua decisione in un piccolo paese.- Quando si è sparsa la voce ho dovuto scappare.-

-Capisco- gli dico. –Ma non c’era di che vergonarsi.

-Ma quale vergogna- mi risponde bevendo il suo caffè. –Il problema era che avevo la fila delle mogli della valle fuori dalla porta. E il mio fisico ne stava risentendo. Avevo pensato di andare a vivere a Erto o Casso, ma mi pareva troppo.

Così Il Pertica ha scelto di nascondersi nel caos della grande metropoli, affittando un appartamento a Pordenone.

-Tutto andava bene fino a quel maledetto 21 luglio 2012- mi dice.

-Cosa accade, quel giorno, Il Pertica?

-Stavo girando uno psico thriller politico, dal titolo “Assalto AR-CORE d’Italia”. Io impersonavo Apicella. Portavo a termine un accoppiamento con Brandi Love che interpretava la cugina di secondo grado di Gheddafi quando il regista mi dice “ok, adesso girati che hai l’olgettina alle tue spalle”. Mi giro di colpo. Sasha Grey è lì dietro e, per sbaglio, la colpisco con il mio Dono allo zigomo, fratturandolo. Da quel brutto giorno la mia carriera si è conclusa.

 -Cosa hai fatto da allora?- gli chiedo, mentre le ombre della sera si allungano ai piedi dei lampioni.

-Ho provato a lavorare come boscaiolo, ma con asce e seghe non mi trovavo benissimo. Oggi svolgo consulenze per un’azienda che si occupa di trivellazioni. Il lavoro mi piace, e loro sono molto contenti. Anche se so che non è quello che cercavo.

 Il Pertica è, alla fine di tutto, un ragazzo normale. Con un grande sogno.

-Si, ho un sogno da tempo- dice. Nel suo sguardo, nel linguaggio del suo corpo forgiato dalle intemperie e dalle bocche di decine di professioniste, comunica l’essenza del viaggio nel mondo dei desideri nascosti.

-Vorrei conoscere l’esquimese della pubblicità del Paraflù, per chiedergli cosa diavolo diceva. E, se possibile, colpire con qualcosa in mezzo agli occhi. che sono 20 anni che mi faccio questa domanda.

 Qualcuno ha il numero dell’esquimese? Qualcuno antigelo paraflù (quello della canzoncina –tra un momento sentirai fluire l’antigelo paraflù-)? 

Aiutiamo Il Pertica a realizzare questo piccolo sogno. E’ un ragazzo dal cuore grande (anche il cuore, si!) che ha molto da dire e da dare. E in cambio chiede solo una telefonata. 

Quando ci salutiamo il freddo è importante. Dalla sua bocca l’alito si condensa lasciando nubi che subito scompaiono nel buio. Solo qualche lampione in lontananza.

-E ora, Il Pertica, che farai?- gli chiedo.

-Non lo so, Fulvio. Il cinema ha bussato alla mia porta. Sempre cinema per adulti, dovrei recitare solo con uomini. Per me un’esperienza nuova. Sfidante, anche se un po’ invasiva. Che ne dici?

 Finisce con queste parole il mio incontro con Pasquale Natale detto “Il Pertica”. In sottofondo solo il rumore delle gomme della mia auto sull’asfalto mentre scarico i 170 cv verso valle. Veloce. Molto veloce.

 

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I casi umani di FLR: La triste storia del giovane Domingo Santo

Barbara-dUrso

Domingo siede al tavolo della piccola cucina nell’appartamento che gli è stato assegnato, anni fa, nella periferia operaia di Marghera. Kilometri di palazzi tutti uguali, di quelle tinte slavate, smorte. Rumori di ferrovia e di cantieri, odori che non vanno mai via.

L’appartamento è piccolo, uguale a molti altri. Una sola camera che Domingo, 31 anni, divide con l’anziana zia falsa invalida.

-Mia zia Carla ormai ha 49 anni, e da 23 percepisce una pensione di invalidità come non vedente. Tiriamo avanti con quella e con i lavoretti con cui arrotonda: vende le sue marmellate fatte in casa, fa lap dance e progetta sistemi antimissile per auto blindate.

Un’esistenza difficile quella di Domingo Santo, travagliata. Ma l’esistenza di un ragazzo con le idee ben chiare!

-Da quando, a 18 anni, ho lasciato la scuola dell’obbligo ho deciso di non lavorare. E’ stata una scelta dettata dal fatto che nessuno mi può imporre di dover lavorare per vivere. Uno Stato serio dovrebbe occuparsi dei suoi cittadini. Cosa crede?- mi chiede –Che io non veda gli operai sul bus alla mattina, alle 11, quando esco di casa? Le sembra giusto che debbano spaccarsi la schiena per mantenere quei ladri a Roma?

Domingo ha già fatto i conti con la parte feroce che questo Stato è in grado di esercitare: -Quella volta della zia Ada… ci hanno accusati di tutto, maledetti! Noi non ci eravamo accorti che fosse morta. Altrimenti chiaro che l’avremmo detto in posta, non saremmo andati avanti due anni ad incassare la sua pensione…

Ma Domingo ha pagato il suo debito con la giustizia e oggi guarda avanti.

-Cosa vorrei fare della mia vita? Mah… siccome a fare la spesa me la cavo bene, riesco sempre a beccare la birra in offerta, ho scritto a Beppe Grillo candidandomi come prossimo ministro delle finanze. Ma credo di aver sbagliato l’indirizzo e-mail, perché ho scritto nel 2011 e non ho ancora ricevuto risposta.

Domingo, però, ha un cuore e un’anima pieni di cose, di sentimenti.

-Si, io penso poesie. Non le scrivo, perché mi stanco presto con la penna. Le penso, e le tengo per me. Sono doni troppo preziosi per andare a raccontarli a gente che non merita. C’è tanta ignoranza, in giro. Tanto egoismo. La gente è gelosa, cattiva, vuota. Non c’è più l’amore tra le persone.

“E i tuoi hobbies?” gli chiedo. La risposta è quella di un giovane come tanti: – Niente di speciale… bere al bar con gli amici, guardare un film porno con Zohey Holloway, posizionarmi sulla massicciata e scagliare cachi contro i treni per Venezia. Ma questo solo d’autunno.

Però Domingo ha un sogno, e me lo rivela mentre volge lo sguardo verso un depuratore da cui esce quell’odore di tombino così poetico nella mezza stagione.

– Sogno di andare a Sanremo, la prossima edizione. – mi dice con il coraggio di chi pensa in grande. – E, in diretta mondiale, ruttare tutta la Marcia Trionfale dell’Aida. Sono anni che mi esercito, e credo di essere pronto a dimostrare il mio talento. Fosse anche per una notte sola!

Aiutiamo il giovane Domingo Santo? Qualcuno di voi ha modo di contattare Fabio Fazio? O altri organizzatori? Vogliamo far vedere davvero di cosa sono capaci gli italiani?

Forza, scrivetemi, e andiamo a realizzare il timido sogno di un giovane di periferia!

Sta facendo buio quando Domingo ed io ci salutiamo. Gli stringo la mano, commosso. Lui mi fissa, soffia lontano il fumo della sigaretta. Poi mi dice: -Grazie Fulvio.

Lo fa con un rutto pieno.

Come piace a lui.

El mondo xè pièn de rompicojoni

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Si, rompicojoni, così con la J.

Ricordo quando questa frase me la disse il mio medico di base, anni e anni fa. Il mio idolo, un uomo che ti ‘visitava’ con la sigaretta in mano. Più che altro ti guardava negli occhi, con i capelli che gli ricadevano davanti unti e tinti, e ti diceva “no te ga niente!”.

Oh, tornavi a casa guarito!

Il mio medico di base se n’era uscito con questa frase quasi trent’anni fa, e in questo si è dimostrato un uomo davvero lungimirante. Perché oggi i rompicojoni escono fuori dappertutto. Dai muri, dai tombini (soprattutto)… te li trovi accanto in bus. Ti attraversano la strada. I rompicojoni sono tra di noi!

-Ci sono sempre stati- direte voi. E’ vero, ma non avevano i social network a dare fiato alle loro rompicojonerie. Si limitavano a fermarti al bar intrattenendoti dei minuti con le loro grandi verità (di solito il rompicojoni ha un alito che ti stende, e ti parla vicino vicino), o nei cessi in ufficio. Oggi, invece…

C’è chi li chiama ‘bastian-contrari’, io li chiamo rompicojoni!

Sono quelli del ‘piove governo ladro’, del fatto che ‘finalmente la magistratura ha condannato Berlusconi, i giudici si che sono bravi’ e ‘ hanno già rilasciato quei cazzo di albanesi, maledetti giudici!’

Quelli che ogni mattina si alzano, puntano la casella postale del sindaco, la sua pagina FB e lo massacrano con richieste e critiche che vanno dall’esilarante, allo struggente al patologico. Quelli del ‘bisogna mettere dei vigili qui a fare il culo a quelli che passano col rosso’ e quando prendono le multe ‘i comuni usano i vigili per fare cassa’.

Quelli che ieri erano francesi, ma dopo dieci minuti si sono accorti che la Francia ha le compagnie petrolifere e sono diventati anti francesi. Quelli che ce l’hanno con l’Isis e con Israele, con i preti e col PD, con gli USA e con l’Arabia saudita. Quelli che, a prescindere, le cose non vanno.

C’è li chiama ‘eclettici’. Io li chiamo rompicojoni.

Che se gli passa la podistica davanti a casa si incazzano, se non passa… eh, qua non fanno mai niente. Quelli che fotografano la foglia per terra e la pubblicano sulla pagina FB del sindaco per dire ‘guarda che sporcizia, nessuno che raccoglie…’ RACCOGLILA TU, ROMPICOJONI!

Quelli che ‘maledetti evasori, vanno massacrati’ e poi ‘dai, facciamo senza fattura e mi toglie 10 euro?’ Quelli che bisogna incazzarsi se la gente cerca sempre le scorciatoie e poi ‘siccome mio cugino fa il portinaio in quella ASL, mi sono fatto mettere l’appuntamento prima’. E, anche se il cugino te l’ha messo prima, sei un rompicojoni, e non ti andrà bene lo stesso. Perché farai fatica a parcheggiare (questo comune non fa parcheggi! E, ovviamente, se li fa ‘questo comune non tutela gli spazi verdi’), perché in sala d’attesa farà caldo se è inverno, freddo se è estate. Perché il medico, maledetto, sarà uscito con un bicchiere. Magari ci andava a raccogliere il piscio di qualcuno, ma il rompicojoni non lo accetta!

C’è chi li chiama ‘perfezionisti’, io li chiamo rompicojoni.

Quelli che manca il lavoro, eccheccazzo. Ok, ragazzi, siamo pieni di ordini, per un periodo mi lavorate anche la domenica? Eh no, eccheccazzo! Quelli che ‘i negri vengono qui a portarci via il lavoro’ e poi sono iscritti al collocamento da 10 anni e rifiutano quello che gli viene proposto. Quelli che frequentano solo siti tipo ‘noncensura’ o ‘cose che nessuno ti dirà’ (questi sono i miei preferiti, non mi diverto così nemmeno guardando dei porno con Jenna Jameson). E te li rigirano come verità assolute. Perché sono attratti come le api dal miele da qualsiasi cosa dica di no, sputtani qualcuno, inventi cazzate e, soprattutto, ROMPA I COJONI!

Quelli che, qualsiasi frase la iniziano con ‘non se ne può più’, oppure ‘è uno scandalo’, o ‘è ora di finirla’. Dei rompicojoni, insomma. Che, poi, fossero loro i primi a finirla, non sarebbe un mondo migliore???

C’ chi li chiama pessimisti, io li chiamo rompicojoni.

Quelli del ‘una volta qui era tutta campagna’, per capirci. Con la visione del disastro imminente in qualsiasi cosa. Che sia lo zucchero finito in casa, che sia che al supermarket sono aperte solo 16 casse, con 13 clienti ma ci siano 22 postazioni. Lui passerà veloce (perché il rompicojoni ha fretta… di andare altrove a rompere i cojoni) ma poi andrà dal direttore a chiedere perché le 6 casse sono chiuse. E se tu dici ‘il parcheggio è deserto, salgo in macchina con calma, mi accendo la sigaretta e mando un sms alla gnoccolona dall’occhio pallato di sesso con cui mi vedo tra un paio d’ore giusto per farle salire l’ormone’ lui vorrà parcheggiare al tuo posto. E quando arriverai dalla gnoccolona, a cui non hai scritto per colpa del rompicojoni, la troverai che si fa spupazzare da una squadra di basket under 21 comprese le panchine, lo staff medico ed alcuni dirigenti accompagnatori. Perché il rompicojoni è ovunque e minaccia la tua salute mentale, la tua vita sessuale, il tuo equilibrio esistenziale.

Diffidate del rompicojoni! Isolatelo! Lasciatelo sguazzare nei suoi comitati, nelle sue raccolte firme puntualmente deserte, nelle sue dissertazioni logorroiche ignorate anche dalla madre.

C’è chi li chiama rompi coglioni. Io no. Io li chiamo ROMPICOJONI!

 

Non lo so se #iostoconerri (o con tutti gli altri). E vi spiego perché.

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E’ un articolo molto combattuto, quello che sto per scrivere. Perché scivola con gradevole leggerezza lungo il confine tra quello che vorrei e quello che, invece, ci si aspetterebbe uno pseudo scrittore possa sostenere.

Vado con ordine, cercando di essere molto poco prolisso. Ok, scherzavo. Ah, non è un articolo sulla TAV! Lo preciso da subito. E’ un articolo che riporta solo il mio pensiero. Mio. E basta.

Sono un convinto sostenitore della libertà di opinione. E’ una delle cose più sacre che abbiamo a disposizione. Davvero una libertà. E tutti sappiamo bene quanto la libertà venga spesso data per scontata. Ma in un paese in cui la libertà di stampa, ad esempio, mostra un scarso stato di salute (http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/02/12/liberta-stampa-italia-73-posto-intimidazioni-criminalita-politica/1419312/) è importante che chiunque sia libero di dire quello che pensa. E fin qui credo fortemente nel senso dell’assoluzione dello scrittore De Luca.

C’è un però, e qui comincia il mio contrasto interiore.

In primo luogo mi sento di condividere una parte di quanto veniva sostenuto dall’accusa: le parole di un Erri De Luca non pesano come quelle di una qualsiasi altra persona che incontri al bar. E, magari, davanti ad una vicenda come quella dei #notav sarebbe stato più interessante provare a smorzare i toni, piuttosto che caricarli e istigare alla violenza.

Ah, no! Nessuna istigazione, questa è la sentenza, e io le sentenze le rispetto sempre e comunque. Errore mio. Nessuna istigazione

Va beh… diciamo che la frase incriminata “la TAV va sabotata” pare abbastanza chiara, dai… cioè, considerato che De Luca è un grande esperto di lingua italiana, e lo sostiene in varie occasioni, ad esempio quando parla di terrorismo di fatto assolvendo le BR ma indicando come terroristi solo coloro che colpiscono nel mucchio con connivenze statali…  (http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/lecce/notizie/politica/2009/25-giugno-2009/erri-de-lucala-lotta-armata-non-era-terrorismo-quegli-anni-fu-guerra-civile–1601501435511.shtml) Cosa stavo dicendo? Ah, giusto! E’ un grande esperto di lingua italiana, e in italiano ‘sabotare’ significa (tra le altre cose): distruggere o deteriorare gravemente edifici e impianti, opere e servizî militari, intralciare gli spostamenti e i rifornimenti di truppe nemiche, impedire o limitare il funzionamento di servizî pubblici, come azione di lotta o di rappresaglia economica, politica o militare

Ecco… De Luca… un uomo intelligente, di grande cultura, intellettuale Continua a leggere Non lo so se #iostoconerri (o con tutti gli altri). E vi spiego perché.