La mia prima maratona. Vienna nel cuore. E anche un po’ nel fegato.

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Ebbene sì! Dopo 6 mesi di fatiche, allenamenti devastanti, sveglie all’alba, gelo e pioggia e chi più ne ha più ne metta, è arrivato il momento della resa dei conti: 42 km e 195 metri di gioia, nella magica città Austriaca.

Ovviamente non starò qui a raccontare com’è andata la gara, ma a soffermarmi su tutti i peggiori dettagli della vicenda, rendendola INDIMENTICABILE. Soprattutto per gli amanti dei miei thriller, o dei romanzi horror.

Il tutto comincia con la mia prima, imbarazzante, partecipazione alla prima Treviso Half Marathon http://www.lamezzaditreviso.com/index.php/it/ chiusa con un tempo che neanche i peggiori “giochi senza frontiere” avevano mostrato. Invitato a “Scommettiamo che…” da Frizzi come l’uomo in grado di correre un mezza più lenta della trama di un film di Gus Van Sant, ho deciso di accettare la lezione e mettermi sotto.

Da lì, grazie alla presenza di alcune persone davvero speciali, di cui parlerò in chiusura, ci ho dato dentro. Ho fatto corsine, corsette, corselle, salite e discese, boschi, sentieri, bestemmie, alcool, detox, stradine, campagne e così via… fino ad arrivare all’evento che, nella mia vita di sportivo amatoriale, rappresenta il massimo traguardo mai raggiunto: la maratona di Vienna (http://www.vienna-marathon.com/?lang=en&surl=40be4e59b9a2a2b5dffb918c0e86b3d7 ).

In realtà accade questo:  c’è sempre un Giuliano di mezzo. Non Pasini, questa volta. Si tratta di Giuliano C. (rimango sempre su Giuliano, anche col cognome diverso… sto cercando di smettere un po’ per volta…) il cui cognome ometto sempre per il fatto che correre con me non è cosa di cui andare fieri.

Giuliano, dopo aver affrontato la maratona di Venezia, e avermi accompagnato alla mezza di Treviso 2015 (garantendomi anche un tempo vicino a quello di un essere umano), mi scrive: sai, fare la maratona è stato bellissimo. Dovresti provare anche tu!

E io, mona: si, mi piacerebbe.

Passano dieci minuti e Giuliano C. mi riscrive: guarda, mi sono iscritto a Vienna.

Altri dieci e mi riscrive: guarda ho prenotato 2 stanze in hotel…

Dopo altri 10, colto da inconsapevolezza mista ad incoscienza mi ero iscritto anch’io.

 

Ma andiamo al week end della gara, perché qui ce n’è da raccontare!

 

Partenza da Treviso, in famiglia, sabato mattina. Direzione Vienna. L’incontro con l’amico Giuliano C. che, con la sua famiglia arriva da Trieste, è dalle parti di Tarvisio. Al quarto tentativo ci fermiamo all’autogrill giusto. Anzi, per essere precisi, all’area di parcheggio per scambisti poco prima del confine.

Il viaggio è interessante: l’autostrada austriaca è tutto un saliscendi di cantieri e di limiti ai 100 all’ora. Considerando che sono 6 ore di viaggio normalmente, che io sto caricando acqua in vista del giorno della gara, e che la mia vescica tiene fin lì… diciamo che ho fatto trasferte meno stressanti.

 

Comunque arriviamo a Vienna, depositiamo i bagagli nel bell’hotel che si affaccia su Mariahilfer Strasse (ovviamente, secondo tradizione, per tre giorni fuori casa la mia famiglia stocca bagagli come farebbe una carovana nomade per spostare la residenza) e si parte subito alla ricerca dell’expo per il ritiro dei pettorali.

Qui accade il primo episodio sgradevole: ordino una birra da mezzo litro (per integrare i liquidi, ovviamente), la trangugio con avidità e alla fine… scopro che è analcolica.

MALEDETTI AUSTRIACI!

Ma vi pare il modo di prendere per il culo un veneto?????

Poi ci si domanda perché questi avessero un impero e si siano ridotti ad un paesino incapace di produrre un portiere decente dopo Konsel.

La birra analcolica… analcolica…

Va beh, glisso e mi fiondo sulla serata.

 

Premessa: ho vissuto l’avvicinarsi dell’evento con una leggera tensione. Non bastasse, l’ottima organizzazione dell’evento, nelle ultime tre settimane, mandava una mail tipo ogni mezz’ora dal tenore di “Hey! Mancano pochi giorni! Evviva sarà bellissimo!”. Io la vivevo come se un tacchino ricevesse mail con gli auguri di Natale con frequenza oraria.

Aggiungo, poi, che erano in tedesco, ed è una lingua in cui fatico ad ordinare da bere (vedasi la birra…), si capisce che il contenuto mi suonasse più o meno come le hitleriane dichiarazioni di guerra.

 

Si va a nanna, con un’ansia a mille. Non si dorme una cippa. Alle 5.45 in piedi. Non riesco a fare colazione. Fisso il vuoto in stato catatonico. Scendo. Aspetto Giuliano C. Lui scende pimpante ed entusiasta, nonostante stia cercando di vincere un problema al ginocchio per il quale fino a quel momento non sa ancora se correrà la lunga o la mezza.

Io, senza magagne fisiche, mi sento come un vittima dei miei noir. Ma prendiamo il metrò e si va!

 

Una volta giunti alla partenza, da buoni italiani, ci avviciniamo al camioncino che distribuisce UNA bottiglia d’acqua ad atleta. Da buoni italiani, dicevo… ecco, posso aprire una rivendita di bottiglie d’acqua viennese.

Detto questo arriva il momento più brutto della maratona: l’outfit.

Perché i sei mesi non mi sono serviti ad allenarmi, quanto a scegliere come vestirmi. E, visto che le ultime uscite di casa nostra le ho fatte in pantaloncini e un paio di magliette, vuoi mica coprirti per Vienna????

Temperatura alla partenza tra i 5 e i 6 gradi, con vento da nord-est tra i 29 e i 35 nodi. GE-LI-DO.

Facci sfoggio di: pantaloncino nero cortissimo, molto sexy. Fanno anche il modello da uomo. Maglia termica a maniche lunghe bianca, maglietta clima cool a maniche corte nera. Gilet wind stopper nero. Bandana nera.

Ma, amiche e amici, i veri tocchi di classe nazional popolari sono gli spyker e il polsino https://www.x-bionic.it/patriot in tricolore. Mi parte, appunto, il nazional popolare a palla, e vorrei cantare Toto Cutugno e Mino Reitano. Ma il freddo mi blocca la mascella.

E, mentre Giuliano indossa una tuta della nr, modello Napoli 1985, in triacetato infiammabile con zampa di elefante, ideale per ricoveri con T.S.O. io ho preparato il pezzo forte per coprirmi fino al momento della partenza, e di cui liberarmi allo sparo: una settimana prima, al supermercato, per ben 9.50 euri ho pescato una specie di tuta in poliestere bianco, di quelle che fanno le scintille anche a guardarle, paillettes sul petto, di un paio di taglie di meno. Sembro l’ospite di un centro di prima accoglienza, devoto al culto di Gabri Ponte, accoppiato con l’omino Michelin, durante una manifestazione delle tute bianche di Luca Casarini.

Il metrosexual che mi abita esce da questa esperienza molto segnato.

Bello il confronto con una coppia di Cagliari che si prepara accanto a noi. Lei: -E’ la prima? Ah ah ah… vedrai il muro dei 30…

Ok. Il mio morale è alle stelle.

 

Comunque famola breve: pronti. Via. Si va. E la gara la dividiamo in quattro fasi veloci:

i primi 10 km vanno via lisci. Bel percorso, tanta gente (circa 25.000 partenti tra maratona e mezza), tanto pubblico, divertente.

I secondi 10 sono interessanti, riesco anche ad alzare un pelo la velocità, ad ogni ristoro vengo colpito da bicchieri scagliati da altri runners.

Al ventesimo passo davanti all’hotel dove mio figlio e la mia signora mi aspettano per salutarmi. Lui, 5 anni, mi cogliona per gli spyker tricolore.

E’ per questo che il nostro paese andrà in rovina!

Sempre al ventesimo, davanti a me un bivio: dritti per la fine della mezza maratona, a sinistra si comincia a ballare. Chiudo gli occhi e dico: SI BALLA!

In realtà volevo andare dritto, ma avendo pagato l’iscrizione per la lunga, non volevo buttare via i soldi…

Dal 20 al 30 comincia qualche difficoltà: nulla di che, più che altro al decimo slavo che corre con i bermuda cargo e a petto nudo, ridendo e scherzando, mi scatta l’istinto omicida. Ma via dritto. Mi levo anche il lusso di superare un paio di atleti che stanno facendo la staffetta, e la mia autostima decolla.

Al 31, al rientro al Prater, comincia a farsi dura. Vuoi perché più di 30 non li ho mai fatti. Vuoi perché le mie gambine iniziano a diventare dei macigni. Non ci bado e spingo.

Si apre, a questo punto, una fase che lambisce il bipolarismo: al 31esimo, sulle ali dell’entusiasmo, penso che la chiuderò sotto le 4 ore. Al 32esimo mi chiedo dopo quanto passi il bus scopa. Al 33 canto felice (a breve l’album Romero canta D’Alessio). Al 34 mi chiedo se sarà complicato rimpatriare la mia salma. Ma così, ridendo e scherzando (e toccandomi le balle) arrivo al 35. E al ristoro dei 35 c’è la Coca Cola!!!!!!

Tiepida e svampita, ma tutti che si fermano a bere e, alla ripartenza, se ne escono con dei rutti percepiti anche dai sismografi ungheresi. Un piacere per le orecchie, misto a quello per le narici che ad ogni ristoro propone odori più…croccanti, diciamo.

Dal 35 al 39 ci sono tipo 3 ristori, e me li sparo tutti. Non voglio più vedere in vita mia http://www.powerade.it/it/home/ ma nemmeno acqua in bottiglia, o banane.

Rallento ma non mollo, soffro come una bestia ma avanzo.

Al 40esimo, per qualche misterioso motivo mi coglie una fase depressiva. Roba che potrei diventare il paroliere di Adele. Sarà l’emozione, sarà la stanchezza… sarà che mentre percorro un vialone stanno già sgonfiando gli archi facendomi sentire come l’ultimo ebete.

Ma si va!

Improvvisamente il disastro: guardo il mio GPS http://www.garmin.com/it-IT che mi dice, sostanzialmente “hai finito la corsa da 200 metri”. Minchia! Ho il terrore di aver sbagliato percorso! Poi ricordo che il buon Giuliano Pasini ama prendere per il culo le mie traiettorie (a breve il mio nuovo libro: Il running e la perfetta traiettoria in curva), e capisco che la mia abilità di allungare un percorso ad oltranza anche oggi si è manifestata. Al momento ho corso già un km in più del previsto.

Confuso come Mancini mentre sceglie la formazione dell’Inter, sollevo la testa. Mancano 500 metri e, in qualche modo, continuo a correre. Davanti a me, in curva dietro le transenne, vedo del movimento in mezzo alla folla: parenti e/o amici sono lì! Mi filmano, fotografano, incitano! Io sto già piangendo da un km, e arrivato lì stringo i pugni e grido come un pazzo “CAZZOEFATTA!”.

Mi parte un crampo dal polso destro che sale fino alla base del cranio passando per gli addominali. Rilasso i pugni e, con sorriso da ischemia, proseguo la corsa.

Ndr: per 41 km ho pensato a che minchiata sparare una volta visti parenti e/o amici. Avevo valutato di urlare un allah akbar, ma alla luce del mio look sempre più somigliante a quello dei leader di settembre nero, ho ritenuto di evitare che qualche poliziotto in borghese decidesse di interrompere la mia corsa ad un passo dal traguardo. Con un paio di calibro 9per19.

Ultimi metri. Tra due ali di folla che urlano “bravooooo, zupaaaaaar”, spingo come non ci fosse un domani, supero due poveracci messi peggio di me… e taglio il traguardo!

 

42 km e 195 metri vissuti per quegli ultimi 5 secondi.

O per gli ultimi sei mesi.

O per dire a qualcuno, o a qualcosa “io ci sono!”.

42 km e 195 metri: 30 di gambe, 10 di testa… gli ultimi solo di cuore.

 

10 aprile 1896: la prima maratona dell’era moderna

10 aprile 2016: la mia prima maratona.

Ormai sono nella leggenda.

Va beh, smetto di tirarmela.

 

Non è facile descrivere quello che si prova. E non cercherò di farlo. Mi limito a dire che dopo 30 secondi avevo una medaglia al collo e una birra in mano. Mentirei se dicessi che ero distrutto, non lo ero.ma ero svuotato. Non sonno, non fame. Solo voglia di fermarsi un attimo lì a bere quella birra.

 

Poi, il vero e unico momento clou: la doccia.

I militari dell’esercito austriaco (ho scoperto ieri che hanno ancora un esercito dopo il 1918) hanno allestito un bel tendone davanti al municipio. Sposti la tenda di ingresso e precipiti in un girone dantesco: uomini nudi che vanno avanti e indietro, zaini ovunque, acqua anche. E, dopo un’altra tenda, una decina di getti che fanno molto campo di prigionia. E ancora uomini nudi.

Momenti bellissimi.

Continuo a preferire le donne.

Chiudo l’analisi stendendo un velo pietoso sul fatto che al pomeriggio ci siamo subiti la visita all’acquario (9 piani di scale tra pesci, rettili, ragni, uccelli e scimmie), e passando alla cena.

La ricetta è: voglio fare il pieno di proteine + non capisco un cazzo di tedesco.

Il risultato: mi trovo davanti un piatto da tipo 32 porzioni di gnocchi bianchi e verdi, con trionfo di formaggio. Al momento sto iniziando a digerire.

Si, è tutto fermo lì… nella pancia… lì, dove si appoggia la medaglia, per capirci… la medaglia di “finisher” della maratona…

 

Siamo al momento dei grazie?

Si, dai!

Parto da Giuliano C., che in questo racconto magari ha trovato poco spazio, ma nel mio cuore ne ha uno enorme. Ieri l’infortunio lo ha tradito. E così, zoppo e incazzato, ha deciso di fermarsi alla mezza. Che ha percorso nello stesso tempo del mio record. Fermandosi anche un paio di minuti davanti all’albergo.

Se ho corso è merito suo. Me l’ha praticamente imposto, e senza questa sua forzatura sarei ancora qui a dire “magari prima o poi ci provo”.

Poi vado a ringraziare Paola e Nicolò. Soprattutto Paola che in questi mesi ha subito di tutto: sveglie all’alba, diete ferree, abbigliamento tecnico con odori contro la convenzione di Ginevra, rotture di palle. e che, nonostante questo, mi ha messo i bagagli sulla porta solo un paio di volte.

Quindi i due miei eroi: Giuliano Cucciolo Pasini e FF Ironman! I miei due motori, quelli che mi hanno spinto e tirato (non in contemporanea, solo Lapo era in grado di tirare mentre lo spingevano), in garette e allenamenti al gelo. Grazie davvero. Maledetti!

In ultimo una serie di grazie a chi mi ha detto “per me fai 3.40” dimenticandosi che non correvo in bici, a chi mi ha detto “ce la farai”, “schei e paura mai avùi”. Ma anche a chi “ cosa ti viene in mente a 38 anni”, “finisce che i fai male” e “una mezza in 2h15? Ah ah ah, mio fratello la fa in 1h36”. Si. Tuo fratello. Tu no.

Grazie davvero a tutti. E’ stato un viaggio stupendo.

Con un risultato finale incredibile: sono stato zitto per 4 ore e 20 minuti. E poi non ditemi che la medaglia non me la sono sudata!

 

FLR 2016

PER ASPERA AD ASTRA

maratona 012

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