La mezza (pinta) di Klagenfurt

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Imbarazzante come un tweet di Gasparri, invadente come l’ANPI, ignorante come un selfie di Pellè, dopo meno di due mesi torna una cronaca del magico mondo del running.

Diciamo subito che con ieri ho iniziato il percorso di avvicinamento alla Venice Marathon che, coraggiosamente, tenterò di affrontare a fine ottobre. Quindi l’assalto alle sponde del lago della Carinzia potevo viverlo come un’allegra scampagnata. E invece no! Siccome lo scorso anno, stesso appuntamento, avevo mancato l’obiettivo, questa volta ho deciso di darci dentro: chiudere la gara in 1h50m. Che, detto così, pare un tempo da poveracci. Ma considerato che a ottobre 2014 ho corso la mia prima mezza in 2h15m…

 Bene, si va! La partenza per la Barcellona austriaca (così soprannominata per la vitalità e l’entusiasmo che contraddistinguono questa vivacissima fossa comune sulle sponde del Worthersee) scatta sabato mattina presto. Con l’idea di schivare la parte intasata del nord est (titolo del mio prossimo romanzo, a questo punto), Paola, Nicolò e io tagliamo per le ridenti statali che attraversano la bassa pordenonese fino ai confini di Udine. In pratica passiamo una trentina tra aeroporti militari e caserme dismesse, e ci ricordiamo che anche noi ci siamo divertiti un botto durante la guerra fredda.

 Il traffico ci fa una pippa, la A23 scorre veloce e ci insinuiamo in territorio austriaco con precisione ed entusiasmo.

Qui raggiungiamo i nostri compagni di avventura, Giuliano C. (già noto) e la sua famiglia composta da moglie e biondissima creatura. Ma questa volta non sono solo le famiglie C.e Romero ad essere presenti. Perché scatta la scheggia impazzita. Alla famiglia di Giuliano si accompagna una coppia dai contorni inquietanti: non sono lì per correre. Ma per un week end enogastronomico in Austria. In Austria! Voglio dire… a questo punto andiamo a visitare le case di moda bosniache, o le cantine del Mozambico… e invece, cazzo, alla fine avranno ragione loro!

Per non compromettere la dignità di questa sorridente coppia, utilizzerò la regola del falso nome. Che nel loro caso mi viene benissimo, visto che alla prenotazione dell’albergo l’ho cannato di brutto dichiarandoli “Signori Manzetta”. Cognome che non ha NULLA  a che vedere con l’originale. Ma che a questo punto ci serve per tutelarne la privacy.

Insomma, l’impatto con l’entusiasmo dilagante degli austriaci si risolve con una botta di birra e goulasch, seguito da un pomeriggio in piscina (tutti buoni e silenziosi, gli 8 italiani presenti che devastano il clima) e da una cena che potrebbe abbattere un camionista di Valona.

Pieni di birra torniamo in albergo e sorpresa sorpresa! Il nostro hotel, scelto sulle colline nei pressi dei boschi, dove avvisti caprioli e ascolti il vento tra gli alberi, ospita un matrimonio.

La sfilata di moda è qualcosa che va oltre i miei peggiori incubi (lo sposo in abito a quadri blu e verde modello rappresentante di prodotti per il cesso), la musica che pesta fino all’1.30 è moderna per i canoni austriaci: da le Las Ketchup a Kalimba de Luna.

Mentre tiro delle bestemmie alla receptionist (che, fortunatamente capisce l’italiano) penso al fatto che tenterò il mio record ubriaco e con tre ore di sonno.

La mattina della gara Giuliano C. si presenta a colazione con l’occhio pallato di odio. Dico solo che è già vestito per la gara e, un paio di volte, temo che voglia partire così di corsa fino alla partenza (25 km).

Le famiglie dormono, dei coniugi Manzetta si saprà qualcosa sul tardi mentre lui assalta il buffet delle colazioni.

Giuliano C. e io partiamo. Stazioncina, trenino, via alla partenza.

Il cielo è triste come una canzone di Tullio De Piscopo, l’umidità accanto al lago è importante.

Ad un certo punto, mentre ci stiamo cospargendo il corpo di ogni tipo di unguento, Giuliano C. mi dice (con discrezione) che mancano tipo 4 minuti alla partenza e sarebbe il caso di consegnare le borse…

Tutti in griglia e via!

Ah… il mio outfit è studiato per l’occasione più o meno da aprile: calzoncino bianco che evidenza il pacco (con dentro due calzini di spugna arrotolati), canottiera bianca lucida, spyker e polsino tricolore, fascia in testa verde Lega. Accanto a me Giuliano C. sembra il testimonial della Skinfit.

Allo sparo si va! Pacche sulle spalle, Giuliano brucia il peacer dell’ora e quaranta, io provo a darci dentro da subito. E devo dire che la cosa funziona.

I primi 10 km vanno via veloci, più o meno come il referendum sulle trivelle.

Le gambe girano bene, non ci sono episodi degni di nota, il fiato c’è. E’ solo un po’ complicato il clima: cielo minaccioso, poco più di venti gradi, umidità pari a quella che si sente in doccia.

Verso il 13esimo inizia la crisi. Perché il lungolago non è del tutto pianeggiante, anzi… e anche perché avvisto l’auto degli sposi della sera prima in un giardino. L’istinto di fermarmi e attaccarmi al campanello è fortissimo. Ma tiro dritto. Fino alla salita di un cavalcavia dove credo di morire. Lì mi si spezza qualcosa dentro. E anche fuori, a dire il vero. Lo stesso dolore di quando ho visto Higuain in maglia bianconera. Ci vogliono un paio di km per tornare al ritmo corretto. Il mio sguardo è quello di un uomo che ha dovuto guardare “Domenica In” condotto dalla Laurito, che si è sopportato per un’estate “Dragonstea din tei” della dimenticata Haiducii… lo sguardo di un uomo che ha visto il brutto della vita.

Lo rivolgo dentro di me e dico… Fulvio! Vai!

ECAZZOVADO!

Quando affronto il 19esimo km mi sento carico come un militante m5s, guardo il gps e scopro una cosa incredibile: per la prima volta in vita mia non sto correndo migliaia di metri in più del percorso! Guardo il tempo, guardo la distanza e faccio due calcoli. Considerato che a scuola facevo cagare sia in educazione fisica che in matematica, potete capire cosa abbia prodotto questo mio ragionamento.

Comunque manca poco più di un km, e siamo a 1h43m… ZIOCANEFACCIO1E48!

Arrogante come Fedez pesto giù duro, sbuco dal bosco in mezzo alla folla e spingo come un pazzo già pronto ad andare a prendermi la pagina su Wikipedia.

Solo che… solo che scopro un filo tardivamente che i cartelli kilometrici sono sbagliati.

Cioè, tipo che l’ultimo km è lungo 1,6km

Ora… capisco che gli austriaci siano un popolo che non sta vivendo il miglior momento della storia… ma una misurazione giusta? Pareva brutta?

Mentre sento l’infarto imminente, taglio le ali di folla incitanti e chiudo.

1.50.58!

Avevo detto 1.50? beh? Il cinquantesimo minuto dura 60 secondi!

Obiettivo raggiunto!

Medaglia! Medaglia! Medaglia!

Salutati i Manzetta e le famiglie, Giuliano ed io ci rechiamo alla spiaggia sul lago per la doccia. Ma qui diamo il colpo di grazia: invece della doccia circondati da anziani austriaci nudi un bel tuffo nel lago (vedi immagine di copertina, con gli altri ragazzi), una bella nuotata e usciamo freschi come non avessimo mai corso!

E ancora oggi la mia pelle emana odore di luccioperca.

Il sipario cala sugli otto italiani che vagano per il centro di Klagenfurt, la domenica a pranzo, alla ricerca di un ristorante aperto. Introvabile.

La Barcellona della Carinzia non delude mai!

Si ripiega su una trattoria lungo il ritorno, per evitare che il signor Manzetta decida di mangiarsi la moglie che osserva con sguardo famelico.

Bilancio: alla grande! Gli allenamenti devastanti pagano. Uscire con Giuliano Pasini e FFIRONMAN® mi sta facendo carburare. La compagnia di Giuliano C. mi spinge a tentare l’impossibile.

Insomma, al di là delle 1500kcal bruciate (e le 15.000 ingurgitate grazie ai coniugi Manzetta che ci fanno scoprire la buona cucina austriaca), il corpo risponde bene. La testa di più.

Il cammino verso Venezia è cominciato. E mo’ si balla!

Ma prima, una bella birra!

 

FLR2016

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Ventimiglia: morto un poliziotto. Ma chi se ne incula?

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O, per dirla con la nuova pubblicità in cui recita Gigi Proietti “ma rimbarza”.

Brutto titolo, vero? Si, orrendo. Ne sono consapevole. Si tratta della teoria del gatto spiaccicato per strada: è una cosa talmente schifosa e ripugnante, che non si può fare a meno di andare a guardare.

A Ventimiglia è morto un poliziotto: http://www.ansa.it/liguria/notizie/2016/08/06/ventimiglia-poliziotto-muore-dinfarto-durante-gli-scontri_1396c071-92a1-4071-b520-fe05a6f40899.html

Si chiamava Diego Turra, aveva 52 anni, assegnato al Reparto Mobile di Genova. E’ morto per un arresto cardiaco in occasione della manifestazione dei “no borders” (ecco, questi porprio ci mancavano). Nonostante quanto si legge su www.ansa.it non sono del tutto chiare le circostanze, almeno stando ad altre fonti. (http://www.ilsecoloxix.it/p/imperia/2016/08/07/ASZihqnD-poliziotto_cordoglio_durante.shtml )

Magari era malato, magari è morto per il caldo, magari per la stanchezza e le pressioni, magari è stata sfiga e poteva morire in divano. Ma c’è una cosa che non va giù: a parti inverse, si sarebbe scatenato un inferno mediatico (vedi il caso del camerunense morto durante l’arresto a Conegliano http://tribunatreviso.gelocal.it/treviso/cronaca/2016/06/07/news/inseguimento-e-cattura-muore-durante-l-arresto-1.13619398?ref=search ). I social sarebbero impazziti. Invece qui i social cosa fanno? Pubblicano, fanno rimbalzare, amplificano il video girato da un sedicente giornalista che filma un paio di agenti stanchi, sudati, massacrati dal caldo che si lasciano andare a dei condannabili insulti verso i migranti accampati sugli scogli. E, leggendo molti commenti alla cosa, insultano, maledicono, augurano le peggiori disgrazie agli agenti. (http://www.lastampa.it/2016/08/06/italia/cronache/insulti-dei-poliziotti-ai-migranti-sugli-scogli-il-video-di-ventimiglia-diventa-un-caso-VIKmHZEHmq43y1mHF6OazI/pagina.html )

Un amico poliziotto mi scrive questo:

Sono a Ventimiglia, c’ero anche il giorno del video, proprio a pochi ho metri di distanza. Il collega ha sicuramente sbagliato. Il Reparto Mobile che era sul posto era in servizio dalle 23 della sera prima, e la carica, se così si può chiamare in quanto non hanno alzato manganello, al contrario dei francesi, è avvenuta alle 18! Avevano mangiato un sacchetto di cracker in 10. Noi con il collega ripreso avevamo finito alle 01 della notte precedente e alle 5.30 eravamo ancora sul posto. Il giorno dopo, ieri, uno di quei colleghi che stavano là da 17 ore , durante una carica, ha avuto un infarto! …. nulla di questo è stato ripreso o scritto.

Io una cosa non reggo, non la reggo mai: l’incoerenza. Perché il bravo giornalista pronto ad andare a cercare un pretesto per sputtanare la Polizia, non fa che agitare le acque, gettare benzina sul fuoco. Perché cerca lo scandalo dove lo scandalo non c’è. I poliziotti del video non hanno alzato le mani su nessuno, non sono lì per loro scelta (a differenza di alcuni manifestanti) e non hanno voglia di fare del male (a differenza di alcuni manifestanti http://www.agi.it/cronaca/2016/08/07/news/tre_francesi_fermati_con_mazze_e_coltelli_a_ventimiglia-992067/ ). Ma questo passa in secondo piano, come passa in secondo piano la morte in servizio di un servitore dello Stato.

Sempre l’amico poliziotto mi raccontava “ormai siamo in difficoltà anche ad arrestare il peggior delinquente, perché la gente ti filma e poi ti accusa di brutalità”. Probabilmente le stesse persone che poi diventano delle bestie quando si trovano i ladri in casa, la macchina spaccata, i no global che devastano le periferie.

Il poliziotto che insulta i migranti ha perso le staffe, ha sbagliato, sicuramente ne è consapevole e, altrettanto sicuramente, verrà richiamato alle proprie responsabilità. Le attenuanti ci sono tutte, ma si sa che valgono solo per alcuni.

Il poliziotto morto, invece, era lì a sudare, bestemmiare, beccarsi bottiglie-pietre-insulti non sempre in questo ordine. E ci ha lasciato le penne.

Pier Paolo Pasolini, di cui molti radical chic si riempiono la bocca, diceva questo:

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti io simpatizzavo coi poliziotti! Perché i poliziotti sono figli di poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.

Ecco, io questo ci vedo a Ventimiglia: uno scontro tra disperati, che finiscono anche per solidarizzare tra loro. E, in mezzo a questa disperazione, una manica di sciacalli col volto travisato, o nascosti dietro una telecamera e una tastiera, che si divertono a sparare a zero.

Io sto con Diego Turra, e sto con le forze dell’ordine. Io a lui dedico questo post, perché è giusto che la sua memoria venga onorata almeno per i due minuti che ci si impiega a leggere queste mie parole.

Anche se si tratta di un morto di serie B, uno che per i social conta meno degli addominali di Vacchi.