FFIRONMAN™ e Romero al gelo di Cavriè.

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 Conoscete il fascino di una corsa di 19km in una gelida mattina di gennaio, nella campagna trevigiana? No? Nemmeno noi, volevo capire se qualcuno aveva una risposta.

Ma FFIRONMAN™ non teme il gelo, non teme i 19km, non teme gennaio e non teme la campagna trevigiana. Semmai sono loro che temono lui.

Così questa mattina alle 7.55 si parte, con il prezioso aiuto dei sedili riscaldati.

L’appuntamento è il primo di una lunga serie che mi accompagnerà verso la Maratona del Piave (http://www.bellunofeltrerun.it), con l’assistenza morale del nostro eroe.

Ci presentiamo sul luogo della partenza (più o meno a un km, e già questo farà la differenza) orfani di un membro del consiglio direttivo dell’Atletica Gastronomica®. Giuliano Pasini, in effetti, dà forfait. Le voci sulle cause si inseguono. La prima, molto poco attendibile, parla della nuova acconciatura della barba che non vuole rovinare.

Ma ce n’è una che, invece, rimbalza per i corridoi dei palazzi: in settimana il grande scrittore di noir ha millantato un non definito virus. Quando una donna sparisce per dei giorni parlando di malattie imprecisate, di solito è perché è andata a rifarsi le tette. Quando sparisce un uomo il più delle volte è per un intervento alle emorroidi. Chissà. Adesso cerco su google.

Insomma, Pasini non c’è, FFIRONMAN™ e il sottoscritto vanno a prendere il cartellino (e una bottiglia di prosecco), tornano alla macchina già con un principio di ibernazione, si cambiano e partono.

Obiettivo sono i 19km, quindi chi ce lo fa fare di andare alla partenza? Al primo incrocio via! E ci si lancia sul percorso.

La gara inizia bene: subito infiliamo delle strade circondate da bellissime ville e campi a perdita d’occhio. Nel giardino di una delle suddette case uno splendido esemplare di segugio ci osserva. E defeca. Il quadretto è completato da un secondo segugio che si piazza con il muso contro il culo dell’amico, in nome del consumo a kilometri zero.

Con questa nota di poesia bucolica ci inoltriamo nella campagna lungo la strada che presenta alcuni tratti ghiacciati. Temiamo possa essere una costante della corsa. Ma non abbiamo idea di cosa ci aspetti.

La temperatura è gradevole, a nord si vedono pulite le montagne, indice di un venticello fresco fresco di tramontana. Che, dopo una curva, ci si schianta dritto in faccia. Una gioia per l’intestino, un rimedio imbattibile per la stipsi.

Prima di partire ho bevuto, nell’ordine: numero 3 bicchieri di acqua, una grande tazza di the, un succo d’arancia. «FFIRONMAN™, avrei bisogno di fermarmi… ehm… pipì»

Lui si gira, dietro le lenti a specchio intuisco il suo sguardo. Risponde solo: «NO»

Via verso il ristoro dei 5km. Bevo due bicchieri di the.

«FFIRONMAN™, mi sto pisciando addosso…». «Tienila!»

Questo esilarante dialogo prosegue per almeno 3km. A me sta per uscire dagli occhi sotto forma di lacrime paglierine. FFIRONMAN™ prosegue imperterrito.

Si noti che oggi abbiamo deciso di correre pianino, proprio per iniziare la preparazione dei lunghi lenti in vista della maratona. Misteriosamente il mio amico non mi tira come un carro di buoi. Non me lo spiego. Qualcosa non va.

Arrivato a una curva a gomito davanti a un vigneto dico «FFIRONMAMN™, guarda lì!» e mentre lui volge lo sguardo verso l’infinito faccio uno scatto che Bolt spostati, e mi lancio in mezzo ai filari.

Quando ricompaio nella civiltà, leggero, fresco e motivato, FFIRONMAN™ sta camminando sconsolato sul lato della strada. Lo raggiungo. Sorrido. Lui si limita a osservarmi. Dice solo «m grr mm» e in quel momento dal cielo precipitano 3 anatre. Cotte.

Terminato il banchetto riprendiamo il nostro ritmo verso il decimo km. Qui cominciano i cazzi. Perché lasciamo l’asfalto per andare a correre lungo argini e tratturi (alle elementari ero sempre attentissimo in geografia). A terra ci sono variabilmente dai 2 ai 5 cm di ghiaccio. Un metro e ottanta più su ci sono dai 2 ai 5 bestemmioni ogni 20 metri. E credetemi che i tratturi sono lunghi.

Ma, in un momento in cui siamo tristi come una puntata di Dolce Remy, mentre tentiamo di mantenere un precario equilibrio (non mentale, sia chiaro, quello lo abbiamo smarrito anni fa), mentre il cielo plumbeo incombe sulle nostre fragili membra… un raggio di sole squarcia l’oscurità. Lei.

Ora, non sappiamo chi tu sia, ma se mi stai leggendo sappi che così ne abbiamo visti pochi. Di culi. Una roba granda che sbuca alle nostre spalle, ci supera entusiasta e, con la sia scia di capelli biondi, destabilizza il nostro allenamento. Persino FFIRONMAN™ per il quale il sesso è soltanto una perdita di tempo tra un attraversamento oceanico a nuoto e due calci in culo a Hulk, abbassa l’occhiale e inizia a fissare.

Senza rendercene conto, alla faccia del ghiaccio a terra, raggiungiamo una velocità che normalmente non faccio nemmeno in discesa. Ma in discesa verticale, tipo saltando giù da un elicottero.

Rallentiamo solo quando siamo in prossimità del ristoro. Ma soltanto perché FFIRONMAN™ torna in sé e mi inchioda al banchetto per bere un po’ di the caldo.

La visione svanisce, la monotonia ci assale. La passione effimera di un momento lascia il posto a un freddo glaciale. Non solo nei campi. Ma anche nei nostri cuori.

Ripartiamo con il the caldo nello stomaco, a me scapperebbe di nuovo ma mi crea qualche problema il dichiarare la cosa, così tengo duro mentre sento salire la pressione liquida anche contro i timpani.

Siamo ormai al 17esimo, manca poco. Stare in piedi non è semplicissimo, qualche podista fa dello humor fingendo i pattinare. Io faccio dello humor fingendomi un podista.

Non ho ancora capito cosa stia accadendo al nostro eroe, il perché del suo silenzio e del suo atteggiamento dimesso. Ma è questione di un attimo. Nel senso che mi pare appena di percepire le pulsazioni salire, e le gambe come tronchi. A quel punto guardo il gps al polso e scopro che FFIRONMAN™ sta silenziosamente tirando su il ritmo. Ma tanto. Oh! Ma proprio tanto.

Vorrei dire qualcosa ma tra il terrore e la mancanza di fiato mi limito a correre. Lui mi guarda. Non sorride, perché FFIRONMAN™ non conosce il sorriso. Diciamo che ghigna mentre il colore della mia faccia passa dal bianco latte all’azzurro latte andato in merda.

Sfrecciamo davanti alla macchina e tento di dire «a questo punto fermiam…»

«Abbiamo detto 19, facciamo 19» che suona più o meno come il «qui finisce la legge e comincio io» del mai dimenticato Marion Cobretti detto “Cobra”.

Via entusiasti verso il traguardo e… a 50 metri FFIRONMAN™ mi costringe all’inversione a U, e mi fa ripartire alla velocità di un rapporto sessuale tra conigli, verso la macchina.

All’arrivo sono in punto di morte. Ma ce l’abbiamo fatta! La prima tappa è andata.

Mentre porto a compimento la missione che il mio amico mi ha vietato durante la gara, e lui vaga a petto nudo per il parcheggio, faccio un paio di considerazioni.

La prima: è stata una gara durissima. Molto bella questa campagna, ariosa e varia. Case bellissime, strade rilassanti. Ma il ghiaccio a terra ci ha messi a dura prova, perché in molti tratti era davvero difficile anche solo stare in piedi.

La seconda: i miei pantaloni lunghi da running, sia quelli usati a Trieste, sia quelli di oggi, vanno bene fino all’ora di corsa. Poi, dall’ora e un minuto, bisogna metterci sotto le mutande, perché le cuciture tendono a creare qualche piccolo disagio. Per maggiori chiarimenti leggasi la parabola dell’accensione del fiammifero per sfregamento.

Insomma, la prima tappa del percorso verso la maratona è andata. La sfida tra i ghiacci è stata vinta.

Difficile, ma nulla rispetto al fatto che, mentre scrivo, la macchina telecomandata di mio figlio continua a battermi contro le gambe della sedia. SDENG. E la cosa SDENG non è quanto di SDENG più utile alla SDENG concentrazione dello scrittore SDENG (con l’occasione… ehm… https://www.amazon.it/Luomo-delle-crisi-thriller-politico-ebook/dp/B01MT01MVZ/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1484513752&sr=8-1&keywords=l%27uomo+delle+crisi ) mentre tenta di SDENG comporre questo SDENG articolo.

Ora però vi lascio che vado a cercare SDENG la crema idratante, prima che il fiammifero vada a fuoco.

 

FLR2017

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Corsa della Bora: pensavate davvero l’inferno fosse caldo?

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Si corre il 6 gennaio, e già delle domande uno se le fa. Si chiamerebbe S1 Trail

( http://www.s1trail.com ) ma la chiamano “la corsa della bora” e ancora qualche domanda te la fai. Nello zaino devi avere delle cose che possono tornare utili anche se attraversi lo stretto di Bering, e sono ancora domande. Si corre sui 21, 57 e 164 km. Ecco… qui tutte le domande svaniscono davanti a una sola: ma chi me lo fa fare?

La risposta è: Giuliano C.

Perché non contento di avermi trascinato a correre le uniche due maratone della mia vita, di avermi fatto sputare la pleure nella mezza di Treviso, di avermi fatto bestemmiare in austriaco a Klagenfurt, ha deciso di farmi correre anche ‘sta cosa.

«Dai, Fulviòn, che fazemo una passegiata!» mi dice. E io, solito mona, gli do retta.

Insomma andiamo un po’ con la cronaca della gara. Eviterò il mio consueto pre e post (di carattere prettamente gastronomico) per una ragione molto semplice: davanti alla magnificenza dei luoghi incontrati, il resto passa in un misero e dimenticabile secondo piano.

Perché ok… 21 km nel corso dei quali ho più volte meditato i suicidio, ho invocato divinità sconosciute ai più, ho riso e ho pianto… ma una gara di un figo che verrebbe voglia di rifarla domani mattina. Essendo dei malati di mente, ovviamente. O essendo dei validi scrittori di thriller (a proposito, avete già comprato il mio “l’uomo delle crisi” su www.amazon.it a soli 0,99 eur in kindle o 5,99 in cartaceo? Eh??? Eh??? Credete che questi miei FANTASTICI post siano gratis???? In effetti avreste ragione)

 

Bando alla ciance, al mio viaggio Treviso-Trieste con famiglia, alla cena sontuosa e la notte in hotel sotto i fumi dell’alcool. 3-2-1- via!

Via un cazzo.

Tutti pronti all’Obelisco, vicino a Opicina. Il che significa un paio di cose: in primo luogo lo sguardo si perde sul golfo, con Trieste sulla sinistra e il resto del mondo sulla destra. Ma, in seconda battuta, si è in piena traiettoria della Bora. Che rende il cielo di un azzurro quasi commovente, ma che ti frusta che neanche in un porno con Milly D’abbraccio molto incazzata.

Temperatura, su per giù, a -4 (meno. È un meno, non un refuso di stampa) con vento gelido. Una figata.

Ma si va! Puntuali come un autogoal di Ranocchia sfrecciamo sotto l’arco della partenza, curva netta a sinistra e… salita tagliagambe.

Così, giusto per mettere in chiaro come sarà la corsa.

Giuliano C., preparato come l’Uomo Gatto a Sarabanda, si avventa e aggredisce il pietrisco a terra infilandosi tra gli alberi, al riparo dalla Bora. Io rischio di trasformarmi in un simpatico spedino da 76 kg, centrando con il torace la racchettina da nordic che il signore davanti a me tiene rivolta verso il retro.

Via lanciati in mezzo al bosco, gli alberi scossi dal vento, la luce che filtra tra i rami e una calma innaturale.

Sbuchiamo sull’asfalto lungo la Via Crucis che sale dal santuario di Monte Grisa. E già qui comincio con l’umorismo «Giuliano, la Via Crucis… ah ah ah… sarà mica così dura ‘sta gara?»

Umorismo che cede il passo a un mutismo rassegnato appena abbandoniamo la strada per infilare un sentiero in salita. In cima al quale si apre, davanti ai nostri occhi, un panorama stupendo: il cielo limpido che si specchia nel mare a 250 metri a strapiombo sotto di noi. Roba da levare il fiato. Roba che se ci fossero le Tre Cime, Trieste la chiamerebbero “la piccola Misurina”. (la salita è stata dura… sapevatelo)

Si riparte nel bosco come dei siluri mentre Giuliano C. mi ripete ossessivo «L’unico vero problema sarà una salita di scalini in roccia, lì si decide tutto… ma stai tranquillo.» Alla terza volta che me lo dice, la mia tranquillità inizia seriamente a latitare.

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Episodio clou, invece, attorno al nono km (credo fosse il nono, provate voi a leggere il gps mentre siete all’ombra degli alberi, correndo tra i cropani e indossando i miei fashionissimi occhiali Salice): Giuliano C. è poco davanti a me, io guardo dove metto i piedi e sento un «p@5#o %i£ Ma§çnn^» o dei suoni simili, seguiti da un tonfo sordo. Giuliano C. si è schiantato al suolo. Imperterrito si alza, tira un paio di irripetibili considerazioni di carattere religioso, e si rimette in moto. Io, tra me e me, comincio a pensare: una volta si è schiantato Pasini (mi sei tanto mancato in questa gara, topolino), ‘stavolta Giulano C. Ma possibile che li abbia tutti io gli amici demen… SBAM!

Infilo la mia elegantissima Salomon da trail (www.salomon.com) tra due macigni e rovino al suolo.

Un’emozione bellissima! Finire con il ginocchio su un sasso ti fa toccare il cielo con un dito. Quel bel cielo blu. E non tanto per il ginocchio, sia chiaro. Ma mi pervade il terrore di aver rotto i pantaloni CMP (http://www.cmp.campagnolo.it/ita/ ) inaugurati per l’occasione. Non avrò il coraggio di guardarli fino alla fine della gara.

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Via diretti in mezzo a Contovello, poi splendide pinete, poi Santa Croce e giù ancora nei boschi.

Un paesaggio mozzafiato dietro l’altro (in senso letterale). Inseguo Giuliano C. fino alla famigerata scala di roccia. Ora… se pensate che fosse pesante… ecco, credo che il concetto di ‘pesante’ non sia noto fino a quando non la si prova.

E, oltretutto, non potendo fare una figura di merda con Giuliano, davanti al quale ho millantato mesi di allenamento sul Montello, mi tocca farla anche corricchiando.

Ma poi… finisci la scalinata, non sai più nemmeno chi sei, vorresti solo trasformarti in un cocainomane quando svolti a sinistra e… una bella salita ripida per sgranchire le gambe!

La mia faccia è quella della Raggi quando vede i frigoriferi per strada: panico misto a rassegnazione. Mi trascino in qualche modo inseguendo Giuliano che salta come una cavalletta felice.

In cima mi sale l’ignoranza e, davanti a una discesa di quelle che Kristian Ghedina ti direbbe «’sticazzi, vado giù a spazzaneve…» mi butto giù a rotta di collo. Semino anche Giuliano C. (per la prima volta nella storia), raggiungo delle velocità alle quali i miei abiti http://www.compressport.com diventano incandescenti e, a un certo punto… riesco anche a fermarmi. Più o meno 100 metri dopo un sentiero che avrei dovuto infilare…

Insomma, via di nuovo e si inizia a scendere giù duri. Attraversiamo la Strada Costiera, scavalchiamo il guard-rail e poi si va di nuovo. Una discesa tremendamente tecnica, assistita dalle corde dei bravissimi ragazzi e ragazze del Soccorso Alpino. Ogni volta che mi fermo prima di un passaggio in discesa, in mezzo al bosco, di quelli che ti fanno passare il singhiozzo, ho il terrore di trovarmi dietro una signora che mi chiede «la scendi???» (questa è molto triestina…), ma vado giù lanciato. A un certo punto mi giro culo a valle e mi calo che sembro Mac Gyver, mi giro e… la spiaggia!

Cioè, capite? Da un paesaggio che sembra l’Antelao, ti ritrovi davanti alle onde. Dall’odore di resina passi a quello del sale, dal rumore delle suole sui ghiaioni passi a quello delle onde… chiaro perché la correrei anche domani?

Ok, l’emozione dura quell’attimo e poi si riparte. Mancano giusto 3 km, e noi siamo entusiasti.

Perché non sappiamo ancora che 3 km saranno.

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Il primo: lungo la spiaggia di sassolini, il piede che affonda ogni passo. Gente che implora il colpo di grazia, maledizioni, imprecazioni, preghiere.

Il secondo: scogli. Che non fosse che ho passato l’estate con mio figlio a saltare sui pontili di Eraclea alla ricerca di quei cazzo di granchietti, qui mi sarei fracellato dopo 10 metri.

Prima di andare al terzo e ultimo, però, un po’ di suspance con il momento di più alta atletica della gara: in mezzo agli scogli, al riparo dal vento… un nudista!

Già abbronzato, tra l’altro!

Che legge e ascolta musica. E avrà pensato «Stamatina me meto qua a lèzer che tanto no passa nisùn…» e infatti, ‘sti 1000 podisti.

Dicevo, terzo e ultimo km di questa triade: sbuchiamo sull’affascinante Porto Piccolo, dove capisci che essere ricchi è solo questione di stato d’animo. Nel senso che i ricchi sono bellissimi, se anche io fossi ricco non sarei come loro. Mi spiego? No? Volete provare voi a spiegare questo concetto dopo la spiaggia, gli scogli e il nudista??????

Insomma, entriamo a Porto Piccolo, io già vedo il traguardo al di là della baia, ma Giuliano C. mi dice «a destra, ultima salita».

Ora… amici organizzatori… giuro, l’eventuale attacco di dissenteria che vi dovesse cogliere non è colpa mia. Cioè, non solo, diciamo. Ma dico io! Ma questa è cattiveria pura! Mi sono sparato 20 km e 500 metri (qualcosa in più, nel trevigiano è noto il mio talento nel cannare le traiettorie e allungare i percorsi), già annuso la ricchezza di Porto Piccolo, già pregusto i litri di the… e voi mi mandate in salita??????????

Comunque, anche la salita va mentre io rantolo e Giuliano C. mi invita a correre (proprio così, mi invita), arrivati in alto si capisce che anche quest’ultimo strappo ha un suo senso, una serie di scale in discesa, rettilineo, figli per mano e si taglia il traguardo!

2h31m!

Felicità alle stelle. Stanchezza di più! Ma, lo ripeto, sarei già pronto a ripartire.

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Insomma, premesso che ormai il trail si sta ritagliando un posto sempre più importante nel mio cuore di podista, devo dire che questo è tanta, tanta roba. Duro, durissimo. Sia per il freddo, sia per le salite e discese ma, soprattutto, per il terreno che cambia continuamente e mette a dura prova le gambe. Ma anche la testa (non parlo solo dei 50\60 rami che mi si sono stampati dritti in fronte), perché la voglia di mollare alle volte arriva. Poi alzi lo sguardo, vedi quello che ti circonda (compreso il minaccioso Giuliano C.) e tutto si risolve.

E’ una gara da provare.

Certo, sono di parte, Trieste è stata la mia città per 3 anni, la amo e non finisce mai di stupirmi. Però a meno che uno non sia del tutto insensibile (tipo… guarda “Salvate il soldato Ryan” e pensa «cazzo, carina quella mimetica»), una gara così lascia il segno.

Cala il sipario (non parlo del pranzo dopo la gara, la mia dignità me lo impedisce) sulle docce messe a disposizione da Porto Piccolo. Ci si aspetta il solito girone infernale con l’acqua gelida… per 5 minuti ci si trasforma in ricchi. Ma ricchi forti! Spogliatoi moderni, eleganti, puliti, acqua calda e vaporizzata… addirittura podisti che non puzzano di sudore per non intaccare quell’atmosfera da benestanti! Che meraviglia…

Ecco, se non la volete correre per tutto il resto, fatelo per la doccia!

Titoli di coda sul fatto che per non finire ancora una volta a ordinare una birra analcolica per sbaglio (leggasi il mio articolo su Vienna e quello sulle Tre Cime) lascio che si occupi Giuliano C. della cosa. E Giuliano C. rulez!

Evviva la Bora!

Evviva il Sentiero1!

Evviva il Trail!!!

FLR 2017

 

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